Infangò la Finanza, confiscati 650 mila euro. di Neri Diego – Giornale di Vicenza

 4 giugno 2015

IL VERDETTO. L’ ex capo della Tributaria del Veneto tra il ’93 e il 96 condannato dalla Corte dei Conti anche per il danno d’immagine arrecato al Corpo nel quale militò.
Infangò la Finanza, confiscati 650 mila euro. Gli furono inflitti 11 anni di carcere e ne scontò 6. I soldi acquisiti dallo Stato vennero rintracciati su un conto corrente estero. Offensiva di Equitalia. La Cassazione ha bocciato l’ultimo ricorso per la restituzione delle somme sequestrate.
Quelle somme sono pignorabili, e pertanto le incamererà lo Stato. Quei 650 mila euro sono la somma stabilita dalla Corte dei Conti che l’ex colonnello della guardia di finanza Mauro Petrassi, 68 anni, residente in città, deve versare alla collettività per avere infangato il nome, con il suo comportamento, del Corpo per il quale era in servizio. Usando la sua divisa aveva costretto gli imprenditori di mezzo Veneto a pagare tangenti per evitare verifiche: per questo è stato condannato a 11 anni. Ed ora deve pagare anche il conto del danno di immagine alle Fiamme Gialle.

LA CASSAZIONE Nei giorni scorsi, i giudici supremi hanno respinto il ricorso presentato da Petrassi, assistito dall’avv. Luigi Manzi, contro il ministero dell’Economia e delle finanze, contro Equitalia e contro la Cogef spa. L’ex colonnello, negli anni Novanta alla guida della Tributaria veneta, aveva chiesto di bloccare il pignoramento compiuto da Equitalia della somma di 827 mila euro che giaceva su un conto corrente: l’ente aveva riscosso coattivamente il credito, per il quale era stata notificata una cartella di pagamento mai opposta, dopo la condanna del tribunale erariale confermata in Appello. La terza sezione civile della Cassazione, presieduta da Giuseppe Salmè, ha bocciato il ricorso. Il pagamento diventa effettivo.

IL CONTO. Petrassi aveva un coito corrente in Svizzera; le somme che vi erano depositate rientrarono in Italia nel maggio 2007, per effetto di una rogatoria internazionale disposta dalla procura distrettuale antimafia di Venezia, che aveva chiesto il sequestro conservativo, allo scopo di tutelare le parti civili del processo penale, cioè gli imprenditori vittime della concussione operata dall’alto ufficiale che guidava gli investigatori delle fiamme gialle della Regione. Per la difesa di Petrassi, non è possibile utilizzare quelle somme per ragioni diverse rispetto a quelle per le quali erano state bloccate dai magistrati; ma la Cassazione la pensa in maniera opposta. Di fatto, in quel conto l’ex colonnello avrebbe fatto confluire anche fondi illeciti: le mazzette. Va detto che a Petrassi furono sequestrati anche degli oggetti preziosi, per un valore di 476 mila euro.

IL PIGNORAMENTO. Appreso dell’esistenza di quel conto, in Italia, che conteneva al febbraio 2009 oltre un milione di euro, e che era formalmente intestato alla procura di Venezia, Equitalia aveva provveduto al pignoramento per sanare il debito di Petrassi con l’erario. Alla somma da pagare quale danno d’immagine, infatti, si aggiungevano altri 97 mila euro, per le spese in relazione ad altri processi incardinati in Veneto a carico di Petrassi. E se il sequestro conservativo venne sollecitato ancora nel 1999, questo fu eseguito dall’autorita svizzera di Lugano con il passaggio delle somme in Italia nel 2007, quando passò in giudicato la sentenza penale. «Il sequestro si converte in pignoramento – scrivono gli ermellini – quando diventa irrevocabile la sentenza di condanna al pagamento di una pena pecuniaria», per cui scattano le procedure per l’esecuzione forzata sui beni sigillati. «Le somme sequestrate in sede penale sono aggredibili da parte dei creditori dell’imputato nello stesso processo esecutivo», senza vincoli di destinazione. Pertanto, Equitalia ha agito correttamente.