Una giornata all’insegna dei dirittti, con molte luci e poche ombre. di Eliseo Taverna e Daniele Tisci*

23 marzo 2015

Sono ormai mesi che si é aperto il dibattito attorno alla portata della sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, concernente il caso Matelly e Adefdromil contro la Francia, la quale ha sancito l’illegittimità del divieto assoluto, per gli appartenenti alle forze armate ed alle forze di polizia, di costituire o aderire ad organizzazioni sindacali.

La Commisssione Difesa della Camera, nell’ambito dei lavori inerenti i diversi disegni di legge, concernente la riforma della rappresentanza militare, presentati dai vari partiti, ha programmato una serie di audizioni di esperti di diritto costituzionale, pubblico ed internazionale per accertare se anche lo Stato Italiano ha l’obbligo di dare attuazione ai principi contenuti nella citata sentenza.

Nelle prime due audizioni, del Prof. Giuseppe Cataldi, Ordinario di diritto Internazionale presso l’Università di degli studi “L’Orientale” di Napoli e del Prof. Giovanni Guzzetta, ordinario di diritto pubblico presso l’Università degli studi “Tor Vergata”  é emerso, in modo inequivocabile, che le citate sentenze emesse recentemente dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo,  sono vincolanti per tutti gli Stati aderenti e, quindi, fin da subito cogenti ed attuabili da parte del legislatore italiano.

Un obbligo che appare doveroso, pertanto, ma che invece sembra alimentare un’insana ricerca di pretesti ed azioni utili ad ostacolare un processo di cambiamento che appare come ineludibile e tardivo.

Gli esponenti politici, gli esperti di diritto internazionale ed i dirigenti sindacali, che hanno partecipato loscorso 12 marzo, al convegno organizzato da AS.SO.DI.PRO, presso la sede Italiana del Parlamento Europeo a Roma, si sono confrontati su questa tematica ed hanno ritenuto unanimamente la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo immediatamente applicabile anche allo Stato Italiano, quale Paese aderente alla Convenzione, che è stata firmata a Roma il 4 novembre 1950, dai dodici Stati che in quel tempo erano membri del Consiglio d’Europa (Belgio, Danimarca, Francia, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia, Turchia). La stessa è entrata in vigore il 3 settembre 1953, per l’Italia solo il 10 ottobre del 1955.  Successivamente, alla convenzione hanno aderito tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa.

Una nota di diversità, rispetto al pensiero unanime della platea convenuta al convegno, é stata espressa dal Sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi, già generale dell’esercito nonchè Presidente del Cocer 10° mandato, che ha puntualizzato circa l’esigenza di riformare l’attuale sistema di rappresentanza, ritenuto alla luce della sentenza anacronistico, di dare reale attuazione al ruolo negoziale previsto per i Co.Ce.R. e, di conseguenza, alla contrattazione di secondo livello, così come sancito dala legge sulla specificità di status e d’impiego.

Nel suo intervento, tuttavia, non ha minimamente accennato all’eventualità o all’esigenza di recepire la reale portata della sentenza CEDU, anzi ha enfatizzato su una presunta divergenza dei pareri espressi dai due accademici auditi dalla Commissione Difesa della Camera, che renderebbe non del tutto lapalissiano l’obbligo dello Stato Italiano di dover adempiere, anch’esso, agli obblighi sanciti dalla CEDU.

L’On. Laura Puppato, Membro  della  Delegazione Parlamentare italiana presso l’Assemblea del Consiglio d’Europa ha affermato di condividere le richieste che provengono dal mondo militare e di ritenere la sentenza CEDU chiara e vincolante, al punto tale da non lasciare spazio ad ulteriori interpretazioni circa l’obbligo di doverla recepire da parte dello Stato italiano.

Il Prof. Pasquale De Sena ordinario di diritto internazionale  presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha affermato che le sentenze CEDU hanno il principio di efficacia, che non esiste fonte normativa italiana che non sia integrata dalle norme europee e che se gli Stati aderenti alla convenzione  non attueranno i principi affermati dalla Corte dovranno sopportare i costi relativi ad una specifica condanna, che é scontata e  che di certo non tarderà ad arrivare. Ha portato ad esempio la condanna dell’Italia da parte della CEDU in materia  di sovraffollamnto delle carceri.

Ha ritenuto, inoltre, che in relazione all’obbligo sancito dalla Corte Europea, i ddl di riforma della rappresentanza militare assegnati alla Commissione Difesa della Camera, che sembrano prendere corpo, sono completamente inadeguati, in quanto non prevedono il diritto sindacale per il mondo militare.

