Sulla nave che salva i profughi. “Noi finanzieri come in una guerra”. Di Francesco Viviano – La Repubblica

LE TAPPE

MARE NOSTRUM E’ stata una missione di salvataggio dei migranti che cercavano di attraversare il Canale di Sicilia attuata dall’ottobre 2013 al primo novembre 2014.

TRITON Iniziata il primo novembre 2014, prevede contributi volontari da 15 su 28 Stati membri dell’Ue. Ma è polemica: non salva i migranti come Mare nostrum.

LE QUOTE L’Ue aveva annunciato nei giorni scorsi l’introduzione di quote nell’assegnazione dei profughi, ma il piano adesso rischia di slittare a settembre.

IL REPORTAGE

A BORDO DEL PATTUGLIATORE PULEO. Sirio 1 a Squalo 14, individuato target a 130 miglia a sud est di Lampedusa, non sappiamo ancora se è un gommone o un barcone, dovrebbero esserci a bordo 100 persone, sono in difficoltà, potrebbero affondare.. .Squalo 14 a Sirio 1, ricevuto, ci dirigiamo sul bersaglio.. In pochi minuti, poco dopo le 7 di ieri, Squalo 14, il nome in codice del pattugliatore Puleo della Guardia di Finanza, molla gli ormeggi dal molo di Lampedusa e si dirige di gran lena verso quel punto sperduto nel Canale di Sicilia a 30 miglia dalle coste libiche. Il comandante dell’unità navale, il maresciallo capo Enzo Damiata, 52 anni, la faccia segnata dalle rughe di chi è in mare da oltre 30 anni, non ha bisogno di dare ordini. I suoi dodici uomini sono già ai loro posti, alla radio, al timone, in sala macchine, in plancia con i binocoli, diretti verso il target segnalato dalla sala operativa della Guardia Costiera di Roma che continua a smistare altri sos ricevuti dai trafficanti di esseri umani a tutte le altre imbarcazioni, militari e civili, italiane e straniere.

Il mare sembra il teatro di una grande battaglia navale, ma non sono navi nemiche da affondare che si cercano: sono gommoni, barconi stracolmi all’inverosimile di donne incinte, neonati, bambini. Gommoni e barconi da agganciare per non farli affondare, vite da salvare, migliaia di esseri umani fuggiti dalla Siria, dal Centro Africa e poi dalle prigioni libiche gestite dai trafficanti di esseri umani che sperano di arrivare, vivi, in Italia. E mano a mano che il Puleo guadagna miglia su miglia, in mare s’incrocia di tutto: delfini che giocano sulle onde provocate dal pattugliatore, tartarughe giganti, rimorchiatori, navi mercantili e militari, pattugliatori inglesi, irlandesi, tedeschi che cercano di agganciare gommoni e barconi per non farli affondare. Incrociamo anche gommoni degli Incursori della nostra Marina. Si viaggia a una media di 27 miglia all’ ora, il mare per fortuna è calmo, poco meno di forza 2, e dopo 4 ore di navigazione dal ponte del pattugliatore Puleo il vice brigadiere Giuseppe Casuccio, promosso per aver partecipato nel 2011 a un naufragio salvando centinaia di persone, segnala al comandante due imbarcazioni. Sono pescherecci tunisini ma si decide di passargli accanto per controllare se sono ‘puliti’, poi si prosegue verso quel barcone che sta per affondare. Alle 14.15 s’intravedono le fiamme che spuntano dai fumaioli di due piattaforme petrolifere, a poche miglia di distanza un grande rimorchiatore d’appoggio alle piattaforme stesse che, come una chioccia, protegge dalle onde del mare quel pulcino che è un barcone di circa 15 metri di colore bianco e blu. II pulcino galleggia a pelo d’acqua stracarico di donne, bambini, uomini che cominciano a gridare, ad agitarsi alla vista del pattugliatore. È quello il momento più difficile della missione. Via radio, Squalo 14 chiede alla centrale se può cominciare l’abbordaggio. Passano minuti infiniti, dal barcone fanno segno che a bordo ci sono donne incinte e bambini sfiniti dal freddo della notte e dal sole cocente del giorno. A bordo sono tutti pronti, tutti quei marinai della Finanza ai loro posti, ci avviciniamo lentamente verso il “Sit down”, gridano i marinai, ma sul barcone c’è molta agitazione. Qualcuno che indossa un salvagente minaccia di buttarsi in mare, donne e bambini piangono e urlano. Dopo qualche minuto due grosse cime vengono buttate verso il barcone che viene agganciato. Sembrano in cento. Ma non è cosi. Dalle stive cominciano a uscire come topi in gabbia decine e decine di uomini. Si spogliano, non hanno neanche la forza di chiedere aiuto. Si scoprirà alla fine che erano in 282. Tutti vogliono salire per primi, ma il comandante Enzo Damiata è inflessibile. «Prima le donne incinte e i bambini, poi tutti gli altri. I finanzieri gridano per farli stare calmi, ma non è facile, poi improvvisamente qualcuno sul barcone innesta accidentalmente la marcia in avanti. Le cime stanno per strapparsi, il barcone sta per capovolgersi, si teme che finiscano tutti in mare, un giovane di colore si lancia verso la scaletta del Puleo e miracolosamente riesce ad aggrapparsi rischiando di essere schiacciato tra le due imbarcazioni o macinato dalle eliche. I soccorritori recuperano il barcone, un finanziere sale a bordo e inizia a trasbordare uno dopo l’altro bambini che cominciano a piangere e donne incinte. Minuti terribili che sembrano non finire mai. A bordo non c’è posto per tutti e il Puleo aspetta che arrivino altri pattugliatori: spunteranno dopo qualche ora, sono motovedette della Guardia Costiera e un altro pattugliatore della Finanza. Sono tutti sani e salvi e in piena notte si ritorna a Lampedusa mentre gli incursori dalla Marina affondano il barcone per non farlo riutilizzare ai trafficanti avvoltoi che si aggirano da queste parti.