Le forze dell’ordine non sono malate ma necessitano di un ulteriore processo di democratizzazione che le aiuti anche ad abbandonare un certo corporativismo.* Di Eliseo Taverna

Qualcuno tende ancora oggi ad affermare che nei Corpi di Polizia esista una specie di sub cultura che si mescola a forme di cameratismo e di autoritarismo.

Ad onor del vero, c’é da dire che molti fatti di cronaca che sono accaduti nel tempo e che hanno visto, protagonisti volontari, diversi appartenenti alle forze dell’ordine, di certo non hanno aiutato a sfatare queste visioni, anzi tutt’altro.

Questo modo di pensare e di agire (per fortuna di una minoranza) ha contribuito, infatti, a far riemergere e ad alimentare il dibattito politico e mediatico che, inevitabilmente, ruota in torno a questi delicati argomenti.

Alcuni mesi fa abbiamo appreso dagli organi di stampa di sedici agenti della Polizia Penitenziaria sospesi dal servizio perché colpevoli di aver scritto su Facebook frasi e commenti ritenuti cinici ed estremamente offensivi, nei confronti di un detenuto che si era privato della propria vita. Era un detenuto, quindi una persona che si era macchiato di un crimine, ma era pur sempre un essere umano che aveva perso la vita e che meritava comunque rispetto, ma questo, nella testa degli agenti coinvolti, sembra che sia passato in secondo piano. Ed ancora, nei giorni scorsi un agente della Polizia di Stato è stato subito sospeso dal servizio, perché colpevole di aver postato su Facebook alcuni commenti sgradevoli ed ambigui sui fatti della Scuola Diaz ed offensivi nei confronti di Carlo Giuliani, il manifestante che perse la vita durante quei giorni terribili.

Di lì a poche ore anche un dirigente della Polizia di Stato, responsabile di una struttura di ordine pubblico è stato rimosso dall’incarico e trasferito in ufficio a Roma, per aver espresso un “mi piace” sul post del citato collega poliziotto. Era già accaduto altre volte che sui social network si scatenassero commenti a dir poco fuori luogo; era accaduto anche per il caso Aldrovandi e Cucchi, ma anche in occasione di fatti di minor clamore, ad esempio dopo gli scontri con le tifoserie durante le partite di calcio o con manifestanti durante un evento pubblico. Spesso semplici commenti di cattivo gusto, a volte la semplice manifestazione di una bieca stupidità, altre con parole spregevoli, altre volte ancora con azioni che sfioravano addirittura la crudeltà.

Questo modo di agire da parte di alcuni appartenenti alle Forze di polizia ci aveva fatto toccare un punto molto basso del nostro essere e del modo di concepire il lavoro del Poliziotto e non aveva permesso alle nostre coscienze di accettare, senza ribellarsi, che ciò potesse accadere di nuovo.

In questi giorni, in molti cercano di capire il perché di certe gesta, che ai più appaiono profondamente sbagliate e da condannare fermamente, senza lasciare, a chi le ha commesse, neppur la minima possibilità di appello.

E’ chiaro che in un Paese dove accadono fatti molto, ma molto più gravi di una semplice esternazione o di un mi miace, ed i protagonisti rimangono spesso impuniti, nessuno va crocifisso, soprattutto senza che vi siano state delle precise contestazioni ed un reogalare diritto alla difesa.

Non esistono i se, i ma o i però,  capita di poter sbagliare, ma quello che non deve capitare, tuttavia, é la difesa a spada tratta di certe azioni, solo per un senso di frustrazione, di appartenenza o, ancor peggio, per uno sterile corporativismo, perchè la naturale conseguenza consisterà nel far emergere un messaggio profondamente sbagliato verso l’opinione pubblica ed un conseguente naturale irrigidimento delle delle forze politiche che, sull’onda dell’emotività, non potranno far altro che ipotizzare forme di contenimento di certe sterili esuberanze.

Nel frattempo tutti ci lambicchiamo il cervello per capire da cosa derivino certe esternazioni.

Un senso di frustrazione? Un modo di agire meditato, di essere e di concepire il proprio mestiere? Semplici sfoghi che nascondono un forte malessere? O veramente si tratta di reminescenze di una sub cultura autoritaria?

Una cosa è certa: oggi a distanza di di trent’anni dal processo di riforma e dalla sindacalizzazione della Polizia di Stato, che ha inevitabilmente prodotto effetti positivi anche sugli altri Corpi di Polizia, ci rendiamo conto, tuttavia, che quel processo non è  stato ancora completato, ne’ giuridicamente né tantomeno concettualmente e culturalmente per fare in modo che si realizzi quella piena formazione democratica, all’interno degli apparati della sicurezza, che mostrano sempre più l’esigenza di avere un’impostazione totalmente o prevalentemente civile.

Non sono piaciute, peraltro, le difese fatte a spada tratta da parte di alcune Organizzazioni sindacali, così come le stesse non sono apparse credibili ed opportune agli occhi dei cittadini, che questo tipo d’impostazione culturale – frutto di uno sterile corporativismo – non la comprendono proprio più, né tantomeno la tollerano.

Non sono piaciute, ancor di più, né ai mass media, né tantomeno alla classe politica che, dopo una prima approvazione del “reato di tortura” e ad un’accelerazione del provvedimento che prevede l’inserimento dei numeri sui caschi degli agenti, iniziano anche a parlare di forme degenerative della sicurezza e del modo di pensare ed agire da parte dei sindacati che rappresentano il personale.

Il cittadino, a prescindere dal ceto al quale appartiene, vuole avere la certezza di essere tutelato da forze dell’ordine libere ed equilibrate, che siano un vero presidio democratico per tutta la collettività, che riflettano prima di agire e compiere azioni, ma soprattutto che forniscano un senso di elevata affidabilità democratica.

Non possono essere prese come esimenti, verso questi accadimenti, pertanto, né la mancanza di certezza della pena per i delinquenti che si macchiano di reati, nè tantomeno la tanto discussa certezza delle regole d’ingaggio che connotano il difficile lavoro degli appartenenti alle Forze dell’ordine, perché seppur costituiscono un serio problema da affrontare, proprio per garantire sia l’incolumità degli operatori, sia la sicurezza reale per i cittadini onesti, appaiono decontestualizzate rispetto a certi accadimenti, che sembrano essere il mero frutto di una voglia di partecipazione ai dibattiti ed una rincorsa ad esternare il proprio pensiero, spesso senza riflettere, con la vana illusione di essere esenti da giudizi e responsabilità in un mondo illusoriamente virtuale, quali sono appunto i social network.

In altre parole, quello che appare evidente, è il bisogno di una rinnovato approccio alle questioni legate alla sicurezza, anche al fine di ottenere che gli operatori vivano e lavorino in contesti più democratici e caratterizzati da “buon senso”, da un “pizzico di sale” e scevri da uno sterile corporativismo.

 

* Delegato Co.Ce.R. della Guardia di Finanza