Il ruolo della psicologa non è una targa fuori dallo studio. Di Giovanna Ezzis

Pubblichiamo un contributo di pensiero estremamente interessante della dottoressa Giovanna Ezzis, psicologa e psicoterapeuta in sessuologia che gli deriva da un’esperienza professionale trentennale nel settore e da conoscenze specifiche che negli anni l’hanno portata ad esplorare a fondo anche diversi dipendenti del comparto difesa e sicurezza.

Un percorso professionale, quello testimoniato dalla dottoressa, ricco di elementi e di sensazioni sociali ed umane, che ci aiuta senz’altro – con spirito costruttivo – a riflettere e ad attuare politiche utili per migliorare il clima organizzativo degli ambienti di lavoro. 

Ringraziamo la dottoressa Ezzis per il tempo e l’attenzione che ha inteso riservarci, nella piena consapevolezza che questa sua preziosa testimonianza costituirà per noi l’ennesimo spunto per elaborare iniziative di studio e confronto nell’interesse del personale e delle organizzazioni nelle quali lavorano.

                                                                          Associazione Sicurezza Cum Grano Salis

                                                                                     La Segreteria Nazionale

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Da oltre 30 anni ho sempre sostenuto che il mio ruolo di psicologa non era una targa fuori dal mio studio con su scritto un indirizzo terapeutico ben preciso, che mi rappresentasse dopo la laurea, nei miei 12 anni di formazione.

Ciò lo devo ad una mia collega calabrese, che agli inizi della mia carriera professionale con molto garbo mi ha invitato a scendere dal mio piedistallo in cui involontariamente mi ero collocata, (in nome di una formazione analitica conseguita), per divenire una “vera”psicologa al servizio non solo della clinica, ma anche del sociale, del lavoro, della didattica.

Non una strizzacervelli dunque che si occupa soltanto di problemi clinici, ma una professionista che opera per il benessere della persona e della collettività.

In questi anni mi piace pensare di aver contribuito con il mio lavoro ad aiutare l’individuo nel suo cammino di crescita personale. Infatti mi occupo dello sviluppo della persona nella sua totalità.

Qualcuno dei mie colleghi ha scritto “Lo psicologo non è solo quel professionista presente in uno studio privato alle prese con tematiche intime e specifiche, lo psicologo è un professionista che ha le risorse, le competenze, la tecnica, la cultura e la formazione per contribuire al miglioramento globale della nostra società”.

Partendo da questa affermazione mi sento rassicurata ed azzardo un quesito……lo psicologo nella caserma, è un ostacolo o un vantaggio per il militare?

Per diverso tempo non ho saputo darmi una risposta esauriente perché vivevo i pregiudizi legati alla divisa e agli stereotipi di ruolo.

In seguito grazie agli stessi militari ho capito che dovevo andare oltre le paure di stigmatizzazione di alcuni di loro ed offrire l’opportunità a tutto il gruppo di avere all’interno delle caserme lo psicologo come figura di benessere e non soltanto per il disagio.

Dal 1 marzo 2016 i militari della Caserma della Guardia di Finanza di Sassari e Provincia usufruiscono dello Sportello Psicologico in linea con gli obiettivi dell’Ordine degli Psicologi che nella Giornata Nazionale della Psicologia il 5/10/2016 favorisce:

“.. il confronto e la sensibilizzazione sulle tematiche di cui si occupa la professione psicologica attraverso una corretta informazione e occasioni di approfondimento su temi sensibili, quali la promozione della persona, delle relazioni umane, della convivenza, la lotta alle diverse forme di disagio e fragilità, il benessere dei singoli, delle organizzazioni e delle comunità”.

Inoltre l’attività dello sportello è in linea con ” il CNOP (Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi) perché aderisce alla campagna Ambienti di lavoro sani e sicuri ad ogni età lanciata dall’Agenzia Europea per la salute e la sicurezza del lavoro (EU-OSHA)”.

Dall’attenta osservazione in questi mesi ho rilevato che la vita di un militare è scandita nel tempo da impegni lavorativi, famigliari e quando è possibile sociali.

Un terzo della loro giornata alcuni la trascorrono al servizio del lavoro, relazionando con i colleghi e superiori cercando di mantenere un equilibrio ed una diplomazia nonostante lo stress generato dall’impegno nello svolgere le mansioni professionali. Altri di loro poichè vivono lontano dalle famiglie, dedicano l’intera giornata alla professione militare.

E’ chiaro che non è soltanto il lavoro in sé che genera in loro disagio, ma il contesto di relazioni con l’ambiente famigliare, sentimentale e lavorativo a volte percepito come ostile.

Anzi il lavoro in alcuni casi fa da deterrente ed allontana lo stress soprattutto se è svolto in modo soddisfacente.

Sul lavoro si costruiscono alleanze e collaborazione privilegiate basate sulla simpatia, sulle convenienze e sull’amicizia. Purtroppo non sempre è così, per contro si scatenano antipatie e modalità di reazione decisamente critiche tra colleghi e superiori. 

Nella breve esperienza professionale con i militari in genere nel mio studio e in particolare con i militari della Guardia di Finanza ho rilevato tra i fattori sottostanti al burn-out, il crollo del senso di appartenenza e il conflitto di valori.

Assenze queste che potrebbero spiegare la disaffezione al proprio lavoro, alla propria divisa e la ricerca ad ogni costo del sintomo per collocarsi in pensione lontano dalla caserma e dai valori del Corpo, in una vera e propria fuga, distante da ciò che prima rappresentava motivo di orgoglio e condivisione di sentimenti e di emozioni forti.

Al contrario, scrive in una poesia un militare Dorino Bon “….Ti ho indossata/sopra la mia fragilità/Sentendo tutto il peso/ Che ha fortificato il mio cammino/Sono cresciuto dentro di te/ Dentro l’immenso colore dei tuoi ideali/Che hanno riscaldato i miei giorni/Facendo maturare la mia vita….”

Una bellissima dichiarazione d’amore, di gratitudine in cui si sviluppa il senso di appartenenza della persona. La divisa vissuta non come un capo di abbigliamento qualsiasi, ma un codice di comunicazione che trasmette a quanti la indossano i valori ed il sentimento affettivo verso i simboli del gruppo. La sincronia che si crea dovrebbe riflettere profondità di legame fra il militare ed il proprio Corpo, allontanandolo così dallo spettro dell’abbandono e della solitudine.

Perché lo psicologo per migliorare la qualità della vita nelle caserme? Due risposte.

La prima: perché le Caserme dovrebbero tornare ad essere quelle che un tempo erano per i militari, ” luoghi di lavoro a cui appartenevi e, a volte condividevi con la tua Famiglia”. Non luoghi estranei da evitare perché vissuti come ostili.

La seconda risposta è in questo frammento della saggezza popolare di Robin Hood.

Robin consiglia un giovane seguace:< Raccontaci i tuoi problemi e parla liberamente. Un fiume di parole allevia sempre le pene del cuore; è come aprire lo scarico quando la chiusa del mulino è troppo piena>.

E’ molto vero, un cuore oppresso dalla preoccupazione ha bisogno di essere alleggerito, perché possa ritornare a battere regolarmente e ridare vigore al “Corpo”.

Sassari 5/12/2016

Curriculum professionale

                                                                                                               *Psicologa e Psicoterapeuta in Sessuologia