Otto anni dal sisma che devastò L’Aquila. Pofonda tristezza ma anche ricordi di gesta eroiche

Mancavano pochi giorni alla Santa Pasqua e quasi tutte le persone che abitavano nel comprensorio aquilano si stavano preparando per trascorrere l’importante evento.

Come avevano fatto tante altre volte: chi con i propri cari, chi con amici, chi pronto per partire per un viaggio da tempo sognato.

Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che da lì a pochi giorni si sarebbe scatenato il finimondo e che sarebbero arrivate morte e devastazione.

Alle le 3,32 del sei Aprile 2009 un terremoto devastante distrusse la citta’ dell’Aquila e causò 309 vittime.

In molti, a caldo, presi dallo sconforto nel quale erano piombati, ma forse anche difronte all’inizio di una prima fase di metabolizzazione  dell’immane tragedia, dissero: “nel dramma, tutto sommato siamo stati anche fortunati, perche’ se fosse accaduto di giorno ci sarebbero stati migliaia di morti“.

Parole che, al momento, sembrarono una magra consolazione, se non addirittura un affronto a tutti coloro che avevano perso i propri cari, ma che si rivelarono il frutto di ciò che tutti pensavano, visti anche i numerosi crolli di strutture pubbliche che, di giorno, sarebbero state senz’altro affollate.

Un dramma infinito che privò tanti padri, madri e figli degli affetti più cari.

Intere famiglie distrutte e ricordi di una vita cancellati in un attimo.

Lo smarrimento e lo sconforto furono totali e consegnarono ai cittadini aquilani una città fantasma che tuttora presenta il suo volto più drammatico: non tanto la perdita delle proprie case, degli oggetti materiali, dei ricordi (l’uomo ha grandi capacità di adattamento) ma la morte del tessuto sociale, delle relazioni, dei piccoli gesti quotidiani.

Un dramma, tuttavia, che portò a riscoprire anche il vero volto del popolo italiano e con esso degli uomini e delle donne della protezione civile, della Guardia di Finanza, delle altre Forze di Polizia e del soccorso.

La città, infatti, fu letteralmente invasa da divise di ogni colore, migliaia di volontari allestirono campi di accoglienza per dare assistenza a piu’ di 50.000 persone.

Non mancarono gesta straordinarie, veramente eroiche, da parte di questi uomini e donne venuti anche da lontano, a portare il loro aiuto ad una popolazione stremata.

La scuola della Guardia di Finanza divenne centro di accoglienza degli sfollati, degli uffici pubblici essenziali, ma anche obitorio per le centinaia di corpi straziati che giungevano ora dopo ora.

In pratica l’unica ancora di salvezza e l’unico baluardo da dove ripartire.

Momenti drammatici che fecero diventare grandi, in un solo colpo, anche gli allievi che frequentavano il corso di formazione.

Abituati a parlare e ad ascoltare cose future, eventuali, prospettiche, si ritrovarono in una frazione di secondo a dover partecipare alle operazioni di soccorso alle vittime e di assistenza ai familiari che avevano perso gli affetti più cari.

Ed è proprio in questo contesto che il dramma si fa solidarietà, vicinanza, umanità e dà la forza per affrontare anche ciò per il quale non si è pronti e che nessun addestramento ha potuto trasmettere.

Chi ha vissuto quei momenti porterà sempre nei propri ricordi il gesto di un’ allieva, che di fronte ad una madre che piangeva il corpicino del proprio figlio senza vita e si disperava per non avere con sé nessun oggetto sacro che l’aiutasse in quel momento di profonda disperazione, si tolse il crocifisso d’oro dal collo e lo donò, con un gesto semplice e spontaneo, così come si offre una caramella ad un bambino.

Un pensiero profondo, pertanto, di grande vicinanza, a tutte le vittime di quel tragico evento, alle loro famiglie – “nei cui occhi è triste leggere la certezza che neanche stasera i loro figli torneranno a casa” – un grazie di cuore, inoltre, a tutti gli uomini in uniforme, ai volontari ed alle Istituzioni per la forza che ebbero in quei drammatici momenti.

Eliseo Taverna

Segretario Generale Sicurezza Cum Grano Salis

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