Truffa sui blindati in Afghanistan, colonnello coinvolto trovato impiccato. Probabile suicidio. La Repubblica.it

7 aprile 2017

ROMA – Un colonnello di 50 anni è stato trovato impiccato questa mattina in un ufficio del Comando Truppe alpine di Bolzano. Il Comando per il momento si limita a confermare, senza aggiungere particolari. Anche se, dalle poche informazioni che trapelano, non sembrano esservi dubbi che si sia trattato di suicidio. Sarebbe stata la moglie dell’ufficiale a far scattare le ricerche, non avendolo visto rientrare.

Potrebbe trattarsi di una piccola e mesta pagina di microcronaca dalle caserme italiane. Ma dietro quello che al momento è un presunto suicidio potrebbe esserci molto di più. Perché il colonnello era uno dei sei ufficiali rinviati a giudizio per truffa militare aggravata in relazione al noleggio di blindati destinati al contingente italiano a Kabul la cui blindatura è risultata più leggera, quindi meno cara, di quella pattuita. Caso emerso grazie all’inchiesta sulla morte di un altro soldato, il 37enne capitano Marco Callegaro. Passata in archivio come suicidio, spiegazione che la famiglia ha sempre respinto. Due morti che finiscono col racchiudere una vicenda complessa e dai molti angoli ancora oscuri da illuminare.

Il capitano Callegaro, originario della provincia di Rovigo ma residente a Bologna, marito e padre di due bambine, fu trovato privo di vita, ucciso da un colpo di pistola, nella notte tra il 24 e il 25 luglio 2010 nel suo ufficio all’aeroporto di Kabul. Era appena rientrato da una licenza in Italia. Nella capitale afgana, Callegaro prestava servizio come capo cellula amministrativa del comando Italfor. I familiari chiedono da tempo che venga “fatta chiarezza”, convinti che qualcosa sia successo tra il suo ritorno in Afghanistan e il giorno in cui è stato trovato morto. Perché Callegaro aveva fatto loro capire di aver scoperto qualcosa. “Mio figlio mi aveva detto per telefono e per iscritto che stavano facendo qualcosa che non andava”, ha dichiarato nei mesi scorsi il padre del capitano. A detta del genitore, il capitano Callegaro aveva inviato anche una lettera alla Procura di Roma, dicendosi disposto a tornare in Italia per farsi ascoltare dai magistrati. “Lettera – ha affermato il padre – a cui nessuno ha mai risposto”. Mentre l’avvocato della famiglia ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica un appunto vergato da Callegaro sulla sua agenda, alla data 18 luglio 2010: “Rivisto alcune cose, presa coscienza”. “Presa coscienza di cosa?”, si chiede il legale.

Alla luce di quanto è accaduto dopo, è naturale suggestione credere che il capitano avesse scoperto la speculazione operata dietro la fornitura di blindati dalle paratie indebolite, che non avrebbero protetto come dovuto il personale militare a cui erano destinati. Una presunta truffa a cui giungono comunque gli inquirenti incaricati di accertare le circostanze del suicidio del capitano contestato dalla famiglia. E’ durante quell’inchiesta, coordinata dal procuratore militare di Roma Marco De Paolis e dal sostituto Antonella Masala, che viene portato alla luce il ruolo di alcuni ufficiali, accusati di aver taciuto il dato della difformità del livello di blindatura di tre veicoli commerciali destinati al generale Italian Senior Officer, cioè l’ufficiale italiano più alto in grado in Afghanistan, rispetto alle caratteristiche pattuite nel contratto di noleggio con una ditta afgana.

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