Resoconto della conferenza su “Mutamento ed evoluzione della minaccia terroristica in Europa”. di Marco Martucci*

PREMESSA

Lo scorso 19 maggio, presso Palazzo Strozzi Sacrati in Piazza Duomo a Firenze, si è tenuta la conferenza sul MUTAMENTO ED EVOLUZIONE DELLA MINACCIA TERRORISTICA IN EUROPA.

L’evento ha costituito l’occasione per presentare il corso di alti studi “Intelligence e analisi per la prevenzione e il contrasto del terrorismo” tenuto da S.FOR.G.E. – Scuola di Formazione nella Gestione delle Emergenze ([1]).

L’esperienza vissuta nella blasonata Sala Pegaso della Regione Toscana costituisce indubbiamente un evento di vivida esuberanza di un tessuto associativo connotato da un ordito tra le cui maglie si collocano realtà di pregiatissimo valore in settori istituzionali della sicurezza, dell’accoglienza, della prevenzione, della politica e della formazione.

E allora credo che l’opportunità di essere “contagiati” da tali sinergie costituisca un’opportunità i cui riverberi possono utilmente essere condivisi a livello individuale nei rispettivi ambiti personali e professionali.

L’associazione SICUREZZA CUM GRANO SALIS è stata invitata a partecipare alla conferenza dall’ente promotore, l’associazione CERCHIO BLU, che suscita particolare interesse ([2]) ([3]).

L’evento ha costituito una performance di altissimo pregio sia per la partecipazione di autorità istituzionali e rappresentanze carismatiche in contesti accademici, sia per il contenuto e dei progetti esposti.

Mi preme indicare, tra altri, alcuni relatori che, ritengo, esprimono e rappresentano ex se la portata dell’evento:

  • On. Andrea ManciulliPresidente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea parlamentare NATO.
  • Prof. Luciano BozzoPresidente del corso di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Studi Europei, Università di Firenze.
  • Dr. Arije Antinori PhD – Esperto EU di Terrorismo, Direttore del corso Intelligence e analisi per la prevenzione e il contrasto del terrorismo – SFORGE.

Nostro anfitrione, nonché moderatore, è stato il dr.Graziano Lori, Presidente Cerchio Blu e Direttore esecutivo SFORGE.

[1]           https://scuolaemergenze.com/ SFORGE è un’Organizzazione Non Profit che si occupa di Ricerca e Formazione.

La Scuola SFORGE organizza Corsi di Alta formazione sui temi della Gestione delle Crisi e delle Emergenze, della Comunicazione in Emergenza, della Sicurezza, del Diritto Internazionale, della Difesa dei Diritti Umani e della Pace.

[2]           http://www.cerchioblu.org/

[3]           Articoli correlati all’Associazione Cerchio BLU:

http://www.sicurezzacgs.it/14221-2/ (stress da lavoro correlato)

http://www.sicurezzacgs.it/la-resilienza-civile-come-antidoto-al-terrorismo-di-emanuela-haimovici-associazione-cerchio-blu/   (resilienza come antidoto al terrorismo)

ABSTRACT CONFERENZA

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ANALISI DI UN’IDEOLOGIA.

Quale prologo della conferenza è stato espresso un intento dichiarativo esplicito: la volgarizzazione della percezione della minaccia terroristica (…in Europa).

L’intento è quello di rivolgersi a soggetti “qualificati” non istituzionalmente vocati, deputati all’antiterrorismo. Ci si riferisce agli operatori di polizia, di sicurezza e della prevenzione.

Questo nuovo orientamento costituisce la reazione alle nuove e recenti forme di aggressione terroristica i cui scenari si sono spostati (è ormai evidente) da luoghi lontani a contesti urbani europei.

Ebbene, in tali ambiti gli operatori di sicurezza urbana (polizia, militari e finanche la vigilanza privata) costituiscono la prima rete di reazione alle aggressioni fino a divenire obiettivi essi stessi.

