Unità o dualità di mente e corpo ? Quali conseguenze nell’ambiente di lavoro?

Unità o dualità di mente e corpo ? Quali conseguenze nell’ambiente di lavoro ?

di Massimiliano Salce

Senza la necessità di aver dovuto intraprendere degli studi specifici la mia, la nostra stessa esistenza ci suggerisce che qualcosa di più profondo e particolare deve esserci e c’è al di là del semplice dualismo corpo e mente,  cui ci ha abituato la cultura e la tradizione occidentale.

Un sentire forse fin troppo semplicistico almeno fino alla soglia dei 20 anni e passa, soglia che sembra segnare la definitiva maturazione di altre strutture cerebrali, quelle frontali, deputate a gestire quella dinamicità,  a tratti  folle,  che ci deriva dall’uso sfrenato di quelle  situate poco più sotto rispetto alle citate.

Tutti noi così abbiamo sperimentato ed iniziamo a riflettere, dai 20-25 anni in su, una certa unicità tra corpo e mente se non addirittura essere la stessa cosa.

Da questo discorso, non me ne vogliano i cappellani militari e altri,  sarà tenuto fuori l’aspetto religioso,   non per rigore scientifico ma in quanto aspetto, direi anche necessario ma complicato qui a spiegarsi in termini psicofisici,  laddove per religione non intendo uno specifico credo confessionale ma appunto  un aspetto dello psichico ( e del corpo )  che apre a più profonde  riflessioni e alla richiesta di maggiori spazi, significando che comunque detto aspetto ha la  sua valenza ancora in gran parte da esplorare, se è vero come è vero, esistono fenomeni ancora a noi incomprensibili e  comunque che dispiegano i loro effetti, spesso miracolosi o inspiegabili sul piano fisico e  che non siano solo quelli tossici di gente che non ha altro meglio da fare che ammazzarsi il nome di un presunto dio che ritengono di avere in tasca o al loro servizio in quanto suoi devoti.

Che qualcosa nel sentire comune, dicevamo,  faccia intuire che il corpo è tutt’altro che una parte separata dalla mente o dalle funzioni cerebrali è dato da più semplici e concreti  aspetti riferibili non già   dallo scienziato ma anche dal semplice uomo di strada rappresentato da tutti noi.

Tant’è , per dirla con Galimberti , che quando sto male fisicamente dico appunto che : “sto male” , “mi sento male” e non : “il mio corpo sta male” , così che nella malattia si ricompone quella unicità tra interiorità e corpo,  di solito non avvertita quando si sta bene, dove cessa quella strana  schizofrenia (scissione) che ci fa sentire  il proprio corpo come  non esistente ma ciò che percepisco è solo il mio stato interiore di benessere.

 O non si spiega altrimenti questa riscoperta a tratti un po’ modaiola, delle terme o delle “spa” dove si va, al di là del gusto un po’ sadico di  inserire poi  le foto su Facebook da far vedere a chi è rimasto al lavoro, per far star bene il corpo ma in ciò ricercando, in realtà, il benessere per la mente o quantomeno anche quello interiore.

Forse perché allora, potremmo iniziare a dire e concludere, che corpo e mente in realtà sono un’unica dimensione o facenti parte di un’unica dimensione.

O per altri versi quando strapazzati non tanto nel fisico, ci siamo per anni strapazzati piuttosto nel mentale sui luoghi di lavoro con  la conseguenza di  non aver preso (vigendo un codice penale severo)   in maniera salutare  le armi e dato luogo ad una  strage finalizzata a farci ritrovare quella omeostasi organica complessiva, eliminando i disturbatori,  quanto piuttosto aver dato inizio ad una serie di problematiche a carico dell’apparato cardiocircolatorio che nella migliore delle ipotesi assumono il nome di pressione alta e conseguente necessità di prendere la pasticca quotidiana.

O potendo scegliere sono iniziati i problemi di gastrite.

Se non di peggio.

I più anziani ricorderanno il caso “Tortora” e come si iniziò un drammatico dibattito, soprattutto fuori dai circuiti medico accademici,  circa quella forma tumorale che aggredì il presentatore dopo quella ignobile e gratuita  disavventura giudiziaria che gli fu inflitta e come essa progredì in una particolare, sospetta e alquanto significativa,  sequenza  temporale.

