Parlare di tortura al cervello e al cuore – a cura del Prof. Mauro Barberis

Il reato di tortura è stato introdotto nell’ordinamento italiano, recependo così le indicazioni contenute nella Convenzione di New York del 1984. E’ quanto prevede la legge 14 luglio 2017 n. 110, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.166 del 18 luglio 2017.

Si tratta di un provvedimento attorno al quale si sono sviluppate negli ultimi anni forti contrapposizioni e accese polemiche tra le forze politiche e nell’opinione pubblica, condizionati da gravi episodi accaduti nel nostro Paese.

Al di là di ideologiche prese di posizione meramente strumentali, tese a non aprire un confronto scevro da condizionamenti, va detto a chiare lettere che nella nostra Carta costituzionale il reato di tortura è il solo ad essere imposto e preteso. Eppure, nonostante quanto prescritto dall’art. 13, 4° comma della Costituzione e dai relativi obblighi internazionali in materia, nel codice penale italiano persisteva l’assenza di un’apposita fattispecie repressiva.

L’argomento è molto delicato e richiederebbe un’attenzione continua e molto più profonda di quanto avvenuto nel dibattito politico parlamentare, in quanto è in gioco la difesa della vita e della dignità umana.

Ecco perché vorremmo accogliere quei contributi intellettuali e giuridici che possano trovare una più ampia riflessione su un reato così aberrante come quello della tortura. La vita umana va sempre difesa e rispettata ad ogni costo, soprattutto da coloro che svolgono particolari funzioni pubbliche. Va comunque ricordato che non giova ad un dialogo costruttivo schierarsi per il partito pro-polizia o per quello dell’anti-polizia. Le Forze dell’Ordine non appartengono a schieramenti partitici e nessuno può arrogarsi il diritto di attribuirsi una maggiore o diversa “vicinanza” agli operatori di polizia. Se si commettono degli errori bisogna avere il coraggio di denunciarli e di assumersi ogni responsabilità, sia essa penale che politica.

Mi piace ricordare, ma ci sarà modo di darne contezza nel prosieguo di ulteriori articoli, che abbiamo già vissuto negli anni ’80 del secolo scorso episodi ora dimenticati e sconosciuti alle nuove generazioni. Il riferimento è rivolto al compianto Commissario di Polizia Riccardo Ambrosini, già capitano e poi dirigente il commissariato P.S. di Mestre (VE). Un grande uomo dello Stato, che insieme ad alcuni suoi collaboratori, Gianni Trifirò e Augusto Fabbri, non ebbero alcuna esitazione a denunciare alla Magistratura i maltrattamenti eseguiti nei confronti di terroristi appartenenti alle Brigate Rosse.

Il ricordo di questi uomini sta a significare che esistono gli anticorpi necessari a debellare comportamenti fuorvianti e quindi bisogna impegnarci per far sì che non possano più accadere.

Le dichiarazioni rilasciate recentemente dal Prefetto Gabrielli, seppur tardive rispetto ai fatti tristemente accaduti durante il G8 di Genova, sono utili ed apprezzabili per ricostruire un clima di confronto e andare oltre gli steccati di corporativismo, che hanno connotato molte prese di posizione politiche assunte in questi anni. Ovviamente le inutili generalizzazioni non apportano idee che possano essere condivise nell’ambito di un discorso molto più complesso, che abbraccino  valutazioni giuridiche, sociologiche, economiche e filosofiche, in un patto sociale tra popoli, governi e funzionari pubblici, con particolare riguardo agli operatori di polizia. Ecco perché sarebbe necessario sottoscrivere protocolli condivisi e contenenti modalità di rapporto tra operatori pubblici e cittadini, educando ed informando nelle scuole ed in ogni aggregazione sociale, sia privata che pubblica.

Nel leggere gli articoli del Prof. Mauro Barberis sul blog filosofico di Micromega intitolato Il rasoio di Occam, ho apprezzato le sue riflessioni che colpiscono in un modo così rapido e diretto, da stimolare ulteriori approfondimenti. D’altronde, il richiamo a Guglielmo d’Ockham e al suo rasoio hanno da sempre significato austerità nelle spiegazioni e rifiuto di sprechi ontologici. Quindi ho contattato il Prof. Barberis e gli ho chiesto di darci un suo contributo intellettuale che lui ha generosamente accolto e del quale gliene siamo molto grati per l’attenzione riservataci.

