Prevenire e combattere i reati di violenza di genere. Il contributo del dott. Fabio Roia

La cronaca di questi anni è stata costellata di tristi episodi in cui le vittime sono risultate in gran parte delle donne.

La sequenza di omicidi registratasi negli ultimi anni mostra un Paese dove diritti e dignità delle donne sono spesso calpestati e la strada per prevenire e sconfiggere la violenza contro le donne è ancora lunga.

Anche il termine “femminicidio” spesso utilizzato nella comunicazione e nei pubblici dibattiti, non rende il senso reale di cosa sta accadendo. Chi commette simili reati è solo e soltanto un criminale, il quale scientemente distrugge la vita di un’altra persona, vittima della sua folle violenza.

Nell’Unione Europea, secondo un’indagine della European Union Agency For Fundamental Right, una donna su tre ha subito una forma di violenza fisica o sessuale. Questi crimini perpetrati contro le donne rappresentano una violazione dei diritti umani, che in gran parte dei casi non vengono denunciati.

Emergono statistiche impressionanti, che evidenziano quanto sia sempre più urgente un’efficace lotta alla violenza sulle donne,  dove spesso sono i compagni o anche i loro ex a commettere gli atti più gravi.

Azzerare la violenza sulle donne è una battaglia culturale, sociale e politica che non si più  rimandare. L’impegno deve essere teso a liberare le donne dalla violenza in ogni sua forma, educando al rispetto della persona e dei diritti delle donne, contrastando gli stereotipi di genere che sono alla base di una visione errata di donne e uomini nella società.

La violenza di genere non è un problema che si risolve soltanto sul piano repressivo o con le campagne di sensibilizzazione, ma anche garantendo risposte concrete alle donne che denunciano la violenza, offrendo opportunità di riscatto economico e sociale, per rompere quel circuito violento venutosi a creare.

Le norme per fortuna esistono e, da ultimo,  la legge 119 del 2013 ha completato un insieme di strumenti normativi, che consentono di intervenire sull’accertamento di reati inerenti  il maltrattamento domestico, lo stalking e la violenza sessuale, con la conseguente irrogazione delle pene previste.

La lunghezza dei procedimenti penali è un altro grande ostacolo da superare: non si può fare aspettare anni una donna vittima di violenza prima di pronunciare una sentenza che ne riconosca la sofferenza vissuta.

Riteniamo quindi, che la violenza di genere vada combattuta strenuamente, trattandosi di un’importante conquista di civiltà sulla quale non verrà meno il nostro impegno, sia sotto il profilo giuridico che sociologico.

A tal proposito, abbiamo interpellato un insigne giurista che da sempre si è impegnato con grande sensibilità nel far emergere le problematiche connesse alla violenza di genere.

Trattasi del dott. Fabio Roia, Presidente della Sezione Autonoma Misure di prevenzione del Tribunale di Milano, autore del libro “Crimini contro le donne. Politiche, leggi, buone pratiche”, edito nel 2017 per Franco Angeli.

Sin dai primi anni 90, il dott. Roia ha iniziato ad occuparsi, dapprima come Pubblico Ministero e poi quale Giudice, di reati riguardanti la violenza contro le donne, sia nelle vesti di magistrato che di formatore in molteplici convegni ed interventi pubblici sui mezzi di informazione.

Il suo impegno è continuato anche quando era al Consiglio Superiore della Magistratura, dal 2006 al 2010,  per studiare come affrontare il problema sul piano giudiziario e fornire risposte adeguate alle donne che intendevano denunciare il loro compagno aggressore.

Il suo contributo di pensiero, di cui gliene siamo grati, non può che arricchire le riflessioni dei lettori, vista la grande capacità comunicativa che il dott. Roia riesce a trasmettere nei suoi scritti e nei suoi incontri formativi.

Ribadiamo, comunque, che denunciare è doveroso e prevenire ai primi segnali, può salvare una vita di una donna o di una mamma.

