La liberta’ sindacale dei militari, un riconoscimento in itinere.

LA LIBERTA’ SINDACALE DEI MILITARI, UN RICONOSCIMENTO IN ITINERE.

(Nota alla sentenza della Corte Costituzionale 11 aprile 2018, n. 120, depositata il 13.6.2018)

di Festuccia Tatiana* e Fonzi Alessia**

1) La fattispecie.

La Corte Costituzionale con la sentenza in commento, mutando il proprio precedente orientamento, dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, del d. lgs n. 66 del 2010, ove era sancito il divieto per i militari di costituire associazioni professionali a carattere sindacale o di aderire ad altre associazioni sindacali.

In particolare la Corte, con una sentenza additiva di garanzia (1), modifica la previsione dell’art. 1475 nel senso “che i militari possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale alle condizioni e con i limiti fissati dalla legge; non possono aderire ad altre associazioni sindacali”.

Con tale pronuncia, dunque, la Corte accoglie, seppur parzialmente, la questione nel senso di introdurre la libertà di costituire associazioni a carattere sindacale da parte dei militari, non potendo superare il divieto posto dalla norma, affetta da incostituzionalità, tramite interpretazione, mentre fa permanere il divieto di aderire ad altre associazioni sindacali già costituite.

L’elaborata soluzione cui giunge la Consulta obbliga, tuttavia, l’interprete alla verifica sulla immediata applicazione della disposizione in attesa di un intervento espresso del legislatore che vada a disciplinare le modalità di esercizio della libertà.

Tale operazione richiede in via preliminare l’esame del contesto entro cui circoscrivere la pronuncia, al fine di esaminare in un secondo momento la normativa statale e comunitaria, nonchè i precedenti giurisprudenziali che hanno condotto la Corte Costituzionale al mutamento di orientamento in questa materia.

Il caso trae origine da un ricorso proposto innanzi al Tribunale amministrativo regionale del Lazio da un brigadiere della Guardia di Finanza, in forze presso il Nucleo Polizia Tributaria di Trieste, e dall’Associazione solidarietà diritto e progresso (AS.SO.DI.PRO.), che hanno impugnato la nota con cui il Comando generale della Guardia di Finanza ha rigettato l’istanza del Brigadiere volta ad ottenere l’autorizzazione a costituire un’associazione a carattere sindacale fra il personale dipendente del Ministero della difesa e/o del Ministero dell’economia e delle finanze o, in ogni caso, ad aderire ad altre associazioni sindacali già esistenti, stante il divieto sancito dal comma 2 dell’art. 1475 del d.lgs. n. 66 del 2010.

I ricorrenti hanno lamentato la contrarietà di tale disposizione con l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 11 e 14 della CEDU e la disparità di trattamento determinata dal divieto assoluto di libertà sindacale per gli appartenenti alle forze armate ai danni di una specifica categoria di pubblici dipendenti, rispetto ad altre categorie di funzionari dello Stato, quali i membri della Polizia di Stato e i militari in servizio di leva o quelli richiamati in servizio.

Il giudice amministrativo di primo grado, richiamando sul punto il precedente della Consulta (2), ha ritenuto la questione di legittimità costituzionale prospettata dai ricorrenti in relazione al citato art. 1475, comma 2, cod. ordinamento militare non manifestamente fondata.

Ad avviso del Collegio, infatti, è ineliminabile e comunque insuperabile il dato giuridico per cui la posizione del militare è connotata in modo del tutto peculiare rispetto agli altri cittadini, avuto riguardo agli scopi ed ai compiti delle forze armate, che è quello di tenere e garantire un meccanismo di coesione interna, sul quale peraltro si fonda lo stesso ordinamento gerarchico, che rischierebbe di essere altrimenti compromesso da contrapposizioni interne ed è tale da dover subire una limitazione dei propri diritti. La specialità della fattispecie e della relativa disciplina è, in maniera complementare, comprovata dal fatto che lo stesso legislatore ha provveduto alla istituzione degli «organi di rappresentanza militare» di cui agli artt. 1476 del codice dell’ordinamento militare.

Ne conseguirebbe che gli interessi particolaristici devono in ogni caso retrocedere in virtù del particolare status dei «cittadini in divisa», e quindi delle peculiari mansioni e funzioni che essi sono chiamati ad espletare nel superiore interesse della Comunità nazionale.

