Non sempre gli sbirri onesti hanno l’onore della gloria. Di Eliseo Taverna, Guglielmo Picciuto e Daniele Tisci*

Indossare un’uniforme non è come fare l’impiegato presso un Ministero o un Comune (il primo è una sorta di missione, il secondo un normale lavoro) e richiede la consapevolezza radicata della propria onestà e dignità di poliziotto, di finanziere o di carabiniere e la ferma volontà ed esigenza di mantenerla intatta nel costante rispetto e nella pratica dei principi morali propri, che vanno anche oltre quelli della comunità.
Angelo Voza è un ex Luogotenente della Guardia di Finanza e tutte queste qualità le ha sempre possedute perché ha fatto parte di quella categoria di sbirri dal piglio deciso, con un acume investigativo accentuato e con un senso della legalità e della giustizia altrettanto spiccati, che hanno connotato il suo percorso di vita e di carriera.
Uno sbirro, in pratica, che non ha mai pensato di limitarsi a fare solo il proprio lavoro, nel senso stretto dell’obbligo, perché la divisa che indossava e il giuramento che aveva prestato non le considerava delle semplici formalità da soddisfare, né tantomeno solo un modo per sbarcare il lunario. Lo stesso giuramento e la stessa missione, ma con un modo diverso di concepire il proprio lavoro al servizio del cittadino.
Nell’immaginario collettivo, uno sbirro con un tale piglio e determinazione, qual è stato Angelo Voza, fa tornare in mente un personaggio come Frank Serpico, che agli adolescenti della nostra generazione emozionava immedesimarsi in quel poliziotto americano intransigente ed incorruttibile, raccontato nell’omonimo film del regista Sydney Lumet.
Voza, sia chiaro, non si è trovato a dover combattere la corruzione all’interno della propria Amministrazione di polizia, come nel caso del richiamato protagonista, ma a fare i conti con gli esempi negativi della nostra società, fatti da lobby, intrecci, indifferenze, nonché con la complessità e le lungaggini di un sistema giudiziario spesso poco comprensibile, che fatica anche a riconoscerti il tuo passato ed il tuo presente nell’indossare un’uniforme o addirittura trattandoti con esasperato sospetto. Tali esperienze ti lacerano nei sentimenti, negli ideali, nelle certezze su cui ti sei costruito un’esistenza che, ovviamente, crolla in un attimo e ti induce a non sapere più a chi aggrapparti, perché ti vedi improvvisamente solo, lontano dall’ambiente in cui hai sempre creduto. Una condizione che finisce per riverberare ogni effetto doloroso sulle persone che ti amano, ma che inevitabilmente finiscono per non capire più dove hai vissuto fino al giorno prima, né la scelta di vita che hai fatto.
La carriera operativa di Voza inizia nel 1983, con il trasferimento in Sicilia, a Trapani, come Capo Scorta del Sost. Proc. Dr. Carlo Palermo, il magistrato che la mattina del due Aprile del 1985, due giorni dopo che l’incarico di tutelarlo venne affidato, a rotazione, ad altra forza di polizia, rimase vittima di un attentato devastante da parte della mafia (la strage di Pizzolungo che provocò la morte di una donna e dei suoi due figli gemelli di sei anni, il lieve ferimento del magistrato e di alcuni suoi agenti di scorta e del grave ferimento di altri due agenti del nucleo di protezione).
Dopo il trasferimento di Carlo Palermo a Roma, Voza viene assegnato alla Procura della Repubblica quale addetto alla Squadra di Polizia Giudiziaria Investigativa, a seguito del quale svolge numerose inchieste nell’ambito di tutta la Provincia di Trapani e Marsala, diverse delle quali delegate anche dal dr. Paolo Borsellino, allora Procuratore della Repubblica, ucciso barbaramente dalla mafia alcuni anni dopo.
Nello stesso luogo svolge inchieste sulla massoneria deviata (P2) e sugli intrecci tra mafia e poteri forti, a seguito delle quali, ovviamente, subisce anche forme d’intimidazione e di minaccia.
In quel clima di insicurezza, pertanto, nel 1989 viene trasferito prima a Roma e nel 1993 a Salerno, dove gli vengono affidati incarichi nella lotta agli stupefacenti e nell’Antiriciclaggio.
Tutte le sue disavventure iniziano in quest’ultima città, nel momento in cui, dopo essere venuto a conoscenza di alcuni fatti rilevanti da sottoporre all’attenzione della magistratura, redige una relazione di servizio per presunti illeciti nei confronti di un imprenditore locale.