Guglielmo Picciuto – Segretario Nazionale

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In Italia, sull’onda della spinta di una legislazione comunitaria forte ed attenta – penso alla Convenzione di Istanbul, alla Direttiva Vittime del 2012-, sono state approvate diverse leggi, anche a completamento di quelle esistenti, che garantiscono un quadro di tutela sufficiente ed efficace della vittima di violenza di genere.  Per i reati di  maltrattamenti contro familiari e conviventi (art. 572 c.p. norma base per reprimere la violenza domestica ) e di atti persecutori (art. 612 bis c.p.) è obbligatorio l’arresto in flagranza di reato, sono applicabili tutte le misure coercitive previste dal nostro codice di procedura penale (dalla custodia in carcere per l’autore del reato fino al divieto di avvicinarsi ai luoghi normalmente frequentati dalla parta lesa), sono previsti particolari strumenti di tutela della vittima durante il processo penale per evitare forme di vittimizzazione secondaria quali la possibilità di ricorrere all’incidente probatorio (una anticipazione della testimonianza prima del processo) con modalità di protezione durante la fase del racconto (normalmente la donna-testimone non vede l’uomo accusato). Esiste, in altre parole, una legislazione che ha rafforzato il ruolo nel processo penale della persona offesa e che impone a tutti gli operatori giudiziari di non sottoporre la vittima a forme, anche  involontarie, di violenza quali porre domande invasive della sua intimità che non servono per la ricostruzione del fatto. Inoltre su tutto il territorio nazionale sono previste delle Reti di accoglienza  composte dai servizi del comune, dai centri antiviolenza, da presidi sanitari e legali  che offrono ascolto ed  accoglienza  sul piano psicologico, legale, sanitario, di protezione ed anche economico. Si può dunque dire che non manchino le leggi e gli strumenti di tutela ma che molte volte gli operatori che intervengono, i quali devono essere sempre formati, preparati ed empatici, non agiscono con la necessaria competenza ed efficacia.

Quando una donna decide di denunciare sul piano penale la sua violenza, Il meccanismo di tutela può incepparsi per due ordini di ragioni. Il primo, che comporta però delle possibili responsabilità per tutti gli operatori della Rete di protezione che dovevano attivarsi ed hanno invece trascurato la vicenda, riguarda la mancata analisi della denuncia e quindi il suo approfondimento istruttorio. L’approfondimento deve essere contestuale, veloce e deve portare, laddove ovviamente esistano i presupposti di legge sul piano della consistenza degli elementi probatori e dell’esistenza di un rischio di reiterazione della violenza agita, all’emissione da parte del giudice di una misura coercitive nei confronti dell’uomo violento ed a tutela della vittima del crimine. Qualora invece una o addirittura più denunce vengano trascurate e si verifichino situazioni di violenza estrema, l’operatore che ha omesso di approfondire la vicenda, come detto, potrebbe risponderne sul piano di una affermazione di una sua responsabilità. Potrebbe essere questo il caso della tragica vicenda accaduta a Cisterna di Latina. Il secondo profilo riguarda invece l’adozione di provvedimenti restrittivi a carico dell’agente violento che si rivelano poi inadeguati per proteggere la donna. In questo secondo caso tutti i meccanismi processuali funzionano ed il giudice adotta in tempi brevi una misura coercitiva applicando i normali parametri previsti per tutti i reati ordinari. Con la differenza che gli autori di questi reati “di genere” hanno caratteristiche particolari (negazionismo, manipolazione, trasversalità sociale) che meritano un necessario approfondimento criminologico oggi non consentito. Così, a volte, si applicano misure che si rivelano poi inefficaci sul piano della tutela della vittima. La specializzazione diventa fondamentale anche per gli organi giudicanti.

Bisognerebbe primariamente svolgere una forte campagna di sensibilizzazione proprio sulle donne dicendo loro che se hanno problemi anche iniziali di violenza all’interno della relazione devono rivolgersi ai centri antiviolenza per parlarne e condividere con loro le scelte da pianificare. Da sole non si riesce a uscire dalla violenza sofferta proprio perchè l’uomo dimostra un atteggiamento manipolatorio ed alternante: dalla violenza si può passare alla luna di miele e la donna viene ingannata sul piano di una possibile eliminazione del problema. E poi bisogna che i meccanismi di protezione funzionino sempre con efficacia, su tutto il territorio nazionale. Per far questo occorre puntare su una continua e capillare formazione condivisa di tutti gli operatori giudiziari e non. Occorrerebbe poi che anche sul piano sociale si costruisse una forte condanna, non ambigua o intermittente, nei confronti di tutti gli uomini che agiscono violenza. Condanna che si ottiene, per esempio, anche attraverso una comunicazione attenta e rispettosa e con una pubblicità che finalmente decidesse di bandire i tratti sessisti. Insomma la cultura del rispetto deve porsi come energia positiva che contamini tutti i settori nella nostra vita sociale e che orienti sempre i nostri comportamenti.

dott. Fabio Roia

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