Contratti, si rischia un buco da 35 miliardi. Di Roberto Giovannini – La Stampa

5 Giugno 2015

13 Miliardi.  L’aumento della spesa nel 2016 se la Consulta boccerà il blocco degli stipendi nella Pubblica Amministrazione.

5 anni. La contrattazione a livello nazionale per i dipendenti pubblici è stata bloccata nel 2010 da un decreto

I SINDACATI: NUMERI GONFIATI PER FARE PRESSIONE SULLA CORTE COSTITUZIONALE CHE IL 23 GIUGNO DECIDE SUL RICORSO

L’Avvocatura dello Stato: è il conto da pagare se la Consulta boccerà lo stop agli aumenti per gli statali

Roma. Evidentemente all’Avvocatura dello Stato (e al governo, che è lo specialissimo «cliente» di questo specialissimo gruppo di avvocati) si è pensato bene di far tutto il necessario per evitare una riedizione del disastro della sentenza della Consulta sulle pensioni di qualche settimana fa. E così, nella memoria depositata alla Corte Costituzionale – che il 23 giugno in un’udienza valuterà la questione di legittimità costituzionale del blocco della contrattazione nel pubblico impiego – l’Avvocatura ha scritto che un eventuale sì della Consulta alle ragioni dei sindacati che hanno ricorso costerebbe alle Casse dello Stato la bellezza di 35 miliardi di euro per il periodo 2010-2015, e circa 13 miliardi «con effetto strutturale» dal 2016 in poi. Difficile dire se i conti dell’Avvocatura dello Stato siano giusti o un po’ «abbondanti», come pure normalmente fanno i legali in questi casi. Quel che è certo è che dopo il pasticcio delle pensioni il governo vuole limitare al massimo i rischi. A suo tempo, in tema di perequazione delle pensioni, si disse che gli avvocati dello Stato erano andati con mano leggera, sottostimando i costi. Stavolta si è andati in direzione del tutto opposta. Fino a sparare una cifra che (questo è l’intento) terrorizzerà i giudici costituzionali invitandoli a respingere il ricorso per il ripristino della contrattazione a livello nazionale per i dipendenti pubblici, bloccata nel 2010 da un decreto di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti e sempre riproposto dai governi successivi, compreso quello Renzi. Dal 2010, come noto, i «pubblici» non hanno avuto aumenti salariali contrattuali. Un’operazione molto severa che proseguirà per un altro triennio. La tesi dell’Avvocatura è che se la Consulta desse ragione ai ricorrenti ci sarebbe un impatto economico monstre. E di tali impatti, si legge nella memoria depositata, «non si può non tenere conto a seguito della riforma costituzionale», che ha riscritto l’art. 81 della Costituzione e impone allo Stato di assicurare l’equilibrio fra le entrate e le spese del proprio bilancio. E poi, dice il governo, comunque attività contrattuale c’è stata, sia pure soltanto nella contrattazione integrativa. In questi giorni alla Consulta, dicono i bene informati, tira un’aria favorevole al governo, dopo tutte le polemiche relative alle pensioni. È probabile dunque che verranno respinti i due ricorsi da esaminare contro il blocco dei contratti pubblici, uno presentato da una serie di sigle minori del pubblico impiego (Flp, Fialp, Gilda-Unams, Confedir, Cse) e l’altro da 60 dipendenti degli uffici giudiziari di Ravenna e dal sindacato autonomo Confsal-Unsa. A far sperare i ricorrenti c’è però il fatto che il giudice costituzionale relatore della causa sia proprio Silvana Sciarra, che fu relatrice anche della causa sul blocco della perequazione delle pensioni che la Corte ha poi giudicato incostituzionale.

I dubbi degli esperti. In realtà la stima economica dell’impatto fatta dall’Avvocatura sembra poco seria un po’ a tutti: un esperto come Giuliano Cazzola – che pure afferma che «non c’è alcuna disposizione di rango costituzionale che imponga di rinnovare periodicamente i contratti di lavoro» dice che sono numeri «non dimostrati né dimostrabili». «Cifre paradossali», dicono Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili (rispettivamente segretari generali di FpCgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uil-Pa). «Milioni di lavoratori pubblici si aspettano giustizia dalla sentenza della Corte costituzionale – affermano i sindacalisti in una nota unitaria – ma sanno benissimo che è il governo a tenere fermi i contratti».