Non è un segreto che il contesto campano non è dei migliori per ficcare il naso, oltremisura, negli affari degli altri, nemmeno se indossi un’uniforme e rappresenti lo Stato e non ti limiti a fare solo ciò che è strettamente necessario.
Per capirci, parliamo di un’area della Campania – la Piana del Sele – dove negli anni ’80 si sono avute lotte cruente tra le famiglie della camorra che vide contrapporsi esponenti della NCO (Cutolo) e della NF (Alfieri), che si contendevano il controllo del territorio.
Un’area che non ha perso l’occasione per far parlare di sé e dove anche le persone perbene spesso vivono una vita difficile e connotata da indifferenza, paura ed omertà.
La relazione di Voza, come da lui stesso riferito nelle tante occasioni, evidenziava diverse ipotesi di reato ed ipotizzava anche ulteriori scenari molto più complessi da approfondire sotto l’aspetto investigativo.
Da quel giorno nei confronti di Voza si scatenava, inspiegabilmente, una campagna connotata da una serie di denunce inviate sia alla Procura della Repubblica e sia alla Guardia di Finanza. Lo si accusava di aver commesso una miriade di reati (concussione, abuso d’ufficio, abusi edilizi ed altri nefandezze non certamente meno gravi). Dopo una lunga battaglia giudiziaria, i molteplici procedimenti penali nei confronti di Voza venivano tutti archiviati dalla Magistratura per infondatezza della notizia di reato.
Nonostante le innumerevoli assoluzioni da tutte le accuse, tuttavia, il clamore mediatico e gli esposti inviati al Corpo di appartenenza lasciavano i loro strascichi e portavano i superiori di Voza ad optare per un trasferimento d’ufficio per tutelare l’istituzione e, da Comandante di Tenenza operativa di una località del centro-nord, dove nel frattempo Voza si era trasferito anche per cercare di ritrovare un po’ di serenità, veniva relegato a svolgere un incarico d’ufficio in un’area che si occupava della gestione delle infrastrutture.
In pratica destinato ad un lavoro di mero burocrate in nome di una esigenza di tutela di un interesse superiore. D’altro canto, tuttavia, è la legge che lo prevede ed alla quale non importa la bontà delle azioni che hai svolto indossando l’uniforme, né un’intera vita che hai dedicato allo Stato, ma che si premura solo e semplicemente di salvaguardare l’istituzione.
Voza finisce sui giornali e qualcuno non perde l’occasione per dare in pasto ai lettori versioni e commenti distorti della sua storia.
Lo sbirro Voza, nonostante la tempra ed il coraggio mostrato, non cade fortunatamente sotto una pioggia di proiettili e per mano diretta dei suoi carnefici, ma viene messo a dura prova da un calvario connotato da un profondo malessere personale e da un forte disagio familiare dentro il quale è incolpevolmente finito. E questo solo per aver voluto difendere ad ogni costo quei principi della legalità e della giustizia in cui ha sempre creduto, anche quelli meno visibili e percepiti in misura minore.
Oggi, ha smesso d’indossare la divisa che aveva portato con onore per trentatré anni, nella ferma convinzione che vestire un’uniforme significhi anche dedicare la propria vita allo Stato e, senza aspettare la fine dei titoli di coda di un film del quale è stato un protagonista involontario, ha deciso di rinunciare a quella vita dedita alla legalità che fin da piccolo aveva sognato di voler vivere, ma che da grande essa stessa lo aveva inaspettatamente tradito.
Nei giorni scorsi, con la condanna di un giornalista, un editore ed un direttore di giornale colpevoli di aver pubblicato articoli stampa con notizie non veritiere concernenti la vicenda di Angelo Voza, è arrivata l’ennesima rivalsa per questo “sbirro” che si è sentito lasciato vivere ed operare nell’indifferenza e, a tratti, colpito anche da forme di sospetto e di diffidenza all’interno del proprio ambiente di lavoro.
Chissà se un giorno, come nel caso di Frank Serpico, anche Angelo Voza avrà la forza di andare nelle scuole e tra le comunità dei giovani, come peraltro ha già fatto nel passato, a raccontare la sua storia; forse non unica, probabilmente semplice, certamente non la più drammatica, ma senza alcun dubbio utile come lascito alle generazioni future.

* Delegati Co.Ce.R. della GdF e componenti della Segreteria
Nazionale dell’Associazione Culturale Sicurezza CGS