Lo stress in polizia: le strategie di coping e le differenze di ruolo e di genere. di Guest – da StateofMind.it

15 gennaio 2018

Lo stress in polizia è spesso legato all’esposizione alla sofferenza umana e a numerosi fattori stressanti sia organizzativi che operativi.

La normativa sulla sicurezza sui posti di lavoro in vigore in Italia (Decreto Legislativo 81/08 aggiornato a maggio 2017) dichiara che, a partire dal gennaio 2011, è obbligatorio per le aziende italiane effettuare la valutazione dello Stress Lavoro Correlato.
Gli operatori delle forze dell’ordine rientrano tra le categorie professionali con maggior rischio di incorrere all’esposizione di eventi stressanti.

Come evidenziato dalla ricerca di Cesana (2005), a seguito dell’interazione interpersonale frequente con cittadini/utenti, questa tipologia di lavoro ha le caratteristiche della ‘professione d’aiuto – HCP’ (medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali…), ne condivide l’esposizione alla sofferenza umana ed alle situazioni problematiche sia economiche e sia umane, anche con episodi di violenza. Le ricerche di Gächter et al. (2009) e Collins e Gibbs (2003) sottolineano che l’esposizione ad eventi traumatici, alla violenza e sofferenza, sia un fattore di stress in polizia. A questi fattori si affianca anche il rischio di incolumità propria e dei propri colleghi. I disturbi derivanti dall’esposizione ad un evento traumatico sono classificati nel DSM-IV come Disturbo d’Ansia, e la soddisfazione del criterio A del Disturbo di stress Post-Traumatico.

Gli stressor sono riconducibili sia ai conflitti interpersonali (ostilità nei rapporti con superiori e colleghi, supporto inadeguato delle autorità di vigilanza) (Shane, 2010) sia al livello del carico di lavoro dichiarato inaccettabile rispetto alla turnazione, agli straordinari eccessivi, al sovraccarico lavorativo, alle condizioni insufficienti di lavoro e alle interazioni costanti con il pubblico.

Le conseguenze dello stress lavoro correlato possono essere sia di tipo psicologico sia di tipo fisico. Tra i disturbi fisici più frequenti emerge il disturbo del sonno, con conseguenze direttamente imputabili all’organizzazione del lavoro all’interno del dipartimento di appartenenza (stanchezza sul lavoro, difficoltà dell’attenzione prolungata, ecc).

Tra i disturbi di tipo psicologico, sono stati identificati sintomi ansiogeni e depressivi (Morash et al., 2006). Tra i disturbi di tipo fisico, dai dati provenienti da indagini svolte negli USA si evidenzia come gli operatori delle forze dell’ordine dichiarino una incidenza superiore rispetto ad altri lavoratori di disturbi cardiovascolari e gastrointestinali.
Gli operatori delle forze dell’ordine che sperimentano le varie tipologie di stress evidenziate possono chiedere la modifica dei turni di lavoro, sono spesso assenti dal lavoro, sono colpiti da burnout, sono insoddisfatti del proprio lavoro e, a causa dello scarso impegno da parte dell’organizzazione nell’affrontare i disagi dei dipendenti, chiedono il prepensionamento e, sul piano comportamentale, possono manifestare il desiderio di divorziare dal coniuge; nei casi estremi di sofferenza il soggetto potrebbe essere motivato a mettere in atto condotte autolesive o anticonservative (Morash et al., 2006).

Alcuni autori, tra cui Neylan et al (2002), correlano i disturbi del sonno con gli aspetti organizzativi che possono determinare l’esposizione ad uno stress cronico, il quale dipenderebbe da variabili organizzative (es. relazioni con i superiori, condizioni di lavoro), dalle relazioni con le istituzioni (es. magistratura), dal sistema legale, l’opinione pubblica e la stampa.