Ne deriva che la capacità di percepire con tempestività la presenza di un rischio o di essere dinanzi ad una possibile escalation di recrudescenza assume rilevanza oggettiva al fine di predisporre una reazione immediata ed efficace. Tale considerazione, sebbene appaia ovvia, ha costituito oggetto di approfondite riflessioni allorquando sono stati messi a confronto tempi e modalità di reazione degli operatori di sicurezza nei recenti casi di aggressione terroristica in alcune città europee (Parigi, Cannes, Londra, Milano).

La necessità di abbassare ad un livello strutturale più basso la percezione della minaccia assume rilevanza atteso che, oggi, non è più definito il punto di contatto tra il fenomeno terrorismo e l’habitat domestico. Infatti è stato fatto notare che rispetto agli inizi del 2000 (si pensi all’attentato nel 2001 a New York) si è giunti ad uno scenario di guerriglia urbana dove il “nemico” non colpisce lontano e non arriva da lontano (contrariamente a quanto semplicisticamente si può far credere). Gli obiettivi non sono necessariamente istituzionali o rappresentativi – dalle Torri Gemelle ai passanti sul lungo mare di Cannes.

Di contro la minaccia o l’aggressione può arrivare (figurativamente) dal nostro vicino di casa che colpisce tra le nostre strade.

Questa riflessione può essere evoluta da un contesto logistico ad un contesto sociale. Si deve rilevare, infatti, che non si è più in presenza di una aggressione terroristica “istituzionale” (dove la controparte è dichiaratamente individuata o individuabile), bensì si è dinanzi ad una atomizzazione ovvero, meglio, di una “liquefazione” dell’aggressione. Talché le ostilità assumono una permeabilità elevatissima attraverso i vuoti, le crepe, seppur minimali, che la società presenta fisiologicamente.

Lo scenario operativo terroristico è sicuramente quello urbano.

Il piano comunicativo è il web ([1]).

L’aggressione non è convenzionale, militare o paramilitare. Si è, più propriamente, innanzi ad una insinuazione che opera con strumenti comunicativi tanto semplici quanto pervasivi. Lo strumento privilegiato non è la comunicazione istituzionale – proclami televisivi o video ad alto impatto mediatico (o per lo meno non lo sono più), ma il web-device (smartphone).

Si è in presenza di un “proto-jihadista” ovvero di un primo esemplare di una nuova generazione della specie che irretisce i giovani, dispiega un’azione di persuasione seduttiva rivolta alle nuove generazioni (ventenni ed adolescenti). Un target generazionale, quello “europeo”, che, paradossalmente, dovrebbe essere immune perché informato, formato, educato, mediamente stabile economicamente.

Questo postulato trova dimostrazione oggettiva nella mera interpretazione dei casi di cronaca in cui i più recenti attentatori sono giovani benestanti, muniti di discreto livello di scolarizzazione, talora immigrati di III generazione, talvolta addirittura perfettamente autoctoni.

Pertanto è risultata fallimentare la semplificazione secondo cui alcuni attentatori dell’area franco-tedesca fossero mussulmani con estrazione sociale dai quartieri disagiati e discriminati (economicamente e socialmente) delle metropoli europee. Questi indizi costituiscono, piuttosto, l’identikit di un profilo generalizzabile anche ad altre categorie che trova come minimo comun denominatore il disagio, l’esigenza di colmare una carenza ideologica, sociale.

Facendo riferimento ad un precetto intellettuale ormai conclamato, affermare che la maggior parte dei recenti attacchi terroristici europei abbia matrice mussulmana, non consente la conclusione biunivoca secondo cui la maggior parte dei mussulmani sia dedita al terrorismo!

Per rendere meglio comprensibile l’ovvia (sebbene osteggiata) obiettività di questa affermazione si pensi all’inaccettabile coniugazione secondo cui, seppure tutti i mafiosi abbiano origine italiana, non è certamente vero che tutti gli italiani siano mafiosi.

A confortare tali riflessioni soggiungono gli esiti di approfondimenti investigativi di organi di sicurezza (italo-europei) che hanno permesso di appurare che, in alcuni casi, il movente che ha innescato il processo di radicalizzazione di natura jihadista ha tratto origine dalla frustrazione di una emarginazione, di una mancata o difficile realizzazione sociale, addirittura da un difficile divorzio dei proprio genitori.

