Intervista a Umberto Rapetto – «Prima bisognava rivolgersi alla mala adesso basta una parola d’ordine» di Pierini Ebe – Il Mattino

26 luglio 2016

Il generale Umberto Rapetto, ex comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico della Guardia di Finanza e attualmente docente al master di Criminologia e Cyber Security presso l’Università di Tor Vergata, analizza il fenomeno del traffico illegittimo di anni via web mettendo in rilievo le criticità ad esso legato ma riconoscendo comunque la possibilità che questo si verifichi con facilità. Generale è davvero così semplice reperire anni su web attraverso mercati illegittimi sotterranei? «Un tempo era semplice trovare armi al mercato nero convenzionale. Bastava andare in certe zone di Napoli. Bastava conoscere la loro dislocazione geografica. Nel mondo virtuale occorre conoscere indirizzi web e deep web. Reperire armii on line è comunque possibile. Internet è la riproduzione speculare di quello che avviene nel mondo emerso. Per trovare quel che si cerca occorre conoscere la località ma anche la parola d’ordine, la password di accesso. Attraverso un indirizzo internet si possono raggiungere le cavità più profonde e grazie alla password ci si può far identificare come amici e ci si può far aprire le porte. Se si dispone di indirizzo e parola chiave allora è possibile ottenere prodotti e servizi vietati. Non serve una preparazione informatica particolare. L’accessibilità è data dal farsi accettare in una determinata comunità. Il web fornisce informazioni generiche ma poi esistono chat e forum di discussione che magari dirottano in stanze private nelle quali ricevere materialmente una iniziazione nel corso della quale si verifica l’identità del soggetto interessato all’acquisto per sgomberare il campo dal dubbio che si tratti di una persona legata per esempio alle forze dell’ordine. Allora si accede a destinazioni del deep web. Non esiste un motore di ricerca che indichi dove acquistare armii o bombe. Molto può anche il passaparola».

E’ davvero possibile navigare in maniera del tutto anonima ricorrendo a software del tipo di TOR? «TOR, che significa The onion ring, dovrebbe garantire l’anonimato nella navigazione. Questo però era vero fino a qualche tempo fa. Poi, grazie alla tecnologia, è stato fronteggiato da chi svolge attività investigative e di intelligence. Ora non è poi così sicuro. Molte volte infatti i siti che si trovano nella parte emersa e nella parte sommersa del web sono degli honeypot, dei vasetti di miele, degli specchietti per le allodole, creati per contrastare il fenomeno e servono a monitorare se un soggetto è interessato all’acquisto di armi ad esempio. Il deep web viene volutamente inquinato da chi svolge attività investigativa. Mi sento di dire che la battaglia non è persa del tutto».

Come avviene il pagamento e quali sono i rischi in cui incorre il compratore? «Il pagamento in effetti rappresenta un problema. Se si paga con carta di credito si corre il rischio di essere tracciati. Se si sceglie di far ricorso a moneta virtuale come il bit coin allora si deve risolvere il problema del reperimento dello stesso. Ma a questa difficoltà si aggiunge anche quella della consegna dell’oggetto. Le spedizioni spesso avvengono separatamente e le armi vengono mescolate a ricambi di automobili per esempio o ad altri oggetti che non ne consentano il riconoscimento. Per reperire munizioni non c’è invece bisogno di andare su web. Tutti gli appassionati di armi sanno ricaricare vecchi proiettili».

Che tipo di armi è possibile acquistare via web? «Non si trovano di certo carri armati o elicotteri ma pistole e fucili sono facilmente reperibili Le armii poi possono essere modificate per far loro acquisire un’aggressività di tipo bellico. Un normale fucile da caccia modificato può essere uno strumento di morte utilizzabile da terroristi. On line troviamo pistole e AK 47 ad esempio. Si tratta di armi di cui esistono molti esemplari in circolazione e che costituiscono surplus del mercato bellico. Su Internet circolavano anche crook book, libri di istruzione per realizzare bombe».

Da dove provengono queste armi? «In Europa esistono moltissimi bacini di stoccaggio di armii. Pensiamo all’ex Jugoslavia e al Kosovo. Ma armi arrivano anche dal Nord Africa, dall’Egitto e dalla Libia. Esistono dei grandi committenti che comprano armi in dismissione in grandi quantità. Molte provengono da arsenali militari saccheggiati. Pensiamo al caso dell’Iraq, della Libia e della Siria. Poi vengono rivenduti anche attraverso il web».

In Italia l’acquisto di armi illegale tramite Internet è un fenomeno diffuso? «No. Ci spaventa comunque la possibilità che comunque ciò possa avvenire. Il mercato clandestino, si sa, è più vecchio di quello tradizionale e legale. Il vero problema, a mio avviso, è quello di riconoscere lo stato di disagio in cui versa una persona per evitare che possa compiere gesti eclatanti per via delle sue condizioni psicologiche».