La ricerca di Garbarino et al. effettuata nel 2013 ha analizzato le condizioni di sofferenza negli appartenenti alle forze dell’ordine con sintomi di depressione, ansia e burnout: i risultati hanno mostrato come gli stressors organizzativi siano associati a livelli più elevati di sintomi depressivi. Suresh et al. (2013) hanno rilevato che i principali fattori di stress sono correlati alla sensazione di essere sempre in servizio, al minor tempo da dedicare alla famiglia, alle pressioni politiche al di fuori del dipartimento di polizia, al salario e alle strutture inadeguati. Tutti questi stressor sono attribuibili all’organizzazione. Curiosamente, l’esposizione al trauma (ad es. soccorrere i feriti in un incidente automobilistico) come fonte di stress implicava una minore percezione di stress (operativo) rispetto alle fonti che comportano stress organizzativo.

Stressor organizzativi in polizia

Secondo Alexander et al (1993), in questa categoria rientrano gli stressor che si originano nel contesto di lavoro: in letteratura emerge che i fattori maggiormente stressanti sono le condizioni di lavoro (carenza di personale e/o risorse inadeguate ad esempio), i rapporti con i superiori e i colleghi (es. mancanza di comunicazione), le relazioni con l’ambiente esterno (es. immagine delle forze dell’ordine, rapporto con i cittadini, senso di efficacia dell’intervento).
Tra gli stressor organizzativi particolarmente problematici per il poliziotto, Pietrantoni et al (2003), indicano la gestione dei turni, il sostegno sociale inadeguato, le norme e i valori che caratterizzano la cultura organizzativa e il clima di genere.

Stressor operativi in polizia

Si riferiscono agli eventi critici legati al lavoro operativo del poliziotto: aggressioni, uccisione e ferimento di terzi, situazioni a rischio di morte, suicidio di un collega, situazioni con rischio di contaminazione biologica (es. HIV), sequestri, presa di ostaggi e barricamenti, interventi nei casi di stupro, violenze e abusi.

Le strategie di coping contro lo stress in polizia

Particolarmente interessanti sono le modalità di fronteggiamento messe in atto dagli operatori delle forze dell’ordine durante le situazioni stressanti; in genere le strategie di coping si categorizzano in base all’attenzione posta sulla risoluzione del problema, alla regolazione delle emozioni emergenti dalla situazione stressante e sulla ricerca del supporto sociale (informativo, materiale, emotivo).
In letteratura, Mazzola et al. (2011) e Pietrantoni (1999) sostengono che le strategie di coping utilizzate possono essere dicotomizzate in adattive e disadattive.

Lo scopo delle strategie di coping adattive è di ottenere supporto sociale e familiare, condividere l’esperienza con gli altri soggetti, il fronteggiamento attivo degli stressor e la reinterpretazione positiva della situazione; mentre tra gli scopi delle strategie di coping disadattive emerge l’intenzione di evitare il problema, l’eccessiva manifestazione delle emozioni e utilizzare modalità autodistruttive per ridurre lo stress, come l’abuso di sigarette o alcol o evitare amici e familiari. He et al. (2005) hanno sostenuto come l’uso delle strategie di coping disadattive contribuisca ad aumentare lo stress in polizia fino a renderlo cronico.

Stress in polizia: differenze di ruolo

Come è stato indicato precedentemente, nelle ricerche svolte presso i dipartimenti di polizia, emerge che gli agenti di polizia sono esposti a stress acuto e cronico durante le ore di lavoro, con conseguenze sul piano del benessere fisico e psicologico.

All’interno della struttura organizzativa spesso ruolo ed aspettative non coincidono. In specifici ruoli è necessario inserire una persona con preciso atteggiamento orientato all’obiettivo e al compito (come ad esempio rafforzare la conformità con il codice della strada); non sorprende che le aspettative di ruolo genere dipendente rispetto alle donne possano determinare un’errata valutazione delle intenzioni operative di esse, bias che trova sostegno dall’errata credenza che le poliziotte utilizzino un approccio orientato alla relazione in maniera solidale, cercando invero di comprendere e soddisfare i bisogni di persone che hanno agito in maniera contraria al codice vigente (come ad esempio soprassedere ad un reato quando è stato commesso in caso di emergenza).