Lo studio dell’Avv. Saccucci e P. che ha curato un analogo ricorso, promosso da ASSO.DI.PRO, ha fatto un excursus storico sull’assenza di diritti per i militari, citando la  legislazione in materia di rappresentanza militare e richiamando l’ordinanza di remissione alla Corte Costituzionale  n.   837  del  2 Giugno 1998, del Consiglio di Stato, poiché l’art. 39 della Costituzione era stato ritenuto attuabile anche  agli appartenenti alle Forze Armate. A seguire, ha richiamato le motivazioni della sentenza 449/99 della Corte Costituzionale, con la quale é stato fatto un netto cambio di rotta rispetto alle precedenti valutazioni fatte dal Consiglio di Stato, che portò a dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 8, primo comma, della legge 11 luglio 1978, n. 382 (Norme di principio sulla disciplina militare), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 39 e 52, terzo comma, della Costituzione.

Una mancata applicazione della Costituzione che ha portato, a distanza di anni,  appartenenti alle Forze Armate e Finanzieri italiani, ad adire la Corte europea dei diritti dell’uomo per cercare di vedersi riconosciuti i propri diritti.

L’Avv. Gianna Fracassi Segretario Confederale della CGIL, ha condiviso in pieno l’opinione del Prof. De Sena ed ha aggiunto che la sua confederazione é ha completa disposizione per tutti coloro che hanno l’esigenza di ottenere maggiori diritti, in un momento in cui, peraltro, nel Paese si sta cercando di far retrocedere le tutele dei lavoratori.

L’On. Renata Polverini, Vicepresidente della Commissione lavoro della Camera, ha ritenute inadeguate le forme di tutela riservate attualmente al personale militare e, pertanto, vista la delicatezza del processo di democratizzazione delle Forze Armate che passa anche attraverso la rappresentatività del personale, ha manifestato l’esigenza che non sia solo la Commissione Difesa ad occuparsi dei lavori propedeutici di una legge di riforma, ma che gli stessi vengano affidati ad una commissione parlamentare infragruppi al quale possano aderire parlamentari di maggioranza e opposizione che abbiano non solo un’esperienza nella difesa militare, ma anche nella rappresentanza sindacale, con l’obiettivo di rispondere in maniera definitiva alle necessità del personale militare.

Il Sen. Maurizio Gasparri, Vicepresidente del Senato, ha concordato sull’esigenza di dotare il mondo militare di strumenti di rappresentanza moderni, efficaci e che abbiano reali poteri d’intervento per poter tutelare il personale. Non ha nascosto, tuttavia, riserve sulla concessione di una piena sindacalizzazione. Ha invece ritenuto che il ddl Petrenga/ Martino, contenga tutti le caratteristiche che occorrono per poter fornire un’adeguata ed efficace rappresentanza al personale militare.

Una giornata, in pratica, all’insegna dei diritti, contrassegnata da molte luci e poche ombre.

Poche ombre addensate ed ingigantite da una chiara mancanza di volontà nel voler accettare, anche nel campo militare e delle polizie a status militare la naturale evoluzione dei processi democratici che, inevitabilmente, riconducono le nostri menti al percorso travagliato al quale abbiamo assistito più volte, in presenza di sentenze emese dalla CEDU.

Nel 2012, infatti, l’Italia ha aggiunto un nuovo record alla lista di primati negativi collezionati nel tempo a Strasburgo sul fronte della giustizia. Dopo essersi aggiudicata per anni la maglia nera come Paese tra i 47 del Consiglio d’Europa  con il più alto numero di sentenze della Corte per i diritti dell’uomo non  eseguite, è diventata anche lo Stato che spende  di più per indennizzare i propri cittadini per le violazioni subite: si stimano ben 120 milioni di euro. Una cifra pari a più del doppio di quanto nel 2012 hanno pagato complessivamente, come indennizzi, tutti gli altri Stati membri aderenti.

Auguriamoci di non dover assistere, ancora una volta, alla disapliccazione di una sentenza, perché significherebbe infliggere l’ennesimo schiaffo a tutte quei cittadini a status militare che ancora cercano il cambiamento attraverso le vie istituzionali, e che ogni giorno, in forza di sani principi e valori, sono chiamati a garantire la democrazia dello Stato.

 Delegati Co.Ce.R. della Guardia di Finanza