Editoriale del Segretario Generale dell’Associazione Sicurezza CGS.

Girolamo Foti è un Caporal Maggiore dell’Esercito Italiano e da anni è impegnato, in qualità di delegato nazionale della Rappresentanza Militare, nella tutela degli interessi collettivi del personale e più precisamente della base. Per capirci quelli che fanno i lavori più umili e gravosi in ogni occasione, partendo dalle pulizie delle caserme, all’occorrenza, per passare alle operazioni di soccorso in occasione di calamità naturali e finendo con le missioni di pace, nei teatri internazionali di guerra.

Nulla di male ci mancherebbe altro, un lavoro dignitoso svolto peraltro nell’interesse della Nazione; e poi chi fa questa scelta di vita sa anche, in linea di massima, a cosa tendenzialmente va in contro, anche se sempre più spesso certe opzioni discendono da mere esigenze lavorative, proprio per dare uno sbocco professionale alla propria vita in un contesto sociale che, non di rado, è fatto di disoccupazione e connotato da prospettive del proprio futuro non certo idilliache.

Da alcuni giorni, così come ha riportato il Fatto Quotidiano, questo rappresentante del personale “sui generis” ha iniziato uno sciopero della fame per portare all’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica, i diversi procedimenti disciplinari che gli sono stati avviati dall’amministrazione militare.

Girolamo Foti può piacere o no, può rimanere simpatico o antipatico, ma rappresenta comunque migliaia di militari e, quindi, non sta certamente a noi, così come non sta alla politica o agli Stati maggiori giudicare il modo, il livello, la capacità e l’efficienza con cui li rappresenta; l’unico giudice naturale, pertanto, sono solo i suoi elettori ai quali dovrà presentarsi al momento che vi saranno nuove elezioni, così come è già avvenuto nel passato, per ottenere l’eventuale riconferma.

Il dato di fatto è che questo rappresentante del personale è già stato riconfermato più volte nelle file della rappresentanza ai massimi livelli e questo deve far capire ed accettare a tutti che, nel bene o nel male, il personale che rappresenta si sente soddisfatto o quantomeno percepisce come tale questo sentimento.

Il nocciolo del problema, quindi, risiede nel fatto che Foti è considerato un po’ da tutti, a torto o a ragione, un “personaggio” difficile da gestire e persino da tutelare da parte dell’organismo al quale appartiene, perché con il suo modo di fare spesso sopra le righe, di tanto in tanto, cerca di forzare la mano e di uscire da quei paletti, non certo confacenti a chi è deputato alla difesa dei lavoratori in uniforme, che un sistema vecchio e distorto ha volutamente posto.

Il dilemma, non è certo Foti, che ha avuto forse la colpa di giocare a fare il sindacalista, utilizzando un giocattolo che è un semplice surrogato del sindacato e per di più forse lo ha fatto anche in modo intermittente, procurandosi come naturale effetto anche le ire dei suoi colleghi delegati, ma tutto il contesto che lo circonda, fatto di indifferenze e di qualunquismo verso certe delicate tematiche.

Punire un delegato nazionale che rappresenta migliaia di soldati, per di più per questioni di poco conto, che senz’altro esulano dall’attività vera e propria del rappresentante, (sembra per il taglio dei capelli non conforme) è avvilente e dequalificante per la stessa organizzazione e rischia di diventare un pretesto, forse da qualcuno ricercato con astuzia, per far diventare Foti un agnello sacrificale.

Allo stesso modo appare inquietante il rovescio della stessa medaglia, perché mette a nudo l’atteggiamento dei Consigli ai quali Foti fa parte, mostrando in tutta la sua drammaticità anomali sentimenti d’indifferenza verso le sorti di un collega delegato.

In altre parole, il problema di fondo risiede nell’impianto che la classe politica ed i vertici delle Amministrazioni militari hanno inteso ed intendono tuttora mantenere per coloro che tutelano o cercano di tutelare gli interessi del personale, a prescindere se lo fanno bene o lo fanno male, se risultano simpatici o antipatici, se appaiono equilibrati o grotteschi, più o meno nell’indifferenza generalizzata della maggior parte dei delegati.

Un sistema di rappresentanza del personale, quello attuale, aleatorio, privo di certezze ed incardinato all’interno della struttura militare con leggi e leggine, lacci e lacciuoli, regole e cavilli da interpretare all’occorrenza, che non si attagliano di certo alla posizione di chi ricopre un ruolo rappresentativo degli interessi del personale.

Un quadro non certo edificante, quindi, che tutti i delegati conoscono e che, a volte, hanno vissuto, più o meno sulla propria pelle, altre lo hanno tollerato e spesso hanno rinunciato a combatterlo, tranne coloro che si sono attenuti fin da subito alle ferree regole militari che paradossalmente disciplinano e limitano, fino al punto da svuotarlo di reali poteri, il ruolo dei rappresentanti. L’uso forzoso dei regolamenti militari da un lato e la possibilità di rappresentare concretamente i lavoratori in uniforme dall’altro, tuttavia, non vanno proprio d’accordo anzi cozzano profondamente nel peggiore dei modi.

Ma questo, purtroppo, sembra non importare proprio a nessuno, né alla maggior parte dei rappresentanti né tantomeno a molti rappresentati che, troppo spesso, preferiscono vivere con le proprie coscienze sopite.

C’è da interrogarsi, invece, sul perché molti delegati continuano a far finta di nulla e si sono peraltro ben guardati – dopo le sentenze della CEDU (Corte europea per i diritti dell’uomo) che ha sancito l’illegittimità del divieto assoluto dei Paesi membri di poter costituire o aderire ai sindacati, in quanto in contrasto con l’art. 11 della Convenzione, dal votare una precisa mozione per richiedere al Ministro della Difesa ed al Parlamento l’estensione delle libertà sindacali.

Il caso Foti, quindi, con i suoi “vizi e le sue virtù”, rappresenta solo la punta di un iceberg, il naturale epilogo di una vicenda grottesca molto più grande di quello che sembra, dalla quale stare lontano e guardare con freddo cinismo.