Come descritto da Eagly et al. (2005), l’incongruenza percepita tra genere e ruolo conduce alla formazione di elementi di pregiudizio: il primo elemento conduce a soppesare diversamente le donne nei ruoli considerati tipicamente adatti agli uomini (come nel caso delle forze di polizia); un ulteriore pregiudizio porta a ritenere che quando una donna poliziotto assume comportamenti autorevoli / manageriali (controllo e leadership), questi vengono presi in considerazione in misura minore rispetto a quando promulgato da un collega uomo. Tale incongruenza genera maggiore angoscia nelle donne rispetto agli uomini (Turk et al, 2013).
Riguardo gli anni di servizio, gli agenti con maggior esperienza riportano un minor livello di stress rispetto ai giovani poliziotti, questo si verifica probabilmente in quanto la maggior esperienza sul campo determina l’acquisizione di molte strategie di coping e maggior abilità nel fronteggiare gli eventi traumatici (Lucas et al, 2012; Magnavita et al, 2013).

Stress in polizia: differenze di genere

Le ricerche hanno evidenziato che nelle organizzazioni di lavoro, le donne sono sensibili alla sofferenza (Thoits, 2013) correlata alla vulnerabilità biologica e sociale oltre che una maggiore tendenza alla depressione (Eagly e Wood, 2013).
Riguardo al genere, Berg e collaboratori (2005), riportano che le donne in polizia esprimono maggiori livelli di stress percepito rispetto ai colleghi uomini, nonostante i poliziotti maschi abbiano una maggior esposizione sul campo ad incidenti gravi.
È interessante notare che i poliziotti che sentono di avere il sostegno da parte dei colleghi considerino il loro lavoro meno stressante (He et al., 2002). È importante soprattutto per le donne, poiché i problemi sul posto di lavoro sono frequentemente associati ad atteggiamenti di rifiuto da parte dei colleghi (Morash et al., 2006).

Stress in polizia: differenze di settore

L’appartenenza ad uno specifico settore all’interno dei dipartimenti, incide sulla percezione dello stress; come sostiene Abdollahi (2002), gli operatori incaricati di pattugliare le strade e coloro a cui è richiesto di intervenire nei casi di violenza, risultano essere maggiormente vulnerabili allo stress dei colleghi che lavorano in settori diversi.

Ricerca in Italia sullo stress in polizia

Nel 2011 il gruppo di ricerca guidato dalla Dott.ssa Daniela Acquadro Maran (Dipartimento di Psicologia, Università degli studi di Torino) e composto dal Dott. Massimo Zedda (Dipartimento di Psicologia, Università degli studi di Torino), e dalla dott.ssa Antonella Varetto (Città della Salute e della Scienza di Torino), ha attivato un progetto di ricerca per valutare l’impatto dello stress lavoro-correlato presso la polizia municipale operante in una città del nord d’Italia. Un questionario autosomministrato è stato distribuito in tutti i distretti presenti sul territorio cittadino, raggiungendo 1840 poliziotti urbani; il 34% dei questionari è stato compilato e consegnato ai ricercatori, i quali hanno assicurato la massima privacy e anonimato dei soggetti coinvolti.

Il campione è costituito dalle forze operanti attivamente sul territorio, come i poliziotti operanti su strada che vigilano affinché siano rispettate le leggi (es. codice della strada, aspetti amministrativi e burocratici delle attività commerciali), chi interviene direttamente in caso di assalto, gli investigatori oltre ai soggetti che lavorano all’interno dei distretti, i quali hanno ruoli amministrativi o direttivi e responsabilità.
I risultati mostrano che le donne con ruoli operativi sul campo (infrazioni al codice della strada, TSO, ecc) presentano maggiore vulnerabilità verso gli stressor sia operativi e sia organizzativi; maggiori livelli di stress sono stati rilevati tra le donne sottufficiali, ufficiali e poliziotti di pattuglia rispetto ai colleghi maschi operanti negli stessi ruoli.