Sia chiaro che quello a cui si assiste è la promozione di uno stereotipo dell’Islam! Questa jihad è un fenomeno con una profondità religiosa assente. Questa affermazione da parte degli esperti ha trovato ulteriore apprezzamento dalla presenza al convegno dell’Imam di Firenze.

La contraddizione e la frattura dichiarata (specie dall’Islam canonico) si concretizza nella percezione che questa jihad esprime una sovracelebrazione dell’umano in un mondo che, invece, è culturalmente orientato alla celebrazione di un Dio trascendente (Islam compreso!).

In questo passaggio si afferma e concretizza lo scisma evidente tra la jihad e l’Islam.

Il processo di promozione ed indottrinamento dei giovani (europei) da parte di Daesh[2] (ISIS) si fonda sulla disconoscenza, sul rigetto di un processo ideologico (anche quello dei primi leader storici come Bin Laden) per convergere su postulati più diretti, di immediata ricezione e comprensione, senza la necessità di alcuna mediazione culturale o interpretativa.

La nuova jihad ha un approccio “orizzontale”, trasversale, paritetico, senza alcuna aspettativa di crescita quanto, piuttosto, di espansione.

E’ stato proposto un neologismo identificativo: Nuovo Stato Islamico… of mind!

L’algoritmo della nuova jihad è quello di aggredire le giovanissime generazioni «colmando spazi identitari».

Domani… oggi, l’attore del terrorismo non è il foreign fighter, il combattente, bensì il follower (proprio come quello di un social network), il seguace che appone il proprio «like» ad una pericolosa seduzione persuasiva che lo trasforma progressivamente in jihadista.

La jihad moderna (Daesh) è il primo vero fenomeno di globalizzazione terroristica che si manifesta attraverso una «impollinazione del web» dove i followers diventano a loro volta vettori di annunci di promozione. Nel web molti utenti, superficialmente affascinati, diventano a loro volta promotori di messaggi, anche parziali, sfumati, di una dilagante jihad mediatica e culturale.

Diventa strategico porre l’attenzione sulle modalità, sulle tecniche comunicative.

Se oggi si pone in evidenza la capacità della jihad di fare uso avanzato ed efficace di tecniche video-televisive (si è tanto parlato dei video tutorial con cui vengono arruolati e catechizzati gli affiliati), è d’obbligo consapevolizzare che – proprio in questo istante – si è dinanzi ad un neo-jihadista, molto più pragmatico, pratico, essenziale, diretto, mediatico.

Esprimono un cyber-appeal devastante che supera il concetto di comunicazione “man to man”.

Usano “armi” non convenzionali, armi domestiche, domotiche, dalla portata urbana, impiegano una tecnologia friendly, alla portata di tutti. Il device, lo smartphone non è strumento ma teatro operativo.

I giovani trovano ”ganzo”, “fico”, “cool” identificarsi (seppur con ingenua superficialità e senza convinzione ideologica) nel ruolo del jihadista che infrange ogni stereotipo culturale e religioso. Le brezza di gridare «Allahu Akbar» (Dio è grande!) mentre ci si tuffa da uno scoglio alla pari di chi commette un atto estremo … come se i due gesti avessero medesimo valore liberatorio.

Ma ciò è quanto basta per cominciare a creare una tendenza nelle cui trame qualcuno resta rapito!

E’ un caso documentato da indagini di organi di polizia e sicurezza europei (ed italiani!) quello di adolescenti sedotti, persuasi, …irretiti, dal fascino del guerriero epico ([3]), del mito metropolitano (per esempio il rapper) o della principessa esotica. La jihad interpreta e strumentalizza i nostri stessi riferimenti culturali proponendo, per esempio, lo stereotipo del personaggio paradisneyano o del protagonista di un videogame (immediatamente riconoscibile dai più giovani) unitamente a false illusioni, promesse, risposte, certezze che decretano un isolamento dell’individuo. Il giovane simpatizzante trova in questi cyber-contesti delle risposte immediate, lineari, soluzioni accondiscendenti a quesiti complessi ed anche esistenziali. La jihad realizza, in questo modo, un vero e proprio grooming, termine del cyber-crime con cui si individua l’adescamento on-line da parte dei pedofili.

