Le ragioni di una scelta (consapevole): Rappresentatività ed associazionismo. di Giovanni Barrale* e Daniele Tisci**

10 novembre 2015

Il Parlamento, attraverso le proprie Commissioni ed in particolare quella “difesa”, analizza le proposte di legge giacenti in materia di rappresentanza militare. Come è noto, in quest’ultima, anche a seguito delle sentenze della Corte EDU, che hanno chiarito che il diritto di aderire o fondare organizzazioni sindacali non può essere negato tout court neanche ai militari, è stato costituito il cosiddetto “comitato ristretto”. E’ qui che si cercherà di addivenire ad un progetto unico su cui, ovviamente, dovrà successivamente pronunciarsi il Parlamento.

Per esperienza diretta, siamo abbastanza pessimisti poiché i rumors non sembrano prospettare la reale ricerca di una riforma innovativa, al passo con i tempi, ed in sintonia con le citate sentenze CEDU.

Sia chiaro, non ci aspettiamo una legge radicale ed innovativa in tema di rappresentanza. Con l’aria di destrutturazione sociale che tira, e gli attacchi al sindacato da parte della politica ne sono la triste e fondata testimonianza (verrebbe da dire: da quale pulpito viene la predica) è da ingenui attendersi che il “sistema” adotti scelte sul tali temi gradite alla base per il semplice fatto che l’ordinamento giuridico democratico lo preveda.

E qui andrebbe fatta un’ulteriore parentesi sui principi cardine dell’ordinamento nazionale (art.39 Cost.), ben più chiari, ampi e garantisti rispetto a quelli europei (art. 11 CEDU), da cui, tuttavia e per assurdo, arrivano, attraverso una giurisprudenza diffusa, lineare e coerente, limpide ed incontrovertibili garanzie. La vastità e la delicatezza dell’argomento, tuttavia, ci impone di rimandare tali considerazioni in altra sede ed altro tempo.

Siamo consci, quindi, che i parlamentari nel proporre delle leggi o cercare soluzioni adeguate ed al passo con i tempi, siano soggetti alle pressioni di lobby più o meno dichiarate, che cercano di ottenere soluzioni a loro gradite. A scanso di equivoci ciò non solo è legittimo, ma addirittura auspicabile. Democrazie molto più antiche e garantiste della nostra, che non hanno mai conosciuto l’onta di governi oligarchici, lo prevedono espressamente. Le lobby in quelle democrazie sono, pertanto, auspicate e dichiarate.

Per tornare a noi, invece, la base era e resta debole, frammentata e senza leader che possano correttamente rappresentarne le legittime ragioni ed aspettative. Riteniamo, infatti, che il nostro vero problema sia la selezione del leader. La rappresentanza, così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, ha fallito, ma contrariamente a quanto pensano i più, riteniamo il fallimento figlio naturale del sistema e diretta conseguenza del disinteresse generale nel quale essa è costretta ad operare.

Si è sempre associato questo disinteresse al fatto che i rappresentanti, sia a livello locale che nazionale, si fanno eleggere unicamente per motivazioni personali e non hanno a cuore alcun interesse collettivo se non il proprio. Inoltre, anche nel caso che vi sia l’eccezione di qualche singolo a tale regola, questi non ha alcun concreto potere e quindi non può realmente incidere sui processi decisionale dell’amministrazione. La conseguenza è il totale isolamento della rappresentanza, con buona pace di rappresentati e rappresentanti e, forse, con ampia soddisfazione di chi può decidere, in totale assenza di diritti collettivi (il cui corretto soddisfacimento è di per sé principio di buona e sana amministrazione), le buone o le cattive sorti di una organizzazione.

Gli anglosassoni definiscono con il termine free riders il vero se non l’unico problema nella selezione del leader: il totale disinteresse dei più nelle questioni che li riguardano direttamente, nella speranza che il risultato auspicato si ottenga lo stesso, ma senza rischiare nulla.