Gli ufficiali maschi mostrano tratti di ansia che influenzano la percezione delle difficoltà professionali, mentre gli agenti di pattuglia risultano essere maggiormente esposti agli stressor operativi.

Da notare come i sottufficiali maschi e gli agenti di pattuglia di ambo i generi mostrano disagio sia organizzativo sia operativo. Questo risultato ottenuto dal gruppo di ricerca di Torino è interessante in quanto differisce dalle ricerche internazionali (Suresh RS, Anantharaman RN, Angusamy A, Ganesan J., 2013) in cui gli stressor organizzativi sono la fonte principale di disagio.

Tra gli stressors organizzativi, sia uomini sia donne includono la mancanza di competenza, superficialità e inflessibilità delle regole, mentre per quanto riguarda i fattori di stress operativi, le lamentele sono orientate alla sensazione di delegittimazione del loro lavoro da parte degli utenti.
Interessante notare che emergono alcune differenze rispetto alla natura della percezione del pregiudizio: le donne colgono preclusione nei loro confronti come aspetto che sorge dal terreno della mancanza di rispetto per il proprio operato (ad esempio continue richieste di conferma di informazioni che sono già state ricevute), gli uomini invece imputano tale pregiudizio all’interno della cornice di inefficienza del sistema sociale, mancanza di regole e legislazione adeguata.

Le donne esprimono inoltre la difficoltà di gestire le emozioni legate all’inadeguatezza o all’assenza di risposte per le quali si sentono responsabili, sviluppando vissuti di impotenza nel rispondere in modo adeguato alle richieste del pubblico. Così appaiono più fragili a causa delle aspettative di genere sul posto di lavoro, dell’assenza di un network di sostegno interno all’organizzazione, del non riconoscimento delle abilità professionali che permetterebbe loro di essere valutate in linea con i loro colleghi.

Dall’analisi delle strategie di coping messe in atto dal campione studiato, emerge che i dirigenti di genere maschile ed i sottufficiali di genere femminile presentano vulnerabilità agli stressor organizzativi ed operativi; mentre i primi adottano la religione come strategia di coping allo scopo di ridurre il disagio, le donne sottufficiali utilizzano strategie di sfogo attive e di distrazione per ridurre lo stress.

Gli ufficiali uomini utilizzano uno spettro di strategie di coping adattative (come ad esempio la pianificazione, il supporto strumentale, la riformulazione positiva ed il buon umore), che induce la riduzione del rischio di sofferenza psicologica generale (vedi Elliott e Guy, 1993), e che può quindi essere considerato come un fattore protettivo verso lo stress in polizia sia organizzativo e sia operativo. Tra le strategie di coping disadattive contro lo stress in polizia maggiormente dichiarate, emergono principalmente quelle associate ad evitare problemi e l’auto-colpevolizzazione.

Le strategie di coping usate dalle agenti di pattuglia si inseriscono nella ricerca di supporto emotivo e strumentale, mentre gli uomini con lo stesso ruolo utilizzano comprensione e positività nell’interpretazione critica dei problemi.
Le strategie di coping maladattive delle donne sono espresse attraverso il corpo (correlazione tra auto-distrazione e problemi legati alla fatica e alle preoccupazioni).
Sia gli uomini che le donne presentano autocriticità, la loro valutazione del proprio operato e del contesto in cui lavorano sono filtrate dal pessimismo e auto-biasimo, con livelli più alti di somatizzazione nelle donne.
Infatti, come evidenziato da Burke e Mikkelsen (2006) e Bowler et al. (2010), gli agenti di pattuglia presentano maggior rischio di disagio psicologico.

