In viaggio a Nizza nell’epoca del terrorismo islamico (tratto da una storia vera vissuta da un appartenente alle Forze di Polizia

I primi giorni di luglio insieme a mia moglie decidemmo di regalarci una breve vacanza (voleva essere un regalo per mia moglie dopo un intenso anno di lavoro).

Cominciammo a guardare le possibili destinazioni e il nostro occhio cadde su Nizza; volo diretto dall’Italia e allora perché no, ci chiedemmo se partire con i nostri bambini, rispettivamente di 8 e 5 anni. Guardai mia moglie e dissi: ci meritiamo tre giorni tutti per noi. Facemmo i biglietti aerei, prenotammo hotel, eravamo eccitati all’idea di trascorrere qualche giorno di vacanza. Mia moglie cominciò ad esplorare Nizza online (cosa vedere: mostre, musei, spettacoli, ristoranti e si accorse che il 14 luglio, ricorreva la festa della liberazione in Francia, giorno in cui ci sarebbe stata una grande festa che avrebbe coinvolto tutta la città). Eravamo felice ma anche preoccupati di questo evento. Abbiamo comunque pensato che non sarebbe successo nulla!

Ai nostri figli dicemmo che saremmo andati in Francia, in una città che si chiama Nizza, *********** subito si rattristò e gli chiedemmo: cosa c’è che non va? Non vuoi che mamma e papà vadano qualche giorno in vacanza? Lui, risponde: voglio che partiate, ma perché andare in Francia? In Francia c’è l’Isis, queste parole ci  gelarono entrambi.  Subito mia moglie e poi io cercammo di rassicurarlo. Quella stessa notte, ci sentimmo in colpa e anche per rassicurarli e tranquillizzarli, pensammo di portare anche i bambini con noi, per fortuna solo il caso volle che non vi fossero più posti prenotabili sul volo.

Arrivò il giorno della partenza, baci e abbracci.  Il maschietto mi disse: papà devi tornare con mamma, stai attento all’Isis, vi voglio bene. Questo mi mise paura, e risposi che se papà avesse visto uno dell’Isis gli avrebbe dato un pugno così forte che non si sarebbe alzato più.  Sorridendo dissi che saremmo stati più forti e che dopo tre giorni saremmo tornati a casa, poi guardai mia moglie e sorrisi nascondendo quanto detto ancora una volta dal bambino.

La nostra vacanza a Nizza era iniziata nei migliori dei modi, sin dal primo giorno, complice l’aria festaiola della città ed eravamo contenti della nostra scelta; eravamo sereni e spensierati, da tanto non eravamo così tranquilli e felici con la possibilità di poter dedicare qualche giorno a noi.

Il 14 luglio sin dalle prime ore del mattino, in città l’aria di festa riempiva la città. Nel pomeriggio, sulla Promenade des Anglais insieme a tante altre persone, assistemmo alla parata militare, davvero una bella festa ben riuscita. Io mi guardavo sempre intorno, non riuscivo a rilassarmi e mia moglie mi diceva: quanta gente e la polizia? Tranquilla, in mezzo al pubblico ci saranno diversi poliziotti in abiti civili, (borghese). Al termine della parata, facemmo rientro in hotel per prepararci alla serata: era previsto un concerto di musica classica in piazza Massena ed al termine sarebbero iniziati i fuochi d’artificio sul lungo mare Promenade des Anglais.

Eravamo pronti per uscire dall’hotel, quando squillò il telefono; era nostro figlio.

Sebbene ci fossimo sentiti di mattina, ci chiamò perché era preoccupato, voleva che partissimo quella stessa sera, era in ansia per noi, non voleva che uscissimo dall’hotel, prima mia moglie e poi io cercammo di tranquillizzarlo, gli ripetemmo quanto detto dalla mamma: saremmo andati a mangiare, che avremmo guardato i fuochi d’artificio e, subito dopo, saremmo rientrati in hotel per preparare le valigie.

Detto ciò mi salutò dicendo: papà fai attenzione, ti voglio bene, mi manchi, torna presto.

Questa telefonata durò quindici minuti circa, e mi fece pensare molto, questo ritardo ci fece saltare il concerto in piazza. Allora cambio di programma, andammo a cena e poi sul lungomare per i fuochi d’artificio.

