Io e Ambrosoli, storia di un’amicizia nata (quasi) per necessità. Di Ernesto Bruno – Il Finanziere

Luglio, 2015

Reporter CRACK BANCA PRIVATA ITALIANA

Intervista a Silvio Novembre, ora Sottotenente in congedo del Corpo.

Nel 1974, in servizio al Nucleo di Polizia Tributaria di Milano, contribuì con il Commissario liquidatore ad accertare le responsabilità di Michele Sindona.

Eravamo soli. Nessuno ci incoraggiava, nemmeno le persone fidate. Dovevamo sostenerci l’uno con l’altro per proseguire le nostre indagini e difenderci da pressioni, tentativi di corruzione e minacce esplicite.

“Grazie di essere venuti a trovarlo, per lui è una grande, immensa gioia”. A riservarci un’accoglienza davvero squisita nella sua casa di Milano è la figlia Isabella, che da anni lo assiste con amorevole premura. Il padre, statura imponente appena scalfita dalla ragguardevole età, ci attende, a pochi passi da lei, in piedi sulla porta della sala, quella più importante perché, come ama egli stesso sottolineare, è “la stanza dei ricordi”. Quelli di una vita trascorsi con la sua famiglia, a tener testa alle tre donne di casa. L’angolo della memoria è concentrato su un tavolinetto: una decina di foto in bianco e nero, che lo ritraggono insieme all’amata moglie e alle sue due adorate figlie. C’è anche la locandina incorniciata del film “Un eroe borghese”, in cui un Michele Placido in gran forma fa del nostro ispettore un’interpretazione magistrale. Al nostro ingresso la sua voce tenue ma ferma tradisce un’emozione autentica. La stretta di mano, però, è di quelle energiche, segno che il Maresciallo, oggi Sottotenente in congedo, non ha perso la proverbiale indole di investigatore tenace. Ci invita ad accomodarci, con preghiera, però, di non sederci sulla “sua” poltrona, quella alle spalle di una grande finestra, che gli consente di avere sempre “la situazione sotto controllo”. Le vicende legate alle indagini da lui condotte sullo scandalo del Banco Ambrosiano, al fianco dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, di cui diventò il più stretto amico e fidato collaboratore, lo hanno segnato profondamente e ne ricorda con sorprendente lucidità ogni singolo momento. Nel suo lungo e appassionato racconto che ci fa di quegli anni difficili e bui per l’Italia, sorprende la forza di un uomo fedele al giuramento prestato alla Repubblica, e che proprio in virtù di quel solenne atto non si piegò mai alle minacce né alle lusinghe di chi voleva in qualche modo indurlo a desistere dal proseguire le indagini. Ma nella sua carriera tutto si sarebbe aspettato tranne che un giorno a bussare alla sua porta sarebbe stata proprio la Guardia di Finanza per raccogliere la sua preziosa testimonianza. La riscoperta della figura di Novembre – preme ricordarlo – è merito indiscusso del Generale Bruno Bartoloni, attuale Presidente Cocer, che ne ha saputo risvegliare gli ardori e gli ideali di un uomo con una serie di incontri con gli studenti delle scuole lombarde e gli Allievi Ufficiali dell’Accademia di Bergamo. “Per me – ha dichiarato Novembre – la giornata trascorsa in Accademia mi ha regalato un’emozione fortissima. Questo incontro, come del resto tutti quelli che sto tenendo nelle scuole milanesi, ha dato nuovo senso alla mia vita. Prima mi sentivo un po’ dimenticato, distante dal Corpo”. Il suo contributo, prezioso e mai banale, ora come allora, sui temi della legalità e dell’anticorruzione gli è valso, il 7 dicembre 2014, la Medaglia d’Oro di Benemerenza Civica del Comune di Milano.

Il suo commento a tanta improvvisa notorietà fa trapelare umiltà e modestia, doti che lo hanno del resto sempre contraddistinto: “Queste attenzioni intorno al mio nome sono forse eccessive e direi anche immeritate. In ogni caso è una soddisfazione enorme per me sapere che le giovani generazioni hanno voglia di ascoltare la mia storia e quella dell’avvocato Ambrosoli. Dopo tutto è sempre un pezzo di storia d’Italia, per quanto non edificante. Ma spero ne possano far tesoro”.

Eppure tra me e lui all’inizio furono scintille. Avevamo entrambi due caratteri forti, spigolosi. E finimmo per scontrarci. Quando ci vide la prima volta in banca, andò su tutte le furie: considerava la nostra presenza una indebita ingerenza, un ostacolo al suo lavoro.