Forse, con notevole ritardo tipico dell’occidente in molti settori, tutto ciò avrebbe dovuto farci notare già da tempo che quel dualismo tra mente (o anima)  e corpo  introdotto dai miti  orfici, proseguito con Platone fino a Cartesio, non era poi così fondato ,  potendosi così ribaltare tranquillamente il “cogito ergo sum” in “Sum Ergo Cogito” cioè sono fisicità dunque penso e sento perché noi siamo essenzialmente corporeità sia nella dimensione fisica ,  sia emozionale,  sia spirituale che non è una contraddizione in termini laddove anche i cattolici dovrebbero ricordare che in un passo delle Sacre Scritture è detto che “il corpo è il tempio dello spirito” ,  con ciò non affermando un ulteriore dualismo quanto una unicità e cioè lo spirito vive per mezzo del suo corpo o in esso si manifesta,  in una integralità affascinante e non duale.

Così che nel “credo” che recitano i cattolici si cita la resurrezione dei morti e cioè della carne e non del solo spirito.

Peraltro come ben sa la tradizione napoletana,  proseguendo in questo smantellamento  intuitivo che noi tutti riusciamo a fare della dualità ,  nell’arte della preparazione del caffè,  con una strana ed apposita caffettiera che non è funzionale  ad un limitarsi ad assumere una sostanza psicostimolante,  quale è  la caffeina ma è un rito che coinvolge corpo e spirito riconducendolo ad una momentanea , riconosciuta, armonia di unità,  che dona benessere psicofisico,  nè più nè meno come la cerimonia del tè in Oriente,  a testimonianza di un pregresso e profondo sapere che riguarda l’interiorità e che si rivela nelle tradizioni popolari.

Senza allora la necessità di dover intraprendere un corso universitario in psiconeuroendocrinoimmunologia,  che tradotto in termini più semplici vuol dire che i tre  sistemi e cioè il nervoso, endocrino, immunitario  comunicano (sorpresa!) tra loro e sono orchestrati dalla continua interazione tra mondo interiore e mondo esterno, con un timoniere al comando che è lo psichico, che comunque è sia organico , sia   simbolico rappresentativo ideativo e linguistico  e dunque fisico, tutti intuiranno che laddove questi sistemi componenti questo strano termine, oggi corrente di studi,  dovessero andare fuori controllo o in squilibrio, inizia una serie di guai  di non poco conto.

Cosa concludere?

Il nostro sistema organizzativo, lavorativo, relazionale, gli obiettivi che ci poniamo,  possono non tenere conto o  essere sovraordinati a questo complesso apparato o dovremmo ripensare il tutto?

Vogliamo autoimporci l’impossibile o mediare?

Vogliamo lasciare a piede libero gli incapaci di gestire una accettabile relazione umana, gli anaffettivi o forse sarebbe necessario rieducarli, specie quando se ne vanno con una pistola in tasca ed hanno posti di comando?

I miti della gloria, del superuomo, del “dovere o morte” sono valori o sono piuttosto sovrastrutture (in)culturali da rivedere e rimodulare, senza essere necessariamente tracciati di disfattismo?

O in altri termini, evangelici,  “l’uomo è stato creato per il sabato o il sabato è stato creato per l’uomo”?

O, concludendo,  ipertensioni,  gastriti,  forme tumorali,  debilitazione organiche,  egodistonie profonde, disagi esistenziali, malesseri, depressioni, ansia fuori controllo, insonnia, suicidi, di-stress,  figli abbandonati a se stessi e quindi futuri uomini o donne problematici, sono accettabili  prezzi da pagare o possiamo rivedere continuamente i nostri ambienti di lavoro,  se è vero come è vero che per di più i sacri tempi del profitto, quali molte aziende del nord America e tedesche stanno ripensando il ruolo dell’uomo lavoratore con innovazioni che sarebbero suonate sacrileghe fino al secolo scorso?

Chi ha in mano le leve decisionali, a qualsiasi livello,  è bene rifletta.

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