“Non più nelle caserme il marchio d’infamia caino ….”

“Non più nelle caserme il marchio d’infamia caino ….”

“Dovrei chiedere scusa a me stessa per aver creduto di non essere abbastanza.”…..Alda Merini

Mi ritengo fortunata perché in oltre trent’anni di attività di psicoterapeuta non ho perso mai un paziente volontariamente. Ma ho confortato e supportato chi ha vissuto questo dramma da vicino e mi sono trovata a dover rispondere alla terribile domanda “perché?”.

Così dall’inizio della mia carriera professionale questa domanda mi accompagna ed io continuo a ricercare ancora oggi la risposta.. Mi sono imbattuta in un pensiero di Pirandello e pensavo di aver trovato parte della risposta …”Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”..ed ho pensato che il suicida prima di compiere il gesto estremo si senta circondato soltanto da maschere dove non riesce più ad intravvedere i volti … O come la grande poetessa Alda Merini che ha conosciuto per 12 anni  l’inferno dei manicomi per un disturbo  bipolare … … scriveva..

“ Se la morte fosse un vivere quieto, un bel lasciarsi andare, un’acqua purissima e delicata o deliberazione di un ventre,io mi sarei già uccisa. Ma poiché la morte è muraglia, dolore, ostinazione violenta, io magicamente resisto….”

Il grande scrittore Cesare Pavese, nel ’50 prima di togliersi la vita scriveva una poesia rinvenuta dopo la sua morte,  “la morte avrà i tuoi occhi” La morte vista come compagna di vita:

”……questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso…..”

 La morte stessa vissuta come la vera compagna “dal mattino alla sera”…”il crollo della speranza” nel momento fatidico….

Riflessioni di persone famose che non danno risposte ai comportamenti estremi di tanti militari….   Perché  quando un collega con cui condividi la vita di gruppo, ti lascia senza neppure un cenno come se i giorni, i mesi, gli anni trascorsi assieme per lui non avessero significato nulla , in te dopo lo stupore si fa strada un sentimento di rabbia alimentato da un vecchio rimorso.

Tutta questa confusione nel sentire, le riflessioni che ti ritrovi a fare non contano più, conta il tuo “Io” più profondo non razionale che chiede risposte certe.

 Così nascono  ricerche encomiabili di studiosi universitari e non, che formulano ipotesi sulla base di  risultati scientifici.

Anche la psicologia militare fa la sua parte, interviene nell’ applicazione professionale su tre categorie d’intervento:

  1. a) il miglioramento delle prestazioni di individui e di gruppo;
  2. b) miglioramento della salute e del benessere psicologico;

c)miglioramento dell’efficienza e della salute organizzativa.

Tutte iniziative importanti, ma i risultati sul campo  non fermano l’ondata di malessere che continua a falciare impietosa la vita di uomini in divisa. Che con i loro gesti  lasciano nello sconforto famiglie, colleghi, figli costretti a crescere in solitudine nel dubbio terribile di non essere stati “abbastanza” per il loro padre.

Di fronte a tanto dolore non si può restare indifferenti e ti ritrovi anche tu a formulare ipotesi.

 L’unica risposta possibile ti sembra sia  da ricercare non solo nella  storia individuale di questi uomini, nelle loro caratteristiche   di personalità che li hanno indotti a  scegliere la vita militare : per un senso di patriottismo,  una tendenza a conformarsi nell’accettazione dell’autorità, o una necessità di riconoscimenti,  di  fedeltà ed impegno nei confronti dell’istituzione o per un forte impegno nella carriera.

Gli stessi uomini un bel momento della loro vita  si ritrovano ad assumere un comportamento estremo nel silenzio più totale, senza che  nessuno si accorga del malessere in atto per tendergli la mano.