Come nasce il suo rapporto con l’avvocato Ambrosoli?

Era il 1974. A quel tempo prestavo servizio al Nucleo di Milano, prima Sezione Speciale, quella che si occupava di polizia giudiziaria. Il pubblico ministero, dottor Guido Viola, chiese al Comandante del Nucleo di formare un team di Finanzieri da affiancare al Commissario liquidatore, avvocato Giorgio Ambrosoli, per condurre fin da subito, insieme a lui, le indagini sul fallimento della Bpi, la Banca Privata Italiana di Michele Sindona e provare a dipanare l’intricato intreccio tra politica, alta finanza, massoneria e mafia: sei-sette militari in tutto, tra cui il sottoscritto, anche se il primo giorno, quello delle perquisizioni alla banca ci presentammo in venti. È in quell’occasione che lo conobbi per la prima volta. Quando ci vide andò su tutte le furie, era indignato, arrabbiatissimo con il dottor Viola per quella che considerava una indebita ingerenza nel suo lavoro. Il primo approccio, insomma, fu tutt’altro che positivo, faceva di tutto per complicar- ci la vita. Ogni sera quando apponevamo i sigilli alla stanza del quarto piano della banca dove custodivamo tutta la documentazione, lo cercavamo per siglare il verbale di consegna. Ma puntualmente non si faceva trovare oppure quando era presente diceva di essere occupato.

Insomma, un carattere forte, deciso, quello dell’avvocato. Ma, ci risulta, che soltanto lei riuscì a tenergli testa. E che da quello scontro nacque poi un bellissimo e intenso legame di stima e profonda amicizia. Non è forse così?

Sì, è proprio così. Dopo una quindicina di giorni di questo estenuante tira e molla, all’ennesima scusa della sua segretaria (“è in riunione, è appena cominciata, deve attendere”), ho prima aspettato un po’, ma poi ho finito con il perdere la pazienza e sono entrato di forza nella stanza, spalancando la porta senza neanche bussare. Per poco non ci siamo presi per il bavaro. Poi ci siamo calmati e chiariti. E da quel momento abbiamo cominciato a collaborare. Giorgio mise però una condizione: voglio sempre soltanto uno solo di voi con cui trattare, in maniera che io sappia con chi ho a che fare. Mi feci avanti io, lui accettò. Abbiamo così cominciato a passare più tempo insieme, nelle pause andavamo a mangiare anche qualcosa insieme. Iniziava a fi darsi di me. Tant’è che un giorno mi telefonò dicendomi con tono allarmato: “Maresciallo, ho bisogno di lei. Sono venuti due tizi da Roma che non mi piacciono per niente. Vorrei che lei assistesse all’incontro”. Mi precipitai. In effetti erano stati mandati da una società che, appurammo in seguito, svolgeva attività non proprio cristalline nella Capitale dietro un’apparente facciata pulita.

Quando cominciò ad intensificarsi il vostro rapporto?

Dal febbraio 1975. Mi fermavo tutti i giorni con lui in banca dopo le 17.30 mentre i colleghi rientravano in caserma. Avevamo iniziato con Giorgio a seguire il denaro. Ma questo non era sufficiente. Il denaro finiva ad alcune società, che a loro volta avevano delle partecipazioni. Abbiamo fatto un lavoro incredibile, quello che farebbe oggi un programma informatico complesso. Abbiamo scritto tanti di quei block notes da riempire quasi una stanza. Stavamo ricostruendo il fitto intreccio denaro-società-partecipate, gli spo- stamenti delle sedi bancarie, depositarie dei soldi all’estero. Avevamo realizzato un prospetto per mettere in correlazione persone e beni posseduti. Emersero gravi irregolarità e falsificazioni contabili, connivenze ad ogni livello con il mondo oscuro della finanza. Un lavoraccio che però servì a dipanare e ricostruire la rete delle oltre trecento società messa in piedi da Sindona.