Il Prof. Mauro Barberis, dopo aver lavorato nelle Facoltà di Scienze economiche e sociali dell’Università della Calabria e di Filosofia dell’Università di Bologna, insegna Filosofia del diritto e Teoria generale del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trieste. Allievo di Giovanni Tarello, ha coltivato la storia delle dottrine politiche e la teoria analitica del diritto, la metodologia delle scienze sociali e la metaetica. Fra i suoi lavori principali si possono ricordare: Benjamin Constant. Rivoluzione, costituzione, progresso (Mulino, 1988); Il diritto come discorso e come comportamento (Giappichelli, 1990); L’evoluzione nel diritto (Giappichelli, 1998); Libertà (Mulino, 1999); Etica per giuristi (Laterza, 2006); Europa del diritto (Mulino, 2008); Giuristi e filosofi. Una storia della filosofia del diritto (Mulino, 2011); Manuale di filosofia del diritto (Giappichelli, 2011); Stato Costituzionale. Sul nuovo costituzionalismo (Mucchi, 2012) collana Piccole Conferenze. Co-dirige le riviste “Materiali per una storia della cultura giuridica” e “Ragion pratica”; ha fatto parte della Redazione e del Comitato di direzione de “Il Mulino”; collabora ad “Analisi e diritto” e a “Teoria politica”; ha scritto o scrive per “Gli altri”, “L’Unità”, “Critica liberale”, “Il Secolo XIX”, e sui siti de “Il fatto quotidiano” e di “Micromega”.

Guglielmo Picciuto – Segretario Nazionale Sicurezza Cum Grano Salis

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Parlare di tortura al cervello e al cuore –  a cura del Prof. Mauro Barberis

Ci sono due modi principali per parlare di tortura. Uno è quello scelto da chi mi ha preceduto su questo benemerito sito: parlare alla pancia delle Forze dell’ordine e del Paese, correndo il rischio di lasciar pensare che l’Italia sia l’unico paese al mondo dove la tortura non è praticata, neppure occasionalmente, sicché sarebbe anche l’unico nel quale non c’è bisogno di una legge sulla tortura. L’altro modo di parlarne, che adotto in questa nota, è quello scelto dal Capo della Polizia, Franco Gabrielli, con l’intervista resa a Repubblica lo scorso 19 luglio, nel sedicesimo anniversario del G8 di Genova: parlare al cervello e al cuore, delle Forze dell’ordine e del Paese.

Seguo il problema da una vita, per ragioni professionali – insegno diritto all’Università di Trieste – ma anche per cause di forza maggiore: sono genovese e abito proprio di fronte alle Scuole Diaz, dove ai tempi del G8 (2001) si consumò ciò che un esponente di primo piano della polizia genovese ribattezzò «macelleria messicana». Non ho bisogno, qui, di ricordare l’episodio, costato all’Italia, ancora nell’aprile del 2015, la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo: meno per le torture praticate allora, si direbbe, che per il fatto stesso di non prevedere sino a ieri – come invece fanno tutti i paesi civili, e se è per questo anche quelli incivili – il reato di tortura.

Chi conosce come andarono le cose allora, d’altra parte, sa che non furono la macelleria messicana, e neppure la morte di Carlo Giuliani, le cose peggiori accadute in quei giorni. La cosa peggiore, come Gabrielli onestamente riconosce, fu la pratica preordinata, reiterata e sistematica della tortura verificatasi nella caserma improvvisata a Bolzaneto. Pratica documentata dalla sentenza d’appello e poi dal suo estensore, il giudice Roberto Settembre, in un libro – Gridavano e piangevano. La tortura in Italia: ciò che ci insegna Bolzaneto (Einaudi, 2014) – che consiglierei come lettura sotto l’ombrellone a quanti credono davvero che il problema non ci riguardi.

Lo stesso Settembre ha sostenuto che i fatti di Bolzaneto sfuggirebbero alla definizione di tortura formulata dalla recente legge 110, approvata il 14 luglio 2017, che aveva perciò chiesto al Parlamento di non approvare. Commentando le più recenti dichiarazioni del Capo della polizia, Giuliano Pisapia, docente di diritto processuale e anche avvocato bene informato sui fatti, ha scritto a sua volta che tali dichiarazioni dovrebbero fare da punto di partenza per una revisione della legge appena approvata, legge davvero deludente sotto molti aspetti, come vedremo. Revisione improbabile, forse impossibile: ma anche su questo tornerò, appena illustrati i fatti.

