Suicidio e solitudine negli ambienti militari. Di Massimiliano Salce

Suicidio e solitudine negli ambienti militari

di Massimiliano Salce

In un intervento consultabile all’indirizzo internet http://news-town.it/cultura-e-societa/22113-la-solitudine,-condizione-esistenziale-prodotto-della-modernit%C3%A0.html il Prof. Enrico Perilli dell’Università degli studi dell’Aquila, tratta il problema del suicidio in relazione alla solitudine.

Una condizione del vivere, questa della solitudine, che non deve sembrare contraddittoria a causa della esponenziale diffusione dei mezzi di comunicazione che pervade l’odierna società e che appaiono piuttosto dei sostituti della presenza fisica , a mezzo dei quali non esporsi direttamente, richiudersi più che aumentare le possibilità di interazione.

Così l’Autore dell’articolo : “Le ricerche sociologiche ci restituiscono un quadro sconfortante: 8,5 milioni di italiani vivono da soli, molti di più si sentono soli senza il conforto di una persona che li ami, di un amico, di un parente; il 13,5% degli italiani (dati Eurostat) dichiara di non avere nessuno a cui rivolgersi nei momenti di difficoltà; il 12% non sa indicare una persona con la quale si confida; Telefono Amico è un punto di riferimento per milioni di persone e la traccia più scelta all’esame di maturità di quest’anno è stata quella sui diversi volti della solitudine!”

Ed ancora : “In questa realtà si strutturano dei legami che vicendevolmente si amplificano, come quello tra solitudine e paura. Non sapere dov’è e qual è la verità delle informazioni che i media trasmettono, non capire chi è realmente il buono e il cattivo, osservare come i valori umani vengono calpestati da chi li sbandiera retoricamente , creare continui allarmi che mettono a repentaglio la nostra vita, il nostro benessere, il nostro Paese, invitare ad armarsi per difendersi e tanto altro ancora, genera negli individui soli, senza mappe culturali di riferimento (alla luce del dissolvimento di più istituti in quella che Baumann enuncia come società liquida n.d.r. ) , un sentimento di profondo smarrimento e angoscia che diviene paura.”

In ambito militare (che è un ambito di per sé già peculiare in quanto a caratteristiche specifiche dove il gerarchico spinto all’estremo può essere elemento funzionale ma può anche essere elemento di pressione eccessivo dell’individuo, specie ove sia incarnato da scarsa intelligenza, ansiogenicità, formalismo eccessivo con scarsa attenzione al rapporto umano) , il pensiero non può che andare a molti, se non tutti, che rivestono questa appartenenza e che ricoprendo ogni possibile grado , si trovano ad essere soli a causa del lavoro ormai così strutturato da secoli.

Situazione piuttosto diffusa a ben guardare e che sembra inconcepibile in un ambiente costituito da più persone come quello militare.

Già chi si trovi a leggere in questo momento il presente articolo , è molto probabile sia una persona che è sola nel senso di lontananza dai propri affetti che incontra nel fine settimana, oppure sola nel tipo di servizio che ha svolto o stia svolgendo (nel qual caso la presente lettura è da considerarsi pausa caffè onde non cadere nelle ire dei superiori) od anche sola in quanto in posizione apicale in  una direzione di un ufficio presso il quale permane dopo che tutti sono andati via, sola con il suo bagaglio di pensieri, a ruota libera, come spesso accade in questi casi. O sola in un corpo di guardia di notte. O in un ufficio di sabato. Sebbene nell’edificio possa esservi qualche altra presenza nelle stanze contigue.

Spesso si suol dire : il comandante è una persona sola. Per funzione. Per ruolo. Ci sarebbe da aggiungere che molti militari sono persone sole. E quel che appare più paradossale e a tratti tragico: è che si è soli tra gli stessi comandanti. Soli tra loro allorquando l’unica forma di comunicazione sembra riguardare il servizio. Carte, scadenze, impegni, risultati.  Così come tra gli stessi militari. Stesso copione.

Evidentemente allora il concetto di solitudine, in questo settore particolare del sociale, potrebbe apparire quello di tipo fisico ma si sa che la solitudine fisica (laddove non volutamente ricercata in un ambiente rigenerante) richiama inevitabilmente quella interiore , accendendosi tutta una serie di meccanismi di pensiero e di schemi riflessivi , peculiari di quando si è soli  e diversi da quelli quando si è in compagnia.

E nè lo stare insieme in un ambiente fisico equivale ad essere “non soli”.

Non considerando che possiamo essere in molti nello stesso luogo  ma siamo soli se non comunichiamo , se non sappiamo comunicare, se siamo conflittuali.

Quale il problema ? Senza essere pratici di cognizioni del funzionamento psichico, quadri personali già di per sé piuttosto stressati, con qualche preoccupazione di troppo, uniti o meno ad una sensazione di una spersonalizzazione, data da certi tipi di attività lavorativa che appare ripetitiva, non appagante, sacrificata, disgregante, alla mercè della  insensibilità dell’apparato e dell’ambiente  produttivo, (laddove questo diventi per di più un vuoto raggiungere numeri, prodotto, risultato), specie rispetto ad un vissuto del passato diverso,  possono essere seriamente dannosi o predisponenti per ideazioni suicidarie quando sul fronte del privato o familiare vi siano altrettanti quadri di mancata realizzazione o parimenti problematici, in una ruota esiziale autoalimentante.

Perché in fondo di suicidio può parlarsi se:

  • non vedo più futuro nella mia esistenza ,
  •  il presente è insopportabile,
  •  il passato si riempie di rimpianti e lo si vede come una trascorsa inutilità dove i “se avessi”, “se non avessi”, “era meglio che” , prendono il sopravvento.

Lasciando fuori da questo discorso il suicidio affermazione-protesta.

Così che , continua Perilli , : “Sperimentare l’umanità è diventato un difficile esercizio nel nostro mondo, nelle nostre città sempre più caratterizzate da chiusura ed esclusione. Perché l’umanità è relazione e comunione. Troppo difficile per sempre più persone, che quindi scelgono di non scegliere più, come la madre suicida. Suprema affermazione di libertà che si fa perdita della libertà stessa. Appena un attimo di silenzio, poi riprendiamo, la corsa senza meta.”

“Riprendere la corsa”. Così come spesso facciamo dopo che un suicidio ha colpito un nostro ambiente.

Nell’iniziare a guardarsi attorno negli ambienti che si vivono ed essere “presenza” vera, positiva, costruttiva per chi è con noi , può in piccola parte dare un contributo importante ad evitare il vuoto che si è fatto strada. O, ancor meglio, comprenderlo nella sua stessa intima profondità. Anche a costo di fermarsi un momento (e di più) con coloro i quali viviamo ed uscire dal vortice che non ci fa vedere quella “gestalt” della quale in realtà siamo parte integrante e non soggetti esclusi, fuori campo.

Per contatti:   massimilianosalce@yahoo.it

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