Perseguono un indottrinamento quasi meccanico del follower isolandolo da qualunque contesto (familiare, scolastico, sociale) che gli consenta una valutazione critica di quanto gli viene proposto-somministrato. call of jiahd

«La nuova Jihad dispensa personalità o frammenti di essa»: realizzano la sublimazione (valorizzazione, esaltazione spasmodica) di frammenti di valori e di ideologie strumentalizzandoli e facendo in modo da adattarli alle esigenze del follower, soddisfacendo i suoi bisogni, gratificandolo. In tal modo realizzano l’adescamento, l’arruolamento, a cui segue una richiesta di “prestazione”: l’aggressione violenta, il sabotaggio. Ed ecco che il follower si trasforma in una risorsa, uno strumento. E’ emerso che alcuni attentatori, nei più recenti atti terroristici nelle capitali europee, non sapessero che i propri ordigni li avrebbero tramutati in kamikaze.

Si è dinanzi ad un fenomeno comunicativo connotato da una iconografia mediatica efficacissima. Simboli, grafica, slogan di immediata percezione, impossibili da frenare. Facendo un paragone si pensi all’imprevedibilità ed alla diffusione del selfing (l’autoscatto con lo smartphone)! justerror

(fonte: https://ent.siteintelgroup.com/Table/Articles/Multimedia/)

La nuova Jihad presenta neologismi che si sovrappongono a terminologie di uso comune (nello specifico comparto). In tal modo viene sovrascritto il termine «just war» [4] (che identifica la “guerra giusta” intesa come lotta, la battaglia per giusti ideali ovvero secondo regole etiche che non coinvolgono soggetti non-combattenti – ammesso che sia ontologicamente pensabile di associare la parola guerra alla parola giustizia!) introducendo la nuova definizione «just terror», termine che forvia la parola originale pur rievocandole la fonia nella pronuncia. In tal modo questa jihad si impossessa dell’attributo just(ice) (ndr. giustizia, giusto) e lo associa alla parola terrorismo quasi a legittimarlo, a renderlo giustificabile.

screenshot2

Sollecitato da questi stimoli ho provato a “navigare” sul web dove è stato semplice trovare dei documenti di recentissima realizzazione ([5]) che rappresentano in tutta la loro semplice evidenza il prototipo di messaggio para-educativo creato e distorto ad uso e consumo della jihad. Quello che colpisce è, come già detto, la scelta di modalità (interfaccia grafica tipica del web) e strumenti (app per smartphone e tablet) che risultano sicuramente di immediata fruibilità soprattutto per i più giovani attraverso i quali vengono somministrati principi, fondamenti, (pseudo) valori finalizzati a rapire l’attenzione dell’utente e ad indirizzarlo verso forme di radicalizzazione di filosofie estremiste e violente. Dottrine che richiamano parole come Dio, Paradiso, Salvezza, ma che non sono assolutamente in grado di esprimerne alcun significato morale.

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IL FENOMENO ATTRAVERSO I NUMERI.

Rileva considerare l’analisi di alcuni dati rappresentati durante la conferenza ([6]).

L’incidenza del numero di decessi causato da fenomeni terroristici – nell’ultimo ventennio – in paesi non afflitti da fenomeni bellici o regimi politici totalitari e violenti, è pari allo 0,5% di quello mondiale([7]).

Se in questo campione statistico rientra, quindi, sicuramente anche l’Europa, possiamo affermare che l’incidenza dei decessi da atti terroristici (in vent’anni!) è meno di 1 su cento avvenuti nel resto del mondo!

Se il dato statico, quantitativo, sembra poco indicativo, rileva, invece, il dato incrementale, ovvero la velocità con cui questo fenomeno cresce: nel 2015 l’aumento dei decessi per terrorismo in alcuni paesi OCSE ([8]) è aumentato del 650%, dato influenzato dalle escalation in Turchia e Francia.