Chi vuole parlare di tortura al cervello e al cuore del Paese, in effetti, deve anzitutto allineare una serie di fatti, tutti difficilmente contestabili. Il primo fatto è la nostra Carta costituzionale, che all’art. 13, c. 3, vieta «ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». Si tratta dell’unica previsione espressa di un reato fatta dai Padri costituenti: e ci sarà una ragione. Il secondo fatto è la firma da parte del nostro Paese della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che all’art. 3 recita: «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti».

Questo secondo fatto è alla base della condanna dell’Italia non solo per le torture del G8 ma anche per le condizioni della detenzione carceraria – il più ovvio contesto in cui matura la pratica della tortura – e per la durata dei processi, che anch’essa non aiuta. Il terzo fatto, ancora più immediatamente rilevante, è la firma da parte del nostro Paese, nel lontano 1984, della Convention against torture (d’ora in poi CAT), che definendo la tortura come reato proprio, compiuto da un pubblico ufficiale, obbligava i paesi firmatari a introdurlo nelle rispettive legislazioni, escludendo qualsiasi causa di giustificazione, guerra e terrorismo compresi.

Per molti dei paesi firmatari, la firma del CAT era semplicemente una tessera d’ingresso nel club dei paesi civili: salvo continuare a torturare come e più di prima. Anche per questo – dopo un quarto fatto da registrare, la cosiddetta guerra al terrore (war on terror) innescata dall’Undici settembre – si è innescato nel mondo il dibattito su possibili giustificazioni di forme controllate e autorizzate di tortura: dibattito iniziato da Alan Dershowitz, un avvocato liberal statunitense impressionato, più che dalla tortura in sé, dalla disinvoltura con cui la sua pratica viene ignorata in molti paesi del mondo, specie quelli dove la stessa dissidenza è assimilata al terrorismo.

Dershowitz partiva da un franco riconoscimento della pratica della tortura, da lui ritenuta tanto radicata da risultare non estirpabile ma solo riducibile, prevedendo casi nei quali essa possa essere autorizzata sotto controllo medico. La proposta è stata ampiamente discussa anche in Italia: ad esempio da Marina Lalatta Costerbosa e Massimo La Torre (Legalizzare la tortura? Ascesa e declino dello Stato di Diritto, Il Mulino, 2013). Personalmente  credo che la proposta vada fermamente respinta, come dirò in conclusione: ma dopo averla discussa, senza ignorarla come si fa con il fenomeno cui cerca di rimediare.

Che in Italia ci siano voluti trentatré anni, e condanne da parte di corti internazionali, per introdurre il reato nel codice penale, in effetti, mostra che fra noi e i paesi in cui la tortura, pur formalmente proibita, viene praticata quasi alla luce del sole – basti pensare all’Egitto del caso Regeni – ci sono una somiglianza e una differenza. La somiglianza è che, in entrambi i casi, la maniera più efficace, fra le tante sperimentate per continuare a praticare la tortura, è condannarla a parole negando che esista. La differenza è che questi paesi praticano la tortura ma – con il solito omaggio che il vizio rende alla virtù – almeno la vietano, mentre noi, sino a ieri, neppure quello.

Sarebbe interessante analizzare tutte le strategie escogitate dalla fantasia di politici, sindacalisti e giuristi per consentire ai torturatori di continuare a operare: rimozione, eufemismo, benaltrismo, ecc. In Italia – dopo trentatré anni di esercizio di tutte le altre strategie, combinate con quella delle calende greche – è stata adottata la strategia della ridefinizione. Il modello inarrivabile di questa strategia è rappresentato dalle memorie (memos) con cui i consulenti dell’amministrazione Bush suggerivano ai loro clienti di negare che fosse tortura qualsiasi trattamento che non comportasse la lesione di un organo vitale del torturato.

La variante italiana di questa strategia è invece rappresentata dall’articolo 613 bis inserito dalla legge 110 nel Codice penale. Il disegno di legge originario, presentato da Luigi Manconi sin dal marzo 2013, recitava: «Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che infligge ad una persona, con qualsiasi atto, lesioni o sofferenze, fisiche o mentali, al fine di ottenere segnatamente da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o su di una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su ragioni di discriminazione, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni».