La vera svolta investigativa arrivò, però, grazie ad un fax…

Sembrerà incredibile, ma è quello che realmente accadde. La Fasco era la società che, di fatto, controllava tutte le altre. Tant’è che non appena abbiamo messo le mani sulla società “capogruppo” è scoppiata una vera e propria guerra. Ricevevamo pressioni di ogni genere. La storia del fax è la seguente: la Fasco aveva in scadenza il consiglio di amministrazione. Per rinnovarlo bisognava depositare fino all’espletamento della nomina dei consiglieri il titolo sulla Finabank di Ginevra. Ebbene, l’istituto svizzero comunicava alla Banca Finanziaria, intestataria dei titoli e del dossier relativo, che l’assemblea dei soci poteva essere fatta senza alcun impedimento in quanto presso la sua sede erano custodite in deposito bloccato tutte le quattromila azioni Fasco. Ma questa comunicazione fatta via fax arrivò direttamente alla vicepresidenza della Banca Finanziaria, quindi all’ufficio dello stesso Sindona che però, piccolo particolare, era stato nel frattempo occupato da noi… Quel giorno me lo ricordo ancora come se fosse ieri. Ricordo lo stupore del collega che mi porta il fax, che intuisce l’eccezionalità del contenuto anche se non ne comprende appieno la portata. Prendo il fax e corro dall’avvocato giù al primo piano. È la svolta investigativa. Il tassello mancante capace di inchiodare Sindona. Ambrosoli si recherà nella sede della Finabank, che era a sua volta entrata in crisi e messa in liquidazione dalle autorità svizzere, e ritirerà, seppur con qualche resistenza, tutte le azioni per metterle al sicuro su un conto in Liechtenstein: ne aveva facoltà, nel suo ruolo era lui il direttore della banca. Rientra in Italia e si presenta all’assembla dei soci con gli avvocati, togliendo la delega a Sindona, a suo genero ed a tutti i suoi accoliti sulle principali società controllate. Fece proprio una bella operazione di pulizia. Da lì è stato possibile seguire il denaro molto più facilmente perché era ormai chiaro che tutte le operazioni le gestiva la Fasco, che rappresentava l’interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Cominciarono ad arrivare i documenti dei cosiddetti depositi fiduciari. E le pressioni, neanche a dirlo, si fecero impressionanti, e dai tentativi di corruzione si passò, di lì a poco, alle minacce esplicite.

Ai giovani Finanzieri dico una cosa sola: “osservate il giuramento di fedeltà che avete prestato alla Repubblica e seguite sempre la Costituzione. E ricordate: le stellette e le Fiamme che indossate sono una cosa seria”.

In quel periodo avvertivate la presenza di Sindona?

Eccome. Era tutt’altro che rassegnato. Si dava da fare. Anche in America. Per non parlare dell’Italia dove era stato nominato addirittura il “salvatore della Lira”! Mentre noi abbiamo potuto accertare che lui con i cambi andava esattamente contro la nostra moneta, altro che a favore. Per fortuna del Paese, e disgrazia sua, c’è stata la Guerra dei Sette giorni, il petrolio è andato alle stelle e il cambio si è completamente capovolto, non poteva più controllarlo. Un evento che non aveva previsto, una delle motivazioni del suo fallimento. Pensi che, secondo i nostri calcoli, alla fine del 1973 Sindona aveva in piedi un importo in cambi contro le principali valute europee pari al bilancio del Ministero della Difesa. Insieme al Governatore della Banca d’Inghilterra era arrivato perfino a falsificare i cambi. Una cosa terribile.

Poi, nel 1982, decide di congedarsi. Ma non appena lascia la Guardia di Finanza è pronto un riconoscimento speciale quanto inatteso…

Sì, quello del Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Saputo che mi ero congedato, mi convoca a Roma. Prima mi dà una strigliata di quelle che non finiscono mai perché, a suo dire, uno come me non avrebbe dovuto mollare per nessuna ragione al mondo ma subito dopo mi dice di avermi nominato membro del Comitato di sorveglianza della Banca Privata. Una “promozione” che mi riempì di orgoglio.

TRA REALTA’ E FINZIONE CINEMATOGRAFICA
La storia dell’avvocato Giorgio Ambrosoli e del Maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre sul grande e sul piccolo schermoDal cinema alla televisione

Storia e cronaca offrono a produttori e registi lo spunto per realizzare film e fiction tv. Un modo per rivisitare nella finzione cinematografica fatti realmente accaduti, proponendo la storia di “semplici” eroi che divengono un esempio da imitare o sollevando la riflessione e il dibattito sociale su temi o avvenimenti che, esaurita l’amplificazione avuta sui media, finirebbero per essere dimenticati dal pubblico.

Anche la storia dell’avvocato Giorgio Ambrosoli e del suo braccio destro, il Maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre, è stata raccontata da un film e riproposta in tempi più recenti da una fiction televisiva. Una storia avvincente e molto commovente, dedicata a due uomini con un altissimo senso dello Stato che nonostante tutti e tutto, sono riusciti a decifrare uno dei più grossi affari politici, finanziari e corruttivi del secolo appena trascorso, facendo luce sui segreti e delicati meccanismi del potere nell’Italia della metà degli anni Settanta.