Un elemento interessante si evince nella ricerca effettuata a Genova durante il G8 del 2001 su 290 agenti del VI Reparto Mobile, Garbarino S. et al. (2012) sostengono che le attività quotidiane sono molto più stressanti rispetto alle attività antisommossa effettuate durante il G8, fatto dovuto alla adeguata formazione per l’evento, presenza di supporto psico-sociale e per l’organizzazione della manifestazione stessa. Dall’analisi si evince che lo stress elevato potrebbe essere prevenuto da una adeguata pianificazione degli eventi ad alto rischio e dall’impiego tattico delle contromisure antisommossa.

Prevenzione dello stress in polizia

La ricerca effettuata in Italia dal gruppo di ricerca (Acquadro Maran, Zedda e Varetto, 2015) ha evidenziato l’importanza fondamentale della riflessione e dello sviluppo di interventi formativi con attenzione al genere e finalizzati a prevenire il fenomeno stress lavoro-correlato nel personale di polizia.

La direzione ha accolto i risultati ed è intervenuta offrendo gratuitamente agli operatori la possibilità di frequentare corsi sull’efficienza fisica (ad esempio tecniche di sicurezza) e sul benessere psicofisico (ad esempio yoga).

Di particolare rilievo è focalizzare l’attenzione all’interno di tutte le forze di polizia sulla variabile di genere nello sviluppo dei corsi di formazione; sia uomini e sia donne potrebbero beneficiare di programmi caratterizzati dalla valorizzazione di autoefficacia, mentre i programmi destinati ad affrontare gli aspetti emotivi sarebbero di beneficio per le donne ufficiali (come ad esempio il debriefing psicologico e la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma).
Come aspetto non secondario, dal punto di vista macroscopico, accrescere la capacità di affrontare lo stress in modo efficace conduce ad incrementare lo standard di servizio percepito dal pubblico.

Per concludere

In ultima analisi, dai risultati della ricerca effettuata in una forza di polizia municipale in una grande città del Nord Italia si evince che i corsi di formazione e il supporto rivolti agli operatori devono essere inseriti in un quadro in cui il genere, il ruolo e il tipo di lavoro in cui è coinvolto il personale sono aspetti da prendere in considerazione per la strutturazione di programmi preventivi o di intervento sui fattori di stress che caratterizzano il lavoro quotidiano della polizia stessa. Inoltre, i corsi di formazione ed i programmi di supporto potrebbero essere strumenti utili ed efficaci per prevenire il disagio prima che esso emerga dallo sfondo dei vissuti come figura di stress cronico.

A supporto di tale affermazione, una ricerca svolta da Bengt (2013) in Svezia su 85 ufficiali volontari dell’Accademia di Polizia Svedese in formazione, dimostra che nell’ottica dell’acquisizione di conoscenza, inserire moduli formativi per la gestione di eventi violenti ed inerenti al ruolo previene lo stress nei partecipanti. Emerge inoltre che i livelli di stress lavoro-correlato non raggiungono livelli elevati e come tale aspetto perduri nel tempo per un periodo successivo di 18 mesi in cui gli ufficiali operavano direttamente sul campo. Tale periodo è superiore a quello riscontrato dal gruppo di controllo in cui tale modulo formativo non era previsto. Lo studio è stato predisposto proponendo ai partecipanti un protocollo di training basato sull’immaginazione su tematiche relative a 10 scenari riguardanti situazioni concrete. Non solo si è ridotto l’impatto dell’esposizione allo stress, ma ha anche sviluppato maggior fiducia nelle proprie capacità.
Quindi l’esposizione a scenari di difficoltà reale durante la formazione del personale con la possibilità di elaborare i vissuti ed interiorizzare capacità di mastery, produce un beneficio concreto sulla salute psicofisica del poliziotto, con risvolti positivi anche sulla qualità del servizio e dell’organizzazione in generale.

Fonte al link: http://www.stateofmind.it/2018/01/stress-in-polizia-coping/

Lascia un commento