E’ troppo comodo non andare a votare o peggio votare persone totalmente prive di idee e spirito di iniziativa ed i cui interessi personali sono chiari e definiti sin dalla loro candidatura. Alcuni di questi, tra l’altro, sono stati già eletti in passato ed il loro contributo è stato nullo: zero interventi e zero proposte, se non per dare aria alla bocca. La cosa che spesso sanno fare meglio è screditare, nel privato dei rapporti con altri colleghi, il delegato corretto che si impegna sul serio.

E’ realmente colpa dei rappresentanti l’impotenza della rappresentanza o di coloro che hanno li hanno resi tali con il loro voto “leggero” o rinunciando ad esprimerlo? I rappresentanti sono contattati soltanto quando si hanno esigenze personali che spesso, per non dire quasi sempre, non sono attinenti a materie che la rappresentanza può trattare e, pertanto, hanno poca probabilità di essere realizzate, malgrado l’impegno del leader. Per il resto, silenzio assoluto: scarsa partecipazione alle riunioni indette presso i reparti, scarso sostegno alle iniziative, totale assenza di proposte collettive.

Non è più tempo di free riders. Se si vuole una forma di rappresentanza diversa bisogna assumersi la responsabilità di sostenere i rappresentanti che lo dicono e di formulare proposte che hanno un senso.

In questo senso, è opportuno ed auspicabile che il leader abbia fatto scelte di campo, aderendo ad organizzazioni “libere e democratiche” che abbiano dichiarato i propri fini statutari. In questo modo si ottengono due risultati eccezionali (rispetto all’attuale istituto rappresentativo): l’utente può conoscere, se non il pensiero compiuto del leader, almeno i suoi ideali, attraverso l’analisi dello statuto sociale nel quale questi si riconosce; l’adesione ad una associazione, impegna il leader ad un comportamento coerente rispetto ai fini associativi e, di riflesso, rispetto alle proprie dichiarazioni, che, salvo il naturale margine di dettaglio, non possono certamente essere lontane o addirittura divergenti rispetto a quelle associative.

Di contro, il rappresentanti “liberi”, proprio in quanto non ancorati ad ideali collettivi e valori collegiali, possono, almeno potenzialmente, cambiare il proprio modo di pensare e di agire a seconda della convenienza del momento ed i loro “ideali” sono difficilmente conoscibili se non attraverso una conoscenza diretta.

Il nostro mondo sta cambiando velocemente nel silenzio di coloro che saranno i destinatari. Si chiede democrazia, maggior rispetto per la nostra specificità, stipendi adeguati, una chiarezza sui nostri compiti ma a chi lo si chiede? Chi sono i destinatari di queste richieste? Ma soprattutto avete formulato richieste?

E’ lo strumento che ci manca e non solo la voglia di difendere le nostre idee!

Da sempre l’elezione è il momento più importante della democrazia, la scelta dei leader non è cosa da poco e, quindi, non potete e non dovete delegare questa scelta ad altri, ma soprattutto e cosa non da poco dobbiamo avere il coraggio di avere una nostra idea e difenderla.

La rappresentatività e la riforma della rappresentanza militare non è un problema da poco o che interessa solo gli addetti ai lavori o, come si diceva una volta, i professionisti della politica. Questa riforma è la madre di tutti i problemi. Attraverso essa sarà possibile canalizzare le nostre legittime aspirazioni o difendere i nostri diritti quando questi venissero calpestati. Il disinteresse collettivo in cui stanno avvenendo le riforme è foriero di cattivi presagi.

Oggi possiamo far sentire la nostra voce anche attraverso la partecipazione alla vita sociale delle associazioni, che sono diventate fucina di idee per coloro che hanno a cuore gli interessi collettivi dei propri rappresentati ed hanno acquisito la reale consapevolezza di essere soggetti di diritto con tanti doveri, a cui si vuol dare la più ampia soddisfazione, e qualche diritto, tra i quali rientra senz’altro, l’esercizio legittimo dei propri interessi professionali.

*delegato Co.Ba.R e Segretario dell’Associazione Sicurezza Cum Grano Salis;

** delegato Co.Ce.R e Segretario organizzativo dell’Associazione Sicurezza Cum Grano Salis.