E’ il 1974 quando la Banca d’Italia nomina l’Avvocato Ambrosoli commissario della Banca Privata Italiana guidata da Michele Sindona e ormai sull’orlo del fallimento per un crack finanziario. In questo ruolo l’avvocato si trova ad investigare tutta la rete delle complesse operazioni finanziarie che il banchiere aveva intessuto, scoprendo l’interfaccia tra attività palesi e quelle occulte ed illecite. Sarà il Maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre ad aiutare Ambrosoli a far luce sul complesso intreccio tra politica, alta finanza, massoneria e criminalità organizzata e raccogliere le prove inconfutabili che avrebbero costituito il più solido e indistruttibile atto d’accusa contro Sindona, sia in Italia che negli Stati Uniti.

Una battaglia durata cinque anni che si concluderà con il risarcimento di tanti piccoli investitori che avevano visto sparire i loro risparmi.

Una battaglia vinta al costo della vita   da Ambrosoli che, dopo essere stato oggetto di pressioni, tentativi di corruzione e minacce sempre più esplicite, verrà assassinato nel luglio 1979 a Milano da un killer della mafia italoamericana assoldato dallo stesso Sindona.

Il film “ Un eroe borghese” (1995) diretto da Michele Placido, che veste anche i panni del maresciallo Silvio Novembre, è tratto dall’omonimo romanzo di Corrado Stajano (1991).

Una pellicola, premiata con il David di Donatello, che racconta in maniera cruda ed efficace la storia di Giorgio Ambrosoli, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, lasciando poco spazio ai sentimentalismi e agli scorci di vita privata dei protagonisti.

La fiction tv “Qualunque cosa succeda” (2014) di Alberto Negrin è tratta, invece, dall’omonimo libro scritto nel 2009 da Umberto Ambrosoli, figlio dell’Avvocato, e ricostruisce l’intera vicenda sulla base di ricordi privati, personale e familiari, di amici e collaboratori. Pierfrancesco Favino e Andrea Gherpelli, sono rispettivamente gli attori che interpretano Ambrosoli e Novembre che, da collaboratore instancabile, onesto e tenace, diventerà amico e confidente dell’avvocato.

Una pagina di storia rimasta per troppo tempo in silenzio, nella memoria storica del nostro Paese, che oggi rivive non solo attraverso il cinema e la televisione ma soprattutto grazie alla testimonianza diretta del Maresciallo Silvio Novembre. Una persona integra, dalla memoria prodigiosa, dalla dedizione assoluta alla Guardia di Finanza e dalla piena integrità morale che ancora oggi ricorda con forte amarezza il tragico isolamento in cui fu lasciato l’avvocato Giorgio Ambrosoli nella lotta contro il malaffare. Un grande amico con cui condivideva valori comuni, il normale senso del dovere e il coraggio per vincere la paura..

Giandomenico Belliotti

“Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare  e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi  e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto”.

(dalla lettera testamento di Giorgio Ambrosoli alla moglie Annalori)

 Immaginavate che Sindona potesse ordinare l’uccisione di Ambrosoli?

Sì e no. Gli anni 1977-78 sono stati i più caldi. Il rischio era elevato. Le minacce, le intimidazioni si susseguono di continuo. Anche rivolte alle nostre famiglie. Non ne potevamo più. Arrivammo perfino a staccare la cornetta del telefono. Io ero a tutti gli effetti la sua guardia del corpo. Il nostro compito, ma soprattutto il mio, era quello di assicurare la sua incolumità. Cercavo di carpire ogni informazione che circolava sul suo conto, anche quella in apparenza più irrilevante, per prevedere un potenziale pericolo. Passato questo periodo di tensione, ci illudemmo che il peggio era passato. Anche perché Sindona ed i suoi avvocati stavano elaborando dei piani di salvataggio. Nel frattempo, però, Ambrosoli vola negli Stati Uniti. E non è certo un viaggio di piacere. I giudici di New York, che stavano istruendo il processo sul crack della Franklin National Bank (altro istituto di credito riconducibile a Sindona, ndr) insieme all’FBI, avevano bisogno della sua preziosa e qualificata testimonianza. Volevano, quei magistrati, capire con quali soldi erano state comprate le azioni della banca e in che modo erano state ingannate le autorità di sorveglianza statunitensi. Le loro indagini correvano in parallelo con le nostre. Uno scambio di informazioni che si rivela assai proficuo e che porta ad emettere il primo mandato di cattura internazionale per Sindona. Si moltiplicano in questo periodo le telefonate intimidatorie da parte di un personaggio con chiaro accento siciliano, indicato dallo stesso Ambrosoli con il termine di “picciotto” (soltanto molto più tardi identificato in Giacomo Vitale, massone e uomo d’onore, nonché cognato del boss mafioso Stefano Bontate, ndr). È in quel preciso momento che Sindona si sente veramente solo, con le spalle al muro, teme la giustizia americana (e a ragione, come dirà di lì a breve la sentenza che lo condannerà a 24 anni di reclusione), convincendosi che non ci sia altra strada che eliminare Ambrosoli. Un gesto estremo, disperato di chi si sente perduto, senza più via d’uscita. Un gesto tutto sommato inutile perché Ambrosoli morì, è vero, però continuava a guidarci, riuscimmo a far tesoro del suo lavoro e a portarlo a termine.