Anche la nuova chiave di lettura della questione di che trattasi, anche in ragione di due sopravvenute pronunce della Corte EDU, Matelly contro Francia e ADefDroMil contro Francia, nonché della decisione del Comitato europeo dei diritti sociali, in data 4 luglio 2016, emessa su un reclamo collettivo proposto da un sindacato francese di appartenenti alla Gendarmerie nationale, per il TAR non muta l’esito finale, nel senso della legittimità della avversata determinazione del Comando Generale della Guardia di Finanza ed, in ultima istanza, della norma impugnata.

La decisione del TAR è stata appellata davanti al Consiglio di Stato, che ha ritenuto invece la questione di legittimità costituzionale rilevante e non manifestamente infondata, considerando come la restrizione dell’esercizio del diritto di associazione sindacale dei militari non possa spingersi sino alla negazione della titolarità stessa di tale diritto, pena la violazione degli artt. 11 e 14 della CEDU, nonché dell’art. 5, terzo periodo, della Carta sociale europea riveduta, con annesso, fatta a Strasburgo il 3 maggio 1996, ratificata e resa esecutiva con la legge 9 febbraio 1999, n. 30.

Per tali motivi il Consiglio di Stato, previa sospensione del giudizio, ha trasmesso gli atti alla Corte Costituzionale, sollevando la predetta questione di legittimità.

2) Il contesto legislativo in ambito nazionale e comunitario.

L’ art. 11 della CEDU, rubricato “libertà di riunione e di associazione”, stabilisce che il diritto di associazione sindacale, riconosciuto ad ogni persona, non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale e alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Lo stesso articolo precisa che restrizioni legittime possono essere imposte all’esercizio di tali diritti da parte dei membri delle forze armate, della polizia o dell’amministrazione dello Stato.

Il successivo art. 14 dispone il principio di non discriminazione, nel senso che il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione.

Se la CEDU ha inteso costituire un sistema di tutela uniforme dei diritti fondamentali civili e politici (3), la Carta sociale europea, oggetto di revisione nel 1996, ne rappresenta il completamento sul piano dei diritti sociali, in una prospettiva unitaria dei diritti dell’uomo. L’art. 5 della Carta, con riferimento alla libertà sindacale, ha un carattere puntuale e specifico riconoscendo in primis la libertà dei lavoratori e dei datori di lavoro di costituire organizzazioni locali, nazionali o internazionali per la protezione dei loro interessi economici e sociali ed aderire a queste organizzazioni, fermo restando che il principio dell’applicazione di queste garanzie ai membri delle forze armate e la misura in cui sarebbero applicate a questa categoria di persone è parimenti determinata dalla legislazione o dalla regolamentazione nazionale.

Il quadro che emerge nella legislazione comunitaria è, dunque, indicativo della volontà di riconoscere la libertà sindacale a tutte le categorie, devolvendo alla legislazione degli stati membri unicamente la definizione delle modalità di esercizio con particolare riferimento ai membri delle forze armate.

L’art. 117, primo comma, della Costituzione, quale norma interposta, ha consentito dunque alla Corte Costituzionale di esprimersi sulla legittimità di una norma interna, che prevede il divieto di costituire associazioni sindacali ai militari o di aderirvi, rispetto alle disposizioni comunitarie, sia con riferimento alla CEDU che alla Carta sociale europea.

In realtà già la Costituzione offre validi spunti per giungere alla medesima conclusione.

L’art. 39 sancisce la libertà sindacale, in un contesto quale il diritto al lavoro, universalmente riconosciuto come il centro e l’archetipo dei diritti sociali (4); si tratta di uno dei più importanti diritti costituzionali garantiti ai lavoratori come tali, espressione della più generale libertà di associazione, riconosciuta dall’art. 18, e rappresenta un diritto sociale fondamentale nel contesto dell’ordinamento giuridico statale.

La libertà sindacale, infatti, caratterizza il regime costituzionale (5), a tal punto che è stata ricondotta ai principi fondamentali contenuti negli articoli 2 e 3 della Costituzione. La duplice valenza che la connota, infatti, rispecchia la struttura e le finalità che sottintendono all’articolo 2 della Costituzione, potendo essere intesa come libertà negativa, nel senso di libertà di non aderire e di non far parte di alcun sindacato, ovvero come libertà positiva riferita ai singoli, di fondare sindacati o di iscriversi ad uno di propria scelta, ma anche ai sindacati stessi, quali formazioni sociali, di scegliere l’organizzazione interna e di formare o di aderire a confederazioni anche di carattere internazionale.