Ogni ristorante era pieno, ovunque intorno a noi centinaia di persone e questo m’innervosiva.

Ci rassegnammo ad una lunga attesa, inaspettatamente trovammo posto in un locale vicino alla Promenade, con nostra sorpresa riuscimmo a mangiare in tempo utile per l’inizio dei fuochi. Mentre mangiammo, vedemmo tantissime persone che, affrettavano il passo per assicurarsi un posto migliore sulla strada per meglio godersi lo spettacolo.

Fuochi d’artifici davvero belli, una festa gioiosa. Le risate delle persone e gli applausi tra la folla in festa erano continui; noi ci abbracciavamo ed eravamo felici, mai avremmo pensato quanto sarebbe successo da lì a poco.

Terminato lo spettacolo pirotecnico, camminammo nel lungo mare, ove vi erano dei palchi con diversi artisti che suonavano vari generi musicali.  Con mia moglie decidemmo di scoprirli tutti e c’incamminammo in direzione dell’hotel. Mia moglie mi disse: dai avviciniamoci al palco, io, le ho risposi che sarebbe stato meglio restare sul marciapiede vicino alle case, (su quella strada eravamo in migliaia e sul marciapiede mi sentivo più al sicuro).

Eravamo quasi di fronte al casinò Mèditarenèe, eravamo distratti dalla musica quando all’improvviso vedemmo tantissime persone che correvano nella nostra direzione urlando, alzammo lo sguardo cercando di capirne il motivo e vedemmo un camion bianco che si muoveva a zig zag nel viale travolgendo tutto e arrivando a 10/15 metri da noi; sentii un suono sordo ogni volta che colpiva qualcosa o qualcuno.

Urlai a mia moglie di correre. Le presi la mano e cominciammo a correre cercando di allontanarci il più possibile, non vedevo vie di fughe utili, continuammo a correre nell’unica direzione conosciuta, perché le traverse erano intasate dalle persone che urtando contro i tavoli e sedie dei vari ristoranti cadevano in terra, rischiando anche di essere travolte a loro volta dalla folla incalzante.

Corremmo all’impazzata, vicino a me e vidi cadere un ragazzo sporco di sangue, si sentirono degli spari all’improvviso. Persi la mano di mia moglie, mi gelai il sangue e rimasi atterrito.

Mia moglie cadde a terra…….. mi avvicinai a lei e vidi il camion a circa cinquanta metri da noi. L’aiutai a rialzarsi da terra perché qualcuno nella sua disperata corsa le era salito anche addosso. Continuammo a correre in avanti cercando di allontanarci il più possibile da quell’orrore dietro di noi. Davanti a me vedi un bambino di tre, quattro anni, che piangeva e che sembrava invisibile e che rischiava di essere travolto. Senza fermarmi, istintivamente lo presi in braccio e non perdendo di vista mia moglie corremmo senza voltarci più. Poco più avanti, il bambino tra le mie braccia gridò mamà, mamà, era sua madre che camminava contro corrente nella disperata ricerca di suo figlio, uno sguardo, un sorriso è il bambino ritrovò la sua mamma.

Arrivammo all’ingresso del casinò Le Rhul, entrammo e trovammo riparo in un ripostiglio; eravamo una decina di persone, eravamo stretti e rimanemmo nascosti li qualche minuto che a noi, ovviamente, ci sembrò interminabile. Tutti i presenti avevano paura di respirare per non fare rumore ed una signora aveva nascosto le posate che erano presenti su un tavolino. Il terrore correva nei nostri volti, mia moglie ripeteva non può essere vero, non ci credo…… dimmi che non è vero.  Con il cellullare cercai notizie su internet e le prime conferme arrivarono: attacco terroristico a Nizza con diversi feriti e alcuni terroristi in fuga. La mente correva veloce ai precedenti attentati, guardai mia moglie e le dissi: “se entra qualcuno da quella porta sparando, buttati a terra”. Pensai di inviare un messaggio ai miei familiari e mia suocera e le dissi: “” in questo momento ci troviamo nel ripostiglio di un casinò, se ci succede qualcosa i bambini rimarranno con voi””, con un ultimo messaggio avvisai anche il mio Capo di quanto stava accadendo.