 Allora possiamo ipotizzare che il collega, l’amico, il familiare  si sia trovato in una realtà che è, come cadere in un buco nero che porta in altre dimensioni spazio-temporali, dove si sente intrappolato  nell’oscurità e   diventa  freddo, insensibile, staccato senza una scala a portata di mano  per poter  risalire ed uscire alla luce.  Perché il buco nero  che lo ha risucchiato  è senza fondo, può  vedere la famosa luce che si allontana sempre di più e diventa sempre più debole, mentre il buco nero diventa sempre più profondo ed oscuro.

Questa immagine rispecchia lo stato d’animo di quanti sono riusciti a trovare una via d’uscita dal buio ed hanno ritrovato la luce. Ecco perché la ricerca sul “perché” deve soddisfare altri aspetti della vita di queste persone e deve andare oltre, ad esempio  prendere in considerazione il clima ambientale dove avvengono questi comportamenti suicidari, troppo spesso lontano dai valori in cui un  militare ha creduto e giurato volontariamente prima  del suo inserimento  nella  vita militare.

 Quel mondo che aveva imparato ad amare durante  il duro addestramento dei primi mesi ed  i sentimenti affettivi che aveva costruito verso i suoi commilitoni che considerava la sua famiglia , i suoi fratelli  con cui aveva condiviso tutto  durante la scuola  e loro contraccambiavano lo stesso sentimento, vivendo la magia di quell’appartenenza ad un mondo esclusivo, improvvisamente  la realtà gli appare trasformata, si sente tradito e si allontana piano piano .

 Quando nel tempo tutto ciò  viene meno, si comincia con il  pensare di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.  Si pensa che ciò che ha realizzato negli anni: una carriera, una famiglia che il più delle volte ha sacrificato e deluso in nome delle priorità della caserma, comincia a credere di essere  sbagliato  perché non si riconosce più in  quella realtà anafettiva,  dove se non sta attento  quelli che considerava  fratelli lo chiameranno “caino” .

Al clima ambientale nelle caserme si aggiungono le incongruenze sociali il cui ruolo del militare oggi è ricco di discrepanze; se esercitano la funzione repressiva per applicare le leggi e tutelare  la comunità vengono accusati di essere “fascisti” e di “abuso di potere” con grande scalpore mediatico.

Per contro quando vengono picchiati, insultati e ridotti in fin di vita tanto da non essere più abili al servizio….”hanno fatto il lavoro per cui sono pagati!!!!”….ed i riflettori restano  pressoché spenti.

L’unica luce che  intravvedono è quella flebile della solitudine in cui si sentono  lasciati a morire giorno dopo giorno, e l’uomo di ieri semplice orgoglioso della divisa che indossava, consapevole di dover rispondere al dovere di militare senza “se” e senza “ma” resta annichilito con la sua fragilità, ma anche con la forza che gli proveniva dall’essere orgoglioso e motivato di appartenere alla grande famiglia del suo Corpo o della sua Arma e non esiste più. Entra piano piano in uno stato di “anedonia” dove niente da piacere, niente ha più senso.

Allora perché ci stupiamo di queste scelte estreme, quando spesso le richieste rivolte al militare sono superiori alle loro forze come se fossero dei rambo, ma  i rambo li troviamo al cinema, i nostri militari sono in carne ed ossa e devono rispondere ancora oggi ad un codice d’onore, che non sempre ha riscontro e riconoscimento nella nostra società.

E’ vero anche la famiglia contribuisce e continua a fare richieste che sono improponibili per un militare, e si osserva che le incomprensioni nascono dalla competizione tra caserma e famiglia, una scelta impossibile perché entrambi fanno parte dei valori a cui deve rispondere un uomo in divisa.

Tra gli altri aspetti da non sottovalutare è la rilevazione che spesso il rispetto di ruolo verso chi indossa la divisa oggi è venuto meno, tanto da spingere gli stessi sempre più a ricercare forme di tutela, propri degli impiegati statali.

Ma i cittadini non hanno bisogno di burocrati, di quelli gli uffici sono saturi,  hanno bisogno di forze dell’ordine che svolgano il loro lavoro in sicurezza, per dare sicurezza  agli altri nella completa fiducia sociale.