Ne consegue la centralità della libertà sindacale nel panorama dell’ordinamento giuridico interno, anche con riferimento all’attuazione del principio di eguaglianza sostanziale. Si tratta, infatti, di una libertà strumentale e strettamente correlata allo sviluppo della persona umana e, in ultima analisi, all’effettiva partecipazione di tutti i cittadini alla vita politica del paese. In tal senso l’articolo 39 della Costituzione può essere letto non solo come libertà, ma anche come diritto sociale legittimante una pretesa, giuridicamente fondata, ad un comportamento attivo da parte dello Stato che renda effettiva l’attuazione dei principi costituzionali di cui all’art. 2 e 3 e, in ultima analisi, della dignità umana, quale patrimonio insopprimibile della persona (6).

In questo quadro, sostanzialmente in linea con le fonti comunitarie citate, non può essere sottaciuto il fatto che la libertà sindacale, quale diritto sociale, deve essere sottoposta ad un giudizio dibilanciamento, anche ad opera del legislatore, con altri diritti di pari rango costituzionale e con interessi di carattere generale, nel rispetto in ogni caso del suo “nucleo essenziale” (7).

Ne consegue che sia l’ordinamento interno che l’ordinamento comunitario procedono nella direzione univoca di garantire la libertà sindacale, secondo modalità di volta in volta determinate dal legislatore al fine di garantire il rispetto di diritti di pari valore. La sentenza in commento, dunque, si pone in questo filone di intermediazione, in cui al riconoscimento della libertà, quale innovazione rispetto alla giurisprudenza interna precedente, si affianca la determinazione, rimessa al legislatore, del contenuto della stessa.

3) I precedenti della Corte Costituzionale e della Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Il bilanciamento fra valori costituzionali, con riferimento specifico ai militari, è stato oggetto di valutazione da parte della Corte costituzionale la quale, attraverso il pieno riconoscimento delle libertà fondamentali caratterizzanti il nostro ordinamento giuridico, è giunta, non senza eccezioni, a sancire la prevalenza delle libertà rispetto alle peculiarità dell’ordinamento militare.

Emblematica in tal senso è stata la sentenza n. 126 del 1985, avente ad oggetto la legittimità costituzionale dell’art. 180, primo comma, c.p.m.p.; la Corte, nel dichiararne l’illegittimità costituzionale per violazione dell’art. 21 della Costituzione in riferimento agli artt. 3 e 52 Cost. (l’art. 2 é richiamato come garanzia generale dei diritti fondamentali, fra i quali é quello di libera manifestazione del pensiero), non solo riconosce la pienezza della libertà di manifestazione del pensiero, ma la estende anche nella forma collettiva, ritenuta necessaria al fine di dare corpo e voce ai movimenti di opinione concernenti interessi superindividuali. D’altra parte la garanzia costituzionale si estende in linea di principio ad ogni modalità di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, in relazione al particolare valore che questa riveste in ogni ordinamento democratico (8).

Peraltro la limitazione della libertà, il cui nucleo essenziale deve esseresempre garantito, non trova sostegno nella protezione costituzionale di valori attinenti all’ordinamento delle Forze armate.

La rilevanza che la libertà di manifestazione del pensiero, anche in forma collettiva, assume ai fini dell’attuazione del principio democratico non consente limitazioni anche con riferimento all’art. 52 Cost., a mente del quale l’ordinamento delle Forze armate é informato allo spirito democratico della Repubblica. La valutazione coordinata delle due disposizioni di rango costituzionale induce ad escludere che una libertà costituente cardine di democrazia nell’ordinamento generale possa subire una limitazione in relazione alle esigenze proprie dell’ordinamento militare.

A tal fine, con la sentenza n. 278 del 1987 (9), la Consulta è approdata alla determinazione che anche l’ordinamento militare deve essere ricondotto nell’ambito del generale ordinamento statale, al fine di garantire i diritti sostanziali e processuali di tutti i cittadini, a prescindere dalla loro qualificazione (10).