Dall’interno di questo nascondiglio si sentirono ancora urla, aprimmo la porta e vedemmo che il locale si stava riempendo sempre più, non vidi terroristi all’interno del casinò, presi mia moglie per mano e uscimmo, cercai l’uscita di sicurezza, uscimmo correndo, ci seguirono in tanti. “Aprimmo una nuova via di fuga”, sulla destra di questa strada, vidi le luci del commissariato che avevo notato nel pomeriggio con la porta aperta e questo mi sembrò un posto sicuro per nasconderci.  Entrammo e consapevolmente capimmo che presto anche questo posto si sarebbe riempito. Non sentendomi del tutto al riparo, insieme a mia moglie, scavalcammo un cancello che separava l’ingresso principale con i piani alti dell’edificio ed insieme ad un’altra famiglia con due bambini riuscimmo a salire al piano superiore. Così facendo speravo di allontanare ancora di più quel pericolo che sebbene ora invisibile, in quel momento incuteva ancora terrore, minacciando la nostra vita. (Le notizie che avevo letto su internet parlavano di terroristi in fuga per la città o che avevano preso ostaggi in un ristorante vicino, per fortuna, notizie poi smentite ma che al momento ho preso per certe).

Da una finestra, che si affacciava su una strada interna, vedemmo persone che correvano ed un agente di polizia che urlava di stare nascosti.

I minuti erano interminabili, non sapevo cosa stesse succedendo al pian terreno, salimmo al 2° piano, cercai così di mettere quanto più distanza con quello che poteva essere il pericolo. Trovai una porta non chiusa a chiave, era un locale di sgombero di due metri quadrati che nascondeva i quadri elettrici, stavamo giusto in piedi. Vi era anche una porta rotta ed io e mia moglie ci  abbracciammo e rimanemmo in silenzio qui dentro. Non so per quanto tempo rimanemmo in questo locale, non avevamo altre notizie perché il cellulare non aveva segnale; si sentivano volare elicotteri sopra di noi, avevamo paura e non ci giungevano altre notizie dall’esterno. Mia moglie mi guardò, mi teneva sempre per mano. La sua paura era percettibile ed appariva molto evidente. Anch’io avevo tanta paura, pensai ai miei figli ed alla loro madre qui con me chiusa in un ripostiglio buio….. soli contro un pericolo troppo grande per noi. Pensai nella mia mente che sarei dovuto uscire per riuscire a salvare almeno Lei, mi preoccupavo di darle “sicurezza”,

Ci chiudemmo in questo locale e cercai di proteggere l’ingresso con una porta rotta che era presente li dentro affinché non fosse accessibile dall’esterno. Sentii voci di persone, mi avvicinai alle scale… era un poliziotto che mi puntò la pistola. Alzai le mani, mi urlò di non muovermi, a quel punto mi misi in ginocchio, dissi che ero un turista italiano e feci presente che c’era anche mia moglie.

La chiamai, urlai il suo nome. Le dissi di uscire dal nascondiglio improvvisato che avevamo trovato e le andai incontro dicendole di non preoccuparsi. Lei come me era impaurita, l’ abbracciai, le dissi di stare tranquilla in quanto il piano terra era presidiato da altri agenti di polizia.

Scendemmo e trovammo delle persone….. famiglie con bambini.

Mia moglie mi guardò, ci tenemmo sempre per mano, la sua paura era percettibile. Una bambina di otto anni circa si avvicinò, le fece una carezza e le disse in francese…. Signora, qui siamo al sicuro, (mia moglie comprese perfettamente quanto detto dalla bambina….. stavolta non servì alcuna traduzione). Mia moglie  la guardò e con un sorriso rispose: “hai ragione siamo al sicuro”. Sebbene queste parole venissero dette in italiano, mia moglie e la bambina si capirono subito.

Poco prima delle tre del mattino, gli agenti del commissariato che nel frattempo erano diventati i nostri angeli custodi, ci dissero di uscire, che potevamo fare rientro in albergo. Noi avevamo paura e avremmo preferito essere accompagnati con l’auto della polizia così come stavano facendo con altri turisti presenti all’interno del commissariato, ma essendo il nostro hotel vicino, ci dissero che saremmo dovuti andare a piedi.

