Suicidi nelle forze dell’ordine:perche’ le persone se ne vanno via per sempre con la stessa semplicita’ con la quale si esce di casa la mattina.*

Nelle ultime settimane, purtroppo, ed anche nei giorni scorsi, abbiamo appreso la notizia di ennesimi suicidi tra gli operatori di Polizia e della Difesa.

Notizie che ci sconvolgono profondamente e che ci fanno riflettere ancora una volta profondamente, su questo male oscuro che ciclicamente colpisce con una drammatica periodicità il personale dei Corpi di Polizia.

Qualcuno, anni fa, in occasione dell’ennesimo evento drammatico, scrisse queste parole, senz’altro cariche di significato, ma che lasciano spazio ad importanti spunti di riflessione, nell’auspicio che non possa e non debba essere questo il tragico epilogo di chi vive momenti di disagio personali, familiari o lavorativi:

“Il lavoro che fate vi richiede solo di essere macchine perfettamente efficienti; ne siete tutti consapevoli. E’ anche per questo che tirate dritto come i muli e come un mulo ogni tanto qualcuno crolla e non si rialza più…questa è la realtà.”

Sono anni che, come Associazione, affrontiamo questa grave problematica dei suicidi, spesso da osservatori esterni del fenomeno e con dati appresi dalla stampa, in quanto e’ facilmente immaginabile il riserbo che ruota attorno al fenomeno, ma anche con un approccio scientifico grazie ai convegni e seminari che abbiamo organizzato sul territorio nazionale, nei quali abbiamo coinvolto illustri psicologi e psicoterapeuti.

Piu’ volte abbiamo sentito parlare del fatto che il suicidio dell’appartenente alle Forze di Polizia e’ il frutto di una serie di fattori e di concause che nascondono un malessere profondo e che, originando dalla sfera familiare, relazionale o amicale in primis, possono facilmente estendersi al contesto lavorativo.

In altre parole, nonostante il lavoro sia sempre risultato il contesto meno condizionante, rispetto agli altri ambiti, non e’ esente in assoluto dall’essere prolifico di particolari fonti di stress o di disagio.

Non sono, peraltro, da sottovalutare le sottoculture antagoniste che si sviluppano all’interno degli ambienti di lavoro da parte di gruppi di lavoratori, cosi’ come il conflitto tra valori che puo’ colpire chi e’ chiamato ad essere un ferreo applicatore della legge in una societa’ che non sempre e’ in grado di riconoscere meriti e valorizzare le persone, nonche’ la capacita’ di resilienza alle fonti di stress ed ai carichi di lavoro dei singoli operatori.

Privare della liberta’ qualcuno, svolgere indagini su delitti efferati, dalle quali emergono le miserie dell’essere umano o semplicemente partecipare ad operazioni di ordine pubblico o di soccorso in particolari contesti, comportano senz’altro forti sollecitazioni psicologiche.

Il possesso di un’arma, peraltro, e’ stato scientificamente ritenuto un elemento agevolativo del gesto suicida, nel momento in cui l’operatore ha perso ogni riferimento è non vede piu’ alcuna via d’uscita di fronte ai problemi che si trova a vivere.

Problemi, di cui molto spesso l’operatore di Polizia fa molta piu’ fatica di altri a condividere con qualcuno: semplice collega o familiare.

Proprio a causa di quell’immaginario collettivo che considera gli operatori come “macchine perfettamente efficienti“, oppure semplicemente per vegogna.

L’operatore di Polizia, invece, seppur formato ed abituato a ricoprire certi ruoli in contesti stressanti, e’ tutt’altro che una macchina, vive le stesse emozioni e gli analoghi sentimenti di ogni essere umano e con essi molto spesso si trova a fare i conti.

Il numero dei suicidi, pertanto, che risulta sempre piu’ importante, deve scuotere le coscienze di chi ha responsabilita’ di Comando ai massimi livelli all’interno delle Amministrazioni del comparto.

Infatti, anche se le cause di questi drammi generalmente originano da una miscela di problematiche che nascono e si alimentano nella sfera privata, bisogna acquisire consapevolezza che l’operatore di Polizia non svolge un lavoro qualunque, non certamente facile, ne’ tantomeno esente da condizionamenti psicologici.

In un’unica parola, in pratica, si parla di Alessitimia, ovvero mal di vivere, che solo un contesto lavorativo attento, nel quale vige ed e’ forte un senso “alto” di comunita’ e di vicinanza, puo’ contribuire a prevenire.

Una condizione che conduce nell’oblio nel momento in cui una persona percepisce o e’ convinto che non vi sia piu’ alcun appiglio a cui aggrapparsi rispetto alla condizione che si trova a vivere.

Purtroppo la societa’ e’ cambiata, ovviamente in peggio, ed anche le caserme – nonostante gli sforzi di alcuni e l’avvio di forme di assistenza psicologica – da sempre considerate dagli studiosi non certamente i luoghi migliori dove aprirsi e confidare le proprie problematiche, continuano ad essere contesti particolari dove spesso la routine ed i ritmi frenetici della peculiare attivita’ lavorativa allontanano dalle problematiche dei singoli e disumanizzano i rapporti, minando o vanificando quello che dovrebbe essere lo “spirito di corpo”.

Ancora una volta, pertanto, ci troviamo a riflettere del perche’ alcuni nostri colleghi se ne vanno per sempre, con la stessa facilita’ con cui si esce di casa la mattina, senza che nessuno se ne accorga.

E’ per questo che insieme all’Associazione Cerchio Blu – in soccorso dell’emergenza – abbiamo attivitato una Help Line raggiungibile dalla Home Page del nostro sito, alla quale i soci delle due Associazioni possono rivolgersi – anche nel completo anonimato – per esporre le proprie problematiche, chiedere consigli e manifestare i propri disagi o semplicemente per parlare con una voce amica.

Il servizio, che e’ completamente gratuito,  e’ curato da tre psicologhe di Cerchio Blu, regolarmente iscrittie all’albo.

*Eliseo Taverna

Segretario Generale Associazione Sicurezza Cum Grano Salis

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