Quando la classe politica se ne frega delle esigenze dei cittadini, inducendo le masse ad un imbarbarimento sociale. Di Eliseo Taverna

Una classe politica di qualsiasi Paese democratico dovrebbe avere non solo il dovere morale di guardare agli interessi generali della collettività ma anche uno specifico interesse ad approvare provvedimenti di legge rivolti essenzialmente alle esigenze delle masse, che gettino le basi per il corretto funzionamento degli apparati che, inopinatamente, costituiscono le fondamenta di uno Stato (scuola, sanità, sicurezza, giustizia, ecc.).

Politica, infatti, dal greco significava l’amministrazione della “polis”, ovvero per il bene di tutti; in pratica, la creazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano con il proprio contributo di pensiero, esercitando anche un controllo democratico sull’operato di chi é chiamato a legiferare e ad amministrare la cosa pubblica.

Spesso si sostiene, invece, che anche le forme di gestione della cosa pubblica diverse da come sono state pensate ed attuate in epoche ed in Paesi più avanzati, siano forme democratiche da rispettare, perché  garantiscono comuunque una democrazia partecipata.

Ma allora c’è da chiedersi se questi modelli di democrazia cosiddetta “contratta o partecipata”, affidata solo a pochi potentati, possa effettivamente garantire equità, utilità e correttezza o se stiamo scivolando verso una forma di gestione della cosa pubblica che è fuori dalla partecipazione e dal controllo democratico attribuito al cittadino?

Se si interpretassero, infatti, i sentimenti dei cittadini e si esternassero con i pensieri ed il linguaggio di Socrate, emergerebbe chiaramente la distanza che ormai separa una politica pensata come “servizio alla città”, da una politica pensata e vissuta nell’ottica del “principio di utilità”.

Ormai, in questa era di “democrazia contratta o partecipata”, sono diminuiti  notevolmente i dibattiti pubblici, che sono stati per più di mezzo secolo il pensatoio dei partiti, sono state pressoché annientate le azioni dei collettivi studenteschi è svilito il ruolo delle rappresentanze sindacali.

I partiti, insieme ai poteri forti, attori principali di questa evoluzione democratica al contrario, sono anch’essi mutati radicalmente, hanno cambiato pelle e da luoghi aperti al dialogo ed al confronto, anche aspro ma proficuo, sono diventati contenitori vuoti, dove appunto si praticano le prime fasi di una “democrazia contratta”, ove vige ed impera la legge del capo.

Una democrazia, quella che i professionisti della politica hanno imposto in un silenzio assordante dei cittadini, che ha regalato a questo Paese debito pubblico, inefficienze nella giustizia, blocco per otto anni dei contratti pubblici ed una legge elettorale che per l’ennesima volta non restituirà ai cittadini la potestà di poter scegliere a chi affidare le sorti del proprio Paese e, molto probabilmente, l’impossibilità a creare un Governo con attori dotati di analoghi programmi.

In questo quadro desolante, che vede aumentare, giorno dopo giorno, le disuguaglianze sociali, lucrare sui diritti dei lavoratori, convivere con una burocrazia disarmante, con infrastrutture e trasporti rimasti indietro di vent’anni e con un sistema giudiziario elefantiaco, si fa sempre più fatica a non rimpiangere quella democrazia attribuita ai cittadini, ai quali non rimane altro che sfogare le proprie frustrazioni sui social network, con la speranza che non si trasformino in un terreno di cultura, che in modo silente, faccia esplodere all’improvviso conflitti sociali non più controllabili che mettano in pericolo stabilità e sicurezza.

L’esercizio di una democrazia contratta, affidata solo a pochi, pertanto, non può che indurre le masse all’imbarbarimento sociale.

*Segretario Generale Associazione Sicurezza Cum Grano Salis

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