Il significativo incremento di decessi, tra il 2014 e il 2015, nei paesi occidentali stride con il decremento del medesimo fenomeno in un paese “critico” come l’IRAQ.

Rileva considerare, altresì, che l’80% dei decessi da terrorismo si concentra in 8 paesi ([9]) nessuno dei quali europei (fonte: Global-Terrorism-Index-2016, già citata).

trend decessi

La graduatoria internazionale che esprime l’incremento del numero di vittime del terrorismo, limitata al biennio 2014-2015, vede la Turchia al 6° posto mentre la Francia all’8° posto.

Un’analoga classifica volta a valutare l’impatto del terrorismo a livello mondiale – pubblicata nel 2016([10]), vede la Turchia al 14° posto, la Francia al 29°, mentre l’Italia è solo al 69° posto.

E’ seducente il confronto tra la Francia e l’Italia.

Seppure siano due paesi molto assimilabili sotto il profilo culturale e socio-economico, le ripercussioni recenti del terrorismo sono significativamente diverse. Eppure l’Italia porta le cicatrici di gravi esperienze legate a fenomeni di terrorismo interno risalente agli anni ‘70 ed agli anni ‘90.

Inoltre l’Italia è una regione geografica immediatamente a ridosso della così detta area critica M.E.N.A. (Middle East North Africa) e, quindi, potenzialmente più esposta.

La rilevazione positiva del trend italiano non è però garanzia di immunità.

Lo stato attuale di refrattarietà a gravi incursioni terroristiche potrebbe essere ricondotta ad una pregevole attività di intelligence di prossimità, di contatto con le potenzialmente pericolose realtà limitrofe nel mediterraneo. Non di meno va riconosciuta una specifica solidità socio culturale che, sembra, resista alla pervasiva penetrazione della jihad di nuova generazione. In contropartita si dovrà tener conto che i flussi che risalgono il Mediterraneo sono interdetti attraverso la penisola Iberica da una scelta intransigente della Spagna mentre sono in evidente crisi nella penisola balcanica per la crisi dovuta al fenomeno dei rifugiati. Pertanto l’accesso attraverso la penisola italiana potrebbe rivelarsi, nel prossimo futuro, una via di accesso sempre più inflazionata di quanto già non sia.

E’ stata prospettata l’adozione di un sistema di difesa innovativo. In luogo della (storicamente) fallimentare tendenza ad innalzare muri e frontiere, intraprendere uno shielding (=schermatura) dinamico. Una forma di difesa innanzitutto culturale, ideologica e poi fisica. Una forma di difesa protesa ad inibire messaggi ed intrusioni in modo osmotico, selettivo, tale da riuscire a discriminare cosa interdire, senza “tagliar fuori” sommariamente interi compartimenti religiosi o culturali (come avviene con i mussulmani o altre minoranze culturali in Europa).

Dinamicità intesa anche come attitudine a superare problemi di sovranità nazionale avendo la capacità reattiva di intervenire trasversalmente attraverso paesi e territori.

CONCLUSIONI

Ed è proprio partendo da tali considerazioni che è possibile individuare l’anticorpo di questa pandemia.

Riprendendo l’affermazione introduttiva, la volgarizzazione della percezione della minaccia terroristica, si auspica un’azione di “prossimità” nel controllo del territorio talché si crei una filiera tra le iniziative di livello stategico e tattico (quelle intraprese dall’intelligence, dalle istituzioni altamente specializzate nell’antiterrorismo) e le realtà operative (le forze di polizia, di soccorso e vigilanza).

Al contempo si ritiene sia fondamentale intraprendere anche (…soprattutto!) un processo sociale e culturale che resti saldamente vicino ai giovani, li osservi, li tuteli. Una sorveglianza civica.

