Rinnovo contratto di lavoro comparto sicurezza: Se il Governo non mettera’ altre risorse non ci sara’ l’accordo. Di Eliseo Taverna

Il blocco della contrattazione collettiva per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, disposto dall’art. 9 comma 17 del Decreto Legge 78/2010 e convertito in legge dall’art 1 comma 1 della Legge n. 122/2010, ha impedito il rinnovo dei contratti di lavoro per circa sette anni, senza possibilità di recupero.
Solo grazie alla sentenza della Corte Costituzionale n. 178 del 24.06.2015, infatti, che ha sancito l’illegittimità costituzionale delle norme che avevano disposto il blocco della contrattazione collettiva nel pubblico impiego dal giorno successivo all’emanazione della stessa, è stato restituito ai dipendenti pubblici e, tra questi, al personale del comparto sicurezza, il sacrosanto diritto, costituzionalmente garantito, di vedersi aggiornato periodicamente il proprio stipendio.

Molti appartenenti al comparto sicurezza, già da tempo, si sono rivolti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per impugnare il blocco delle dinamiche salariali e chiedere un risarcimento danni, molti altri, invece, a seguito della recente sentenza della Corte Costituzionale, stanno intraprendendo azioni giurisdizionali dinanzi ai TAR, sia per il danno subìto sia per il mancato avvio della contrattazione collettiva a far data da Luglio 2015.
Per queste ragioni, che non sono solo di principio, ma attengono in modo preponderante al rapporto di proporzione, tracciato dalla Carta Costituzionale, tra la qualità e quantità del lavoro prestato dal dipendente ed il diritto a percepire un’equa e giusta retribuzione, in questa contrattazione bisogna necessariamente rivendicare un rinnovo contrattuale dignitoso e che non svilisca ulteriormente il lavoro degli operatori; principi, che nel nostro Paese sono stati condizionati ed addirittura minati per più di sette anni, con riflessi devastanti e fortementi erosivi della capacità di spesa delle retribuzioni del personale del comparto.
Le risorse già stanziate per il rinnovo dei contratti pubblici – triennio 2016/2018 – e quelle concordate in sede di incontro Governo e Sindacati Confederali per il pubblico impiego, pari ad 85 euro lordi mensili medi pro-capite, infatti, non sono affatto sufficienti, anzi non possono che costituire la base di partenza per poter avviare un serio confronto.
Non sono ancora del tutto chiare, peraltro, le dinamiche con le quali verranno distribuite sui singoli beneficiari le risorse individuate, ne’ tantomeno la decorrenza degli aumenti individuati.
In altre parole, il rischio che si intravede, se non è addirittura una certezza, attesi anche gli insufficienti stanziamenti di risorse per le annualità 2016/2017, è quello di vedersi attribuire per le prime due annualità, un trattamento annuale una tantum, in luogo dell’aumento mensile pieno già a decorrere dal 1″ Gennaio 2016, che si rivelerà non certamente adeguato e proporzionale alle necessità di rivalutazione delle retribuzioni del personale.
Per quanto concerne pertanto, gli ipotetici 85 euro mensili lordi che, con questa tesi, non potranno che decorrere dal mese di Gennaio 2018, c’e’ da evidenziare come la normale distribuzione sul trattamento fondamentale tramite indennita’ mensile pensionabile e parametri, non potra’ affatto garantire a tutti la citata somma, per effetto dei meccanismi tipici della scala parametrale.
Ne discende che gli 85 euro lordi procapite paventati diventeranno, per effetto della scala parametrale ed a seguito del prelievo previdenziale, assistenziale e fiscale, non piu’ di 45/50 netti mensili per i gradi apicali, lasciando pertanto immaginare l’aumento stipendiale netto che avranno i gradi intermedi o addirittura di base.
Per non parlare poi, delle indennita’ accessorie principali (notturni, festivi, superfestivi, presenze esterne, straordinario, ecc) che, al momento, con la suddetta ipotesi di distribuzione delle risorse, non risulta contemplata la loro rivalutazione, ferma ormai a dieci anni fa.
Questa tornata contrattuale, peraltro, avrebbe dovuto risolvere un problema ormai atavico, qual e’ quello del mancato avvio della previdenza complementare.

Una seria problematica, spesso sottovalutata, che ci trasciniamo da piu’ di 25 anni e che causara’ danni irreparabili ai trattamenti di quiescenza del personale del comparto che andra’ in pensione a far data dal 2020 in poi.
E’ stato stimato che gli effetti delle maggiori penalizzazioni derivanti dal nuovo metodo di calcolo del trattamento pensionistico, a seguito del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, in assenza della previdenza complementare che dovrebbe colmare questo gap, ricadranno in modo preponderante su coloro che sono stati assunti dopo il 1″ Gennaio 1996.
L’inadempienza del secondo pilastro della previdenza per il personale del comparto, peraltro, e’ stata oggetto di un copioso contenzioso giurisdizionale che ha fatto emergere la fondatezza del problema ed ha rimandato la sua risoluzione, per coloro che si sono rivolti alla giustizia amministrativa, alla contrattazione collettiva di comparto, in attesa del giudizio della Corte dei Conti (unico organismo competente a giudicare sui trattamenti pensionistici nel momento in cui il singolo dipendente verrà posto in quiescenza).
Non e’ possibile, pertanto, procedere con un rinnovo contrattuale, dopo anni di blocco, senza aver risolto il problema del mancato avvio della previdenza complementare e sanato o ristorato gli effetti pregressi che tale inadempienza ha generato, eventualmente anche mediante altri istituti alternativi che possano avere effetto sulle retribuzioni o sui trattamenti pensionistici.

Per quanto concerne la Guardia di Finanza, non appare più rinviabile l’istituzione di un’indennità tipica della peculiarità del servizio svolto dal Corpo in materia di polizia economico-finanziaria, così come non lo è certamente la corresponsione della cosiddetta “indennità di trascinamento” per il personale del comparto aereo, atteso che gli omologhi specialisti delle forze armate e di Polizia l’hanno sempre percepita.

*Delegato Co.Ce.R. GdF

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