La disposizione approvata quattro anni dopo è quasi irriconoscibile, tanto che lo stesso Manconi l’ha apertamente disconosciuta: «Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona».

La prima cosa che balza agli occhi – oltre alle formulazioni entrambe contorte, tali da delegare all’interprete anche le responsabilità che dovrebbero essere del legislatore – è che da reato proprio, commesso da un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, la tortura si trasforma in reato comune, commissibile da chiunque: in contrasto con gli obblighi assunti firmando la CAT. Come si affretta a precisare il secondo comma dell’art. 613 bis: «Se i fatti di cui al primo comma sono commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni».

Ma le critiche delle maggiori associazioni italiane e internazionali che tutelano i diritti umani si appuntano anche su altri tre aspetti, meno simbolici del precedente ma più suscettibili di influire sull’effettiva (dis)applicazione della disposizione. La prima è la previsione della pluralità delle condotte: una singola tortura non è punibile, sono punibili solo le torture, al plurale. La seconda è il riferimento alla verificabilità del trauma psichico: come se un trauma psichico fosse sempre verificabile, e la sua prova non fosse spesso diabolica. La terza sono i tempi di prescrizione ordinari: come se la tortura, come crimine contro l’umanità, non fosse imprescrittibile.

La mia domanda, che potrebbe allargarsi a gran parte della legislazione recente, neppure paragonabile alla precisione tecnica della legislazione fascista o alla qualità anche letteraria della nostra Costituzione, diventa: perché una disposizione così malfatta? I nostri legislatori sono sospettabili di tutto, ma non di essere così incolti da pensare che la previsione possa applicarsi retroattivamente ai torturatori di Bolzaneto. E allora perché queste quattro cautele – il reato proprio che diviene comune, la pluralità delle condotte, la verificabilità del trauma psichico, la prescrizione ordinaria – che complicano inutilmente il lavoro dei giudici e degli inquirenti?

Il fatto è che davvero il Parlamento, inventato in Inghilterra per approvare il bilancio, cioè le imposte, sta diventando l’ultimo posto al mondo dove dovrebbero farsi le leggi. Da strumento di soluzione dei problemi, in altri termini, la legislazione si è da tempo, e non solo in Italia, trasformata in tutt’altro: in modo per fare campagna elettorale, per lanciare messaggi ai propri elettori, per fissare i rapporti di forza rispettivi. Al punto che le forze politiche stavano per posporre questa e altre leggi cui si lavorava dall’inizio della legislatura solo per correre a elezioni anticipate: proprio come se fare le leggi fosse l’ultimo dei problemi, per un Parlamento.

Di fatto, la legge 110 è stata votata solo per dimostrare che persino il nostro Parlamento è capace di approvare una legge sulla tortura. Anch’io, come Manconi e Settembre, spero che, se mai la legge verrà applicata, la Corte costituzionale possa rimediare a qualcuno dei suoi principali profili di incostituzionalità. Per ora, la 110 presenta solo un pregio: bene o male, essa alimenta il tabù della tortura. In realtà, come mostro in un capitolo del mio libro Non c’è sicurezza senza libertà. Il fallimento delle politiche antiterrorismo (Il Mulino, 2017) qui di tabù ce ne sono due. Il primo è lo stesso tabù a parlare di tortura: un tabù che va sfatato, anche a costo di avanzare proposte come quella di Dershowitz.

Il secondo tabù, che va invece alimentato, e alla formazione del quale anche questa legge ipocrita a suo modo concorre, è il seguente, che spiega anche perché le proposte di legalizzazione vadano respinte. Un autentico tabù nei confronti della pratica della tortura non si alimenta prevedendo eccezioni, come fa Dershowitz, ma, tutt’al contrario, vietandola senza eccezioni. La tortura continua a essere praticata; l’unico progresso che i paesi civili hanno realizzato rispetto agli altri, da questo punto di vista, consiste in questo: che chi la pratica qui e oggi dovrà farlo di nascosto, vergognandosene come di un’aberrazione, come dell’incesto o della pedofilia.

Prof. Mauro Barberis

(Ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Trieste)

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