Infortunio in itinere: presupposti e limiti della sua riconoscibilità. di Lidia Sgotto Ciabattini*

01 febbraio 2016

Buongiorno,
ho subìto un’ infortunio in itinere (a mio parere) sulle scale condominiali, mentre mi stavo recando a lavoro.
Oggi, mi è stato notificato il provvedimento con il quale il mio infortunio non viene riconosciuto dipendente da causa di servizio, perché la norma  presuppone che l’infortunio si verifichi nella pubblica strada o, comunque, non in luoghi identificabili con quelli di esclusiva (o comune) proprietà del lavoratore.
Ma io sono uscito di casa per recarmi a lavoro,  come anche indicato nella norma …….”””percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro”””.
Leggendo anche i vari riferimenti normativi, mi è difficile distinguere tra una caduta con una eventuale distorsione del ginocchio capitata sulle scale condominiali, quindi con percorso per l’ufficio già iniziato, ed una caduta ugualmente accidentale per strada, verificatesi entrambe con le stesse modalità e senza l’intervento volontario o involontario di terzi.
Perché i Sigg. Giudici interpretano in modo diverso?

Detto ciò, ci possano essere gli estremi per approntare un ricorso sulla base della normativa vigente? O sarebbero energie e risorse mal spese?
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Risponde l’avvocato Lidia Sgotto Ciabattini, *Giuslavorista Patrocinante in Cassazione:
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La distinzione tra i concetti di infortunio sul lavoro e infortunio in itinere si basa essenzialmente sulla necessità di estendere le tutele e le diverse forme risarcitorie, contemplate dalla legge per l’infortunio occorso all’interno dei luoghi di lavoro, anche agli incidenti subìti al di fuori di questi ed  a lungo esclusi da qualsiasi protezione.

La pressante opera di convincimento messa in atto da una giurisprudenza di merito assolutamente univoca, ha, infatti, indotto il legislatore a dettare una apposita disciplina per l’indennizzabilità  degli infortuni connessi non i con rischi specifici del lavoro, ma con lo svolgimento di un’attività che, benché estranea, risulti strettamente funzionale e riconducibile ad esso.

Il D. Lgs. N.38/200 ha riconosciuto tale principio, aggiungendo un comma all’art. 2 del D.P.R. n.1124/1965 che, fino ad allora, dettava i criteri di qualificazione dei soli  infortuni indennizzabili, cioè quelli all’interno dell’azienda.

E’ stato così identificato come riconducibile alla  generale protezione da applicarsi  a questi  infortuni  anche l’infortunio verificatosi lungo il normale tragitto percorso dal lavoratore dall’abitazione al luogo di lavoro, a piedi, con mezzi sia pubblici che  privati, in assenza dei primi, purché non siano avvenute interruzioni o deviazioni non necessarie.

La riconosciuta indennizzabilità è, tuttavia, condizionata da una corretta lettura dei termini che delimitano il nesso di causalità indispensabile per collegare la tutela al rapporto lavorativo instaurato.

Il primo termine da analizzare è quello che riguarda  lo spazio di operatività della tutela, quindi la precisazione del luogo di inizio del tragitto rilevante ai fini dell’inclusione nella tutela. Tale luogo è, indubbiamente, quello esterno alle mura domestiche dell’abitazione, sia essa residenza o domicilio abituale, che segnano il vero e proprio confine da cui parte il percorso tutelato.

Occorre, pertanto, che il lavoratore si sia già immesso in una strada pubblica, allontanandosi inequivocabilmente dall’ambito  di sua pertinenza o  proprietà, esclusiva o comune, come le scale, i cortili e le aree condominiali, il portone, i vialetti interni ai complessi residenziali (se non aperti al transito riservato ai soli veicoli dei residenti).

In questo senso si è espressa chiaramente la Suprema Corte (Cass. sez. Lav., n.15777/2007), con decisione rimasta immodificata.

L’infortunio avvenuto sulle scale di casa, pertanto, non è ascrivibile in alcun modo alla tipologia degli infortuni in itinere, poiché l’elemento determinante non è quello dell’indubbia destinazione del raggiungimento della sede di lavoro, ma la permanenza all’interno di una sfera domestica nella quale, tutt’al più, è possibile ravvisarsi una responsabilità di chi si occupa della manutenzione o della pulizia delle scale su cui l’incidente è avvenuto.

Peraltro, l’utilizzo delle scale condominiali, sia pure in orario compatibile con l’esigenza di puntualità, non esclude intenti diversi da quello di recarsi  al lavoro (raccolta della posta, dei rifiuti, accesso allo scantinato o alla soffitta, visita a vicini,  ecc .ecc.)

Il rischio specifico, richiesto per i benefici della tutela, esige, in sostanza, un effettivo spostamento spaziale  del lavoratore che, uscito ormai dal suo ambiente privato, si sia immesso in quello propriamente pubblico, iniziando il tragitto che lo condurrà al posto di lavoro (Cfr. anche TAR Calabria, sentenza 13 aprile  2015, nr. 369).

Si segnala, ad ogni buon conto, che il condominio, in quanto custode della scala dove si è verificato l’incidente, può essere chiamato in giudizio ex art. 2051, per il risarcimento del danno, causato da una condotta commissiva od omissiva nell’esercizio della custodia (ad es. gradino rotto, bagnato, sdrucciolevole ecc.ecc.), a meno che si possa provare il caso fortuito, conseguente  esclusivamente alla eccezionalità, alla imprevedibilità o all’inevitabilità dell’evento (cfr. Cass. Civ. Sez. III, sentenza nr. 2284/2006, su indirizzo consolidato).