Criminalità, politica e tangenti: lo spaccato di un’Italia che non vuol cambiare. Di Eliseo Taverna

 

E’ accaduto nuovamente. Dopo lo scandalo del Mose che ha mostrato, nella sua peggiore drammaticità, fino a che punto arrivano gli intrecci tra politica, imprernditoria ed Istituzioni, abbiamo assistito nei giorni scorsi ad un nuovo scandalo che coinvolge autorevoli esponenti del Comune di Roma dove – sentendo gli inquirenti – politica, settori della criminalita’ ed Istituzioni erano, ancora una volta, un tutt’uno con il fine di condividere affari loschi e condizionare gli appalti pubblici.
L’ennesima dimostrazione che tutto ciò che tocca la politica viene condizionato, inquinato e distrutto.
Di questi fatti sono piene le cronache giudiziarie. E’ vero, ormai non fanno nemmeno piu’ notizia. Ormai si dà per scontato che certe cose accadano, a seguito di una facile equazione che vede semplicemente la politica equivalere ad intrecci e malaffare.
Il problema purtroppo é alla radice, alla fonte e risiede soprattutto nel modo di concepire la politica stessa.
Per pochi, la gestione corretta della cosa pubblica – nell’interesse collettivo – per molti altri, invece, solo un mezzo per fare carriera, per gestire il potere, per oliare la macchina dei partiti, spesso semplicemente un modo per arricchirsi.
D’altronde, già a suo tempo, il sociologo Max Weber, uno dei padri fondatori dello studio moderno della sociologia e della Pubblica Amministrazione, aveva teorizzato che la politica fosse solo aspirazione al potere e monopolio legittimo dell’uso della forza.
E’ inevitabile, che la rabbia delle tante persone perbene, che si alzano la mattina per andare a lavoro o vivono con l’incertezza di non sapere se riusciranno a sbarcare il lunario, si mescola all’indignazione.
D’altro canto, mentre ai cittadini si continuano a chiedere sacrifici, s’impongono balzelli e gabelle di ogni genere, chi per primo dovrebbe dare l’esempio continua a rubare ed a gestire il bene pubblico in spregio all’interesse collettivo,  incurante di questi immensi sacrifici che si chiedono alla collettività.
Tuttavia, anziché far scattare nelle proprie menti una forte indignazione o un motto di ribellione, le stesse sono  pervase da sentimenti d’indifferenza, che troppo spesso, purtroppo, sfociano nella rassegnazione.
E’ vero, chi ha sbagliato pagherà difronte alla giustizia, ma questo non basta più, perché con questo modo di agire hanno rubato il futuro ai nostri figli ai quali, con queste premesse, non rimane altro da fare che rifuggire in altri Paesi, dove il senso del bene comune ed il rispetto delle istituzioni sono tutt’altra cosa.
Ad onor del vero, c’e’ da dire che in un Paese normale le persone che concepiscono la politica come un mero centro di potere o di arricchimento personale sarebbero state gia’ annientate con l’isolamento sociale ed ancor di piu’ spazzate via da un severo giudizio elettorale, senza possibilita’ di appello.

In Italia no, si continua a rispettare ed adulare certi personaggi scaltri, talvolta evidentemente squallidi, a dare loro la forza e la legittimazione per continuare a sedere negli scranni del potere.
Ognuno, quindi, nel suo piccolo, anche se si sente profondamente indignato, e’ chiamato a farsi un esame di coscienza ed a recitare un profondo mea culpa.