Punito per aver scoperto i veleni. Poliziotto trasferito in biblioteca. Di Ciociola Pino – Avvenire

21 Settembre 2014

L’agente provinciale Di Bella denunciò l’inquinamento di un lago. Aveva ragione.

Centocinquantacinquemilioni di litri d’acqua per uso potabile ogni anno e il lago artificiale del Pertusillo, nel Potentino, fa bere un bel pezzo di Basilicata e altrettanta Puglia (oltre che irrigare i loro terreni). Sponde a tratti suggestive. Tanto verde. Superfici sulle quali ci si puo’ specchiare. E inquinamento da batteri, idrocarburi, metalli pesanti, clorurati cancerogeni e altro ancora. Lo scopre (pagando di tasca sua e di alcune associazioni e fuori dal suo orario di lavoro) Giuseppe Di Bella, poliziotto provinciale, e ovviamente lo rende noto. Prima nei suoi confronti viene sporta una denuncia per «procurato allarme», poi quando arriva una moria di pesci nell’invaso, la denuncia diventa per «violazione di segreto d’ufficio». Di Bella intanto viene anche trasferito in una pinacoteca a tener d’occhio libri e scaffali. «Abbiamo, per esempio – racconta Di Bella – le analisi effettuate in un pozzo a Montemurro (pochi chilometri dal Pertusillo, ndr) con acque nere, fumeggianti, che contengono alogenati cancerogeni in quantità settemila volte superiore a quella consentita e metalli pesanti in quantità novantamila volte superiore». E qual è la situazione delle acque dell’invaso artificiale stesso, che si trova nel mezzo della Val d’Agri, cioè il più grande giacimento europeo  di idrocarburi su terraferma (con ventisei piattaforme petrolifere)? Nel triennio 2011-2013 dall’analisi dei no dei Comuni interessati si parametri previsti dalla normativa vigente è emerso che le acque sono acque potabilizzabili mediante un trattamento chimico-fisico e disinfezione scriveva l’Agenzia regionale per l’ambiente della Basilicata (Arpab) alla stampa l’ottobre scorso. Quattro mesi dopo (nel febbraio di quest’anno), Albina Colella  geologa e docente dell’Universita’ della Basilicata realizza altri esami su alcune  delle centinaia di sorgenti nella Val d’Agri, registrando una concentrazione di idrocarburi totali nelle acque superiore fino a seicentocinquantasei volte il limite di dieci microgrammi per litro. E la stessa situazione si trova nei sedimenti, a testimoniare  ancor più da quanto tempo vada avanti imperterrito l’inquinamento. Torniamo a Di Bella: «Abbiamo fatto effettuare analisi anche delle acque che escono dai rubinetti in diverse zone della Basilicata e vi abbiamo trovato idrocarburi, alogenati cancerogeni, clorurati cancerogeni e metalli pesanti di vario genere” Il poliziotto provinciale cita spesso i «signori della monnezza», cioè «persone che hanno raggiunto un livello elevatissimo di potere in Basilicata, operano nei settori dei rifiuti sia urbani che pericolosi». Una delle ultime indagini della Dda ha svelato come questi “signori” si fossero accordati, anziché fare differenziata  E smaltimento per mettere insieme rifiuti urbani e pericolosi e portarli a bruciare tal quale nel termovalorizzatore ” Fenice” a Melfi: ” nel processo che si e’ aperto nessuno dei Comuni interessati si e’ costituito parte civile”, sottolinea Di Bella.
Il poliziotto ricorda quell’indagine dei Carabinieri, iniziata nel 2009, che porto’ alla fine del 2011 alla formulazione delle accuse di disastro ambientale e omissione d’atti d’ufficio (con relativa custodia cautelare) per il direttore generale dal 2006 al 2010 dell’Arpab e il coordinatore Arpab del dipartimento provinciale. Perché gli investigatori avevano accertato che l’impianto “Fenice” almeno a partire dal 2002, aveva inquinato le falde aquifere con metalli pesanti e solventi organici, anche cancerogeni, inquinamento non verificato e non comunicato dai dirigenti del termovalorizzatore e non monitorato dall’Arpab. Una “vicenda inquietante” che la Commissione bicamerale sui rifiuti, un anno e mezzo fa, definì “emblematica dell’inefficienza spesso colposa, talvolta dolosa, che si registra in un più ampio sistema di controlli preventivi in Basilicata.