Ritornando a quel tragico 11 luglio del 1979, da chi fu avvisato del suo assassinio?

Ero a Bibione insieme alla mia famiglia. Mia moglie stava malissimo. Passai la notte precedente insonne per prendermi cura di lei. Come ogni mattina uscivo presto di casa per andare a prendere il caffè. Strada facendo incontrai un amico che mi disse: “Ciao, ma tu cosa fai qui?”. Scusa, perché mi fai questa domanda?, gli chiesi sorpreso. E lui ribattè: “mi pare di aver sentito in radio che a Milano hanno ucciso un giudice. Si parlava anche di Sindona”. Mi assalì un brivido. Mi precipitai ad un telefono per avere conferma di quello che dentro di me era qualcosa di più di una premonizione. Purtroppo era accaduto quello che temevo: “Sì, Maresciallo. È successo ieri notte. Gli hanno sparato quattro colpi di pistola sotto la sua abitazione. Non ce l’ha fatta. È morto in ospedale”. La data della sua morte non è stata casuale: il giorno dopo avrebbe concluso il suo mandato, sottoscrivendo una dichiarazione formale di conclusione dell’inchiesta nella quale ribadiva la necessità di liquidare la Bpi e di attribuire le responsabilità a Sindona. Comunicai la notizia a mia moglie che non esitò a dirmi di ripartire. Una grande donna. Nonostante la grave malattia (scomparve a dicembre, in quello stesso anno in cui moriva Ambrosoli, ndr) e le due bambine da accudire comprese il mio stato d’animo e l’importanza della mia presenza a Milano.

Cosa ricorda di quegli anni trascorsi a stretto contatto con Ambrosoli?

Sono stati cinque anni intensi. Sotto tutti i punti di vista. Lui era molto rigoroso e ligio al dovere, anche molto cattolico. Era quasi inevitabile che diventassimo amici, una sorta di patto d’acciaio per sopravvivere e reagire al senso di vuoto che si era creato intorno a noi e al nostro operato. Nel senso che ci sentivamo soli. Anche gli amici, le persone per bene, quelle di cui fidarsi nella maniera più assoluta, non ci incoraggiavano. “Chi ve lo fa fare?” Era la domanda più ricorrente che ci veniva rivolta. O ancora, con graffi e ironia: “È lui, Ambrosoli, il vero pubblico ministero”.

La vita le ha riservato prove molto probanti, tutte superate in maniera eccelsa. Quale consiglio intende rivolgere alle nuove generazioni di Finanzieri?

Senza dubbio quello più importante: osservate il Giuramento, cari ragazzi. Mi sono arruolato a Predazzo. Il mio capo squadra, l’Appuntato Valle, vero maestro di vita, ci ha insegnato cosa vuol dire portare le stellette, le Fiamme, il significato del giuramento, l’importanza della Costituzione, perché bisogna osservarla, sempre e comunque, quali sono gli articoli più importanti. Bisogna mettersi in testa che le cose vanno sempre fatte al meglio delle nostre possibilità, anche se poi il risultato finale non rispecchia sempre appieno le nostre aspettative.

Sullo stesso argomento vedi anche:

Il caso Ambrosoli in tv, manca l’italia anni settanta. Di Micaela Urbano – Il Messaggero;

Il Maresciallo che collaborò con Ambrosoli – Giornale di Milano;

Silvio Novembre: un uomo che ha saputo trasmetterci valori etici e sociologici;

Intervista a Silvio Novembre – io e Ambrosoli soli contro Sindona e la P2. di Carlo Bonini – Repubblica;

Premi: Ambrogino d’Oro al finanziere che indagò con Ambrosoli su Sindona. Adnkronos