Uno strumento accreditato potrebbe essere un progetto di contro narrazione alla proposta (strumentale e distorta) dei jihadisti. Partendo da una precisa e non superficiale conoscenza del messaggio e della cultura islamica (quella proprietaria), è utile concepire un programma di comunicazione parimenti efficace, immediato, grafico, munito del medesimo cyber-appeal. Un progetto di civiltà, convivenza, condivisione, che consenta (soprattutto ai giovani) di riconoscere, distinguere ed individuare messaggi di emarginazione e violenza (di matrice terroristica).

Insigni relatori hanno espressamente invocato la necessità e l’opportunità di concepire uno story-tellig grafico, una vera e propria narrazione visiva dal forte impatto generazionale. Prima di proporre contromisure “operative” hanno auspicato contromisure culturali.

Nella prospettiva di tutte queste considerazioni è stata annunciata l’imminente proposta di legge italiana volta a creare strumenti e sistemi di contrasto e prevenzione alla radicalizzazione di forme di estremismo che interverranno significativamente in ambito sociale, culturale, scolastico e familiare.

Infine, ma non ultimo, ampliando lo spettro di osservazione si potrebbe giungere alla conclusione che una maggiore criticità ed una maggiore “prossimità” a quanto si sviluppa intorno ai giovani potrebbe essere l’antidoto per altri fenomeni virulenti quanto dannosi che sempre più spesso affliggono le generazioni più acerbe. Le stesse generazioni che abbiamo definito native digitali alle quali, per un eccessivo ottimismo ovvero per un pizzico di pigrizia, abbiamo lasciato affrontare da sole l’esperienza (…la sperimentazione) dell’era digitale con tutte le sue incognite.

* Socio di Sicurezza Cum Grano Salis

LINK UTILI:

https://www.start.umd.edu/gtd/ (Global Terrorism Database, open-source database riconducibile alla Maryland University).

http://www.infodata.ilsole24ore.com/topic/terrorismo/ (Le notizie raccontate con i numeri del Sole 24 ore).

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/03/22/terrorismo-la-mappa-degli-attentati-le-vittime-responsabili-nel-2016/

http://www.unimondo.org/Notizie/Global-Terrorism-Index-meno-vittime-nel-2015-ma-il-terrorismo-si-espande-162035

https://ent.siteintelgroup.com/Table/Articles/Multimedia/

https://www.cia.gov/library/center-for-the-study-of-intelligence/csi-publications/csi-studies/studies/vol48no4/nolte_interviews.html

[1]           E’ stata richiamata da più relatori la figura del Generale C.A. Luigi RAMPONI (già Comandante Generale della Guardia di Finanza e Direttore del SISMI) in quale, con lungimiranza, già diversi decenni fa auspicava un impegno strategico dell’Italia nel campo della cybersicurezza.

[2]           E’ stato fatto riferimento al movimento «Daesh» distinguendolo da «Al Qaeda». Daesh è la pronuncia fonetica in lingua araba dell’acronimo ISIS – Islamic State of Iraq and Syria.

[3]           E’ stata menzionata la versione rivista e corretta del famoso videogame «Call o Jihad» in luogo dell’originale «Call o Duty».

[4]           Il concetto di “just war” è diffusamente trattato dalla letteratura dello specifico comparto e trova un interessante approfondimento in un articolo di un analista dell’intelligence americana: https://www.cia.gov/library/center-for-the-study-of-intelligence/csi-publications/csi-studies/studies/vol48no4/nolte_interviews.html

[5]           https://ent.siteintelgroup.com/Jihadist-News/site-video-report-raising-terror-how-the-islamic-state-indoctrinates-its-youth.html

[6]           MEASURING AND UNDERSTANDING THE IMPACT OF TERRORISM – The Global Peace Index:

[7]           http://visionofhumanity.org/app/uploads/2017/02/Global-Terrorism-Index-2016.pdf

[8]           Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Tra gli altri, tra i paesi membri ci sono gran parte dell’Europa, gli stati dell’America Settentrionale.

[9]           Iraq, Afghanistan, Pakistan, India, Nigeria, Egitto, Filippine, Yemen (…).

[10]          MEASURING AND UNDERSTANDING THE IMPACT OF TERRORISM – The Global Peace Index:

http://visionofhumanity.org/

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