Ipotizzo che bisognerebbe  riconsiderare il rispetto della persona umana e  ridare ai militari delle forze dell’ordine la dignità di ruolo che in questi anni  in parte è venuta a mancare.

 I militari  dovrebbero tornare a sentirsi parte di un gruppo  indispensabili per la sicurezza ed il bene comune.

 E’ fondamentale in una società civile il recupero dei valori militari: Appartenenza, Bandiera, Solidarietà, Onore, Patria, Famiglia ecc.,  indispensabile per il bene di questi uomini e per  la  società.

Nell’immaginario collettivo oggi abbiamo assenza  di questi valori, senza più divisa, senza più famiglia,un militare trova  intorno a sé il buio più totale ed il vuoto esistenziale  che facilmente può portarlo a perdere il contatto con la realtà e soprattutto con il sentire affettivo.

Credo in quanto affermo e dissento con quanti fautori  del mito del rambo,  si riferiscono alle forze dell’ordine con considerazioni tipo, “..altrimenti hanno sbagliato mestiere”.  E’ qui il punto, servire lo Stato non è un mestiere ma un dovere, direi una “passione”.

Vorrei ricordare a quei pochi lettori di questo scritto che nessun lavoratore firma il contratto di lavoro dove è disposto a morire per la Patria….per la Bandiera, i militari si…..questo fa la differenza tra un lavoratore ed un miitare.

La gente comune forse questo non lo sa, cominciamo a dirglielo, cominciamo a diffondere la cultura militare non come una delle poche possibilità nel mercato del lavoro, ma come valore di una vita di sacrificio e spesso di rinuncia, di appartenenza alla Bandiera…con uno stipendio che ti consente quando ti va bene di pagare il mutuo per la prima casa e se hai la sfortuna di separarti da tua moglie, ti ritrovi a vivere alla soglia della povertà ecc… conosco più di uno che deve vivere con 500.00 euro tanto gli resta dopo che paga il mutuo, il mantenimento per i figli ed in alcuni casi anche della moglie. Il reddito di 500.00 serve per pagare l’affitto, luce gas, benzina per andare al lavoro, spese extra per i figli….e per mangiare?.

Diciamolo pure che nelle separazioni coniugali spesso gli uomini in divisa vengono stritolati dagli stereotipi che accompagnano la figura del militare e difficilmente il loro ruolo  è da considerarsi un vantaggio.

Abbiamo cominciato con il fare  la lista delle verità non dette.

A questo punto possiamo parlare delle diversità individuali nel dare risposte alle sollecitazioni ambientali e supporre i denominatori comuni che inducono un militare a forme di comportamenti autodistruttivi.

Possiamo parlare di stress, di bournaut, di sindrome Post traumatica da stress, di sindrome di Adattamento, di stress acuto ecc., di come recuperare con la psicoterapia ed i traumi con la tecnica dell’EMDR, con la farmacologia e via così.

Possiamo………………ma oggi ho voluto toccare alcune verità scomode…..che a mio parere contribuiscono a rispondere a qualche “perchè”, ed ora con un po’ più di leggerezza capire perché per tutti noi non esclusi i militari è importante sollecitare le endorfine…………

 “Queste sostanze fanno parte di antichi meccanismi di sopravvivenza, che ci hanno permesso di continuare a lottare anche quando siamo sotto stress”. Un modo per produrle naturalmente? Imparare a sorridere, ridere di più riduce lo stress ,aumenta la fiducia in se stessi e negli altri, ci permette di fare una pausa per poi ripartire più concentrati con le nostre attività quotidiane ….. ma non basta, dobbiamo tutti assieme costruire ambienti di lavoro sicuri,  cambiando il clima ambientale nelle caserme … diffondendo la cultura della solidarietà e del benessere. Non più  marchi infamanti  come “Caino”……….

Giovanna Ezzis – Psicologa e Psicoterapeuta

Socio e Consulente dell’Associazione Sicurezza Cum Grano Salis

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