L’idea di tornare in hotel da soli non ci piaceva, abbracciai mia moglie, che nel frattempo ai piedi si era messa delle buste di plastica per non tagliarsi con i vetri presenti in strada, perché nella nostra disperata “fuga dalla morte”, per correre più veloce non aveva esitato a lasciare per strada le scarpe nuove (eravamo usciti per una serata di festa).

Ci facemmo forza e ci avviammo. Lungo il percorso, incrociammo militari dell’esercito con fucili mitragliatori e agenti di polizia con armi in mano che perlustravano e vigilavano ogni strada nella zona dell’orrore.

Attraversammo la piazza Massena ed i militari presenti ci invitarono ad alzare le braccia, proseguimmo con le mani alzate sino alla fine della piazza, svoltammo l’angolo e vedemmo il nostro hotel. Non dicemmo una sola parola durante tutto il tragitto e non pensammo assolutamente di fare nessuna fotografia; accelerammo il passo sino a quando non arrivammo davanti alla porta del nostro hotel, aprimmo e salimmo velocemente in camera, ci abbracciammo fortemente e ci baciammo a lungo.

Avvisammo i nostri familiari che eravamo sani e salvi in hotel, ci sdraiammo a letto e rimanemmo abbracciati sino a quando non entrò un po’ di luce in camera. Svogliatamente ci preparammo per lasciare la camera, alle venti partiva il nostro volo, dentro di me non vedevo l’ora di arrivare in aeroporto.

Uscimmo dalla camera, consegnammo le chiavi alla reception ed il portiere presente, con voce mesta ci chiese scusa. Aveva gli occhi lucidi, non aveva il coraggio di chiederci la tassa di soggiorno che avremmo dovuto pagare quel giorno.

Per strada la tristezza e l’incredulità era palpabile, la città era presidiata, si sentivano sirene e si vedevano macchine della polizia ed esercito in ogni angolo. Parlammo con dei residenti e nelle loro parole c’era tanta commozione dolore e rabbia, infinita rabbia; una signora ci disse: “li abbiamo cresciuti, gli diamo da mangiare,  manteniamo loro e pure i figli ed è così che ci ripagano (riferito ai magrebini presenti in Francia).

Arrivammo alla fermata dell’autobus per andare in aeroporto, per radio sentii la notizia che la polizia aveva fatto irruzione nell’abitazione dell’attentatore ed avevano trovato parcheggiato un altro camion con esplosivo.

Salimmo sull’autobus, stranamente sulla strada per l’aeroporto vi era traffico, una fila interminabile con le auto che camminavano a passo d’uomo; guardammo le persone sedute nelle macchine dal finestrino dell’autobus….  ci sembravano tutti potenziali terroristi. Impiegammo circa un’ora per percorrere poco più di sei chilometri, non desideravamo altro che fare il ceck- in il più velocemente possibile. Mille pensieri nella testa e paura di non riuscire a raggiungere il nostro terminal.

Quando giungemmo in aeroporto, scoprimmo che il terminal era stato evacuato per una valigia sospetta, ecco il motivo del traffico lungo la strada che ci avrebbe condotto alla salvezza e della lunga attesa sull’autobus. In noi una nuova paura sopraggiunse, l’idea di non riuscire a tornare a casa dai nostri figli mi faceva stare male.

Ripensai alle parole dette da mio figlio prima di partire.

In aeroporto dovremmo essere al sicuro, ma per noi, non è così, scrutammo ogni persona, ogni valigia, avevamo paura.

Guardammo con impazienza il nostro orologio, quando la voce dell’altoparlante chiamò il nostro volo, tirammo un respiro di sollievo e ci avvicinammo all’uscita. Pensammo di essere salvi!

Giunti a ………….. trovammo ad attenderci i miei suoceri e i nostri figli, strascinammo svogliatamente le valigie. Quando si aprirono le porte vidi i miei figli e fu in quel momento che provai un tuffo al cuore. Li abbracciai e li baciai….. piangemmo di gioia.

Erano  presenti dei giornalisti, che ci domandarono se eravamo a Nizza e se volevamo fare un’intervista.

Il mio racconto non fu per nulla dettagliato, era interrotto più volte dalla commozione e mia moglie mi aiutò nel descrivere la nostra esperienza e terminò l’intervista dicendo: felici di essere a casa.

I miei figli, avevano gli occhi lucidi e ripeteva: “avevo ragione, vi avevo detto di non partire, papà sei stato bravo e fortunato, però promettimi che non andrete mai più in Francia. Sorrido e gli dico: hai ragione tesoro e se siamo salvi, è anche merito tuo che con la tua telefonata ci hai salvato! Lui sorride e ci abbracciamo.

Siamo a casa, al sicuro. Mettiamo a letto i bambini e con mia moglie guardandoci ci sentimmo spossati senza energie, vogliamo dormire. Questo evento ci  segnò profondamente ma ci ha unito ancor più, sebbene una parte di noi sia rimasta su quella strada. Lividi sul corpo di mia moglie apparsi il giorno dopo, ci ricordano che non è stato un brutto incubo, che era tutto vero e che siamo stati molto fortunati o miracolati come detto da qualcuno.

Mi spiace per le persone morte e mi sento in colpa, tutta la sicurezza avuta in quella notte, la forza che avevo durante la ricerca della salvezza ora sembra svanita……… ho paura, continuo a sentirmi in colpa e non ho voglia di raccontare a nessuno quanto successo.

Mi limito a dire: è stato orribile per fortuna ora siamo a casa, felici di essere tornati.

Le telefonate sono davvero tante, non pensavo a quest’affetto e neanche al ritorno mediatico che la nostra storia ha avuto. Non capisco neanche il perché, in fondo mi ripeto, siamo solo scappati e nulla avrei potuto fare se non cercare di salvare almeno mia moglie, la madre dei miei figli.

Nei giorni seguenti, mia figlia non volle dormire da sola, mio figlio ogni volta che esco di casa anche solo per andare a fare la spesa, o prendere qualcosa in cantina mi chiede: papà dove stai andando, quando ritorni? Questo durò un mesetto, mi dispiacque vedere questa sua ansia e quella di mia figlia, cercavo di far finta di niente, anche se i miei problemi di salute in quei giorni mi assillavano, eravamo a casa e dovevamo esserne felici e tutti i miei, i nostri sforzi erano concentrati ai bambini per farli stare bene cercando di far dimenticare a loro quanto vissuto da noi. I telegiornali purtroppo non ci aiutarono a dimenticare, motivo per il quale cercammo di trascorrere quanto più tempo fuori di casa, turni di servizio permettendo. Andammo spesso al mare ma mio figlio continuavo a essere nervoso.

Dopo qualche giorno dal nostro rientro, cominciai a sentirmi più forte e più sicuro. Mia moglie in più occasioni mi disse che era rimasta piacevolmente colpita dal mio comportamento nella notte di Nizza. Era contenta che non l’avessi abbandonata durante la fuga, della mia forza e della mia apparente sicurezza e lucidità mostrata in quei momenti. Io invece, rimasi sorpreso dalla forza mostrata da lei, nonostante la paura e gli attimi di panico vissuti in quei momenti, è sempre stata attenta e determinata nel fare tutto il possibile per tornare a casa dai nostri figli. Tuttavia, le mie notti sono insonni, non riesco a prendere facilmente sonno, rivivo ogni volta quei momenti; risento le urla, gli spari il rumore sordo del camion che investe le persone. Mi addormento per stanchezza alle prime luci del mattino. Per fortuna, ora che siamo a novembre, riesco a dormire più facilmente, anche se talvolta durante il sonno i ricordi di quella notte mi svegliano.

Da quando abbiamo ripreso la vita normale, abbiamo evitato ogni tipo di festa, concerti e comunque tutti quei luoghi, dove vi erano tante persone.

Infine, mi considero un uomo semplice e buono che ha avuto la fortuna d’incontrare e innamorarsi di una donna speciale che mi ha regalato la gioia più grande; farmi diventare padre di due splendidi figli…….loro sono la mia forza, la mia energia vitale.

Mia moglie ha grandi attenzioni non solo per me, ma per tutte le persone che le sono vicino, alle quali vuole bene. Io ho attenzioni solo per lei e per i nostri figli. Per me la gioia più grande è amarla! Condividere la sua felicità è un privilegio…… abbiamo festeggiato, lottato, gioito, raggiunto compromessi, ma più di ogni altra cosa ci amiamo in modo inscindibilmente unico.

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