Di segno diametralmente opposto è la sentenza n. 449 del 1999, la quale nel pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell’art. 8, primo comma, della legge 11 luglio 1978, n. 382 (Norme di principio sulla disciplina militare), disposizione che nella sostanza riproduceva quanto disposto dall’art. 1475 codice militare, ne dichiara non fondata la questione. La questione di legittimità costituzionale era stata sollevata dalla IV Sezione del Consiglio di Stato, in riferimento agli artt. 3, 52, terzo comma, e 39 della Costituzione, tuttavia, per la Consulta, mancava nella prospettazione del giudice a quo una considerazione delle peculiarità che contraddistinguono le Forze armate, in particolare delle esigenze di organizzazione, coesione interna e massima operatività. Ed infatti l’art. 52, terzo comma, della Costituzione parla di “ordinamento delle Forze armate”, non per indicare una sua (inammissibile) estraneità all’ordinamento generale dello Stato, sulla scia della sentenza n. 278 del 1987, ma per riassumere in tale formula l’assoluta specialità della funzione (11). Ne consegue, secondo il ragionamento della Corte, che la garanzia dei diritti fondamentali di cui sono titolari i singoli “cittadini militari” non recede di fronte alle esigenze della struttura militare, meritando tutela anche le istanze collettive degli appartenenti alle Forze armate (12), al fine di assicurare la conformità dell’ordinamento militare allo spirito democratico.

Tuttavia, il rilievo che la struttura militare non è un ordinamento estraneo, ma costituisce un’articolazione dello Stato, non consente alla Consulta di ritenere illegittimo il divieto posto dal legislatore per la costituzione delle forme associative di tipo sindacale in ambito militare. Se è fuori discussione, infatti, il riconoscimento ai singoli militari dei diritti fondamentali, che loro competono al pari degli altri cittadini della Repubblica, è pur vero che in questa materia non si deve considerare soltanto il rapporto di impiego del militare con la sua amministrazione e, quindi, l’insieme dei diritti e dei doveri che lo contraddistinguono e delle garanzie (anche di ordine giurisdizionale) apprestate dall’ordinamento. Ciò che rileva, ed è preminente, è il servizio reso in un ambito speciale come quello militare, espressione dell’art. 52, primo e secondo comma, della Costituzione.

La declaratoria di illegittimità costituzionale della disposizione, per la Corte, aprirebbe inevitabilmente la via ad organizzazioni la cui attività potrebbe risultare non compatibile con i caratteri di coesione interna e neutralità dell’ordinamento militare, a nulla rilevando la disparità di trattamento fra gli appartenenti alle Forze armate e quelli della Polizia di Stato, ai quali il legislatore ha invece riconosciuto, per quanto entro precisi limiti, la libertà sindacale.

Nel delicato bilanciamento tra beni di rilievo costituzionale, infatti, il legislatore ha riconosciuto una circoscritta libertà sindacale, ma contestualmente alla smilitarizzazione del corpo di polizia, il quale ha, oggi, caratteristiche che lo differenziano nettamente dalle Forze armate.

Il rilievo della funzione svolta e l’assoluta specialità della stessa, dunque, risultano preminenti nel ragionamento della Corte, la quale ritiene il riconoscimento della libertà sindacale recessivo rispetto agli interessi coinvolti.

Nel contesto della giurisprudenza interna si inseriscono le determinazioni della CEDU in materia, punto di partenza per l’overruling della Consulta.

Al riguardo, in ordine ai rapporti tra legislazione nazionale e diritto internazionale consuetudinario e convenzionale, rileva la circostanza che le norme della CEDU vivono nell’interpretazione che delle stesse viene data dalla Corte europea e la verifica di compatibilità costituzionale deve riguardare la norma come prodotto di tale interpretazione. Tale controllo, sempre sistematico, deve ispirarsi al ragionevole bilanciamento tra il vincolo derivante dagli obblighi internazionali, quale imposto dall’art. 117, primo comma, Cost., e la tutela degli interessi costituzionalmente protetti contenuta in altri articoli della Costituzione.

In tal senso l’apporto della Corte di Strasburgo, nelle sentenze Matelly contro Francia e Association de Defense des Droits des Militaires (ADefDroMil) contro Francia, ha contribuito a rafforzare il precetto della libertà sindacale, nel senso che le restrizioni possono essere imposte ai membri delle Forze armate, della Polizia e dell’amministrazione dello Stato, ma richiedono un’interpretazione restrittiva e devono, conseguentemente, limitarsi all’esercizio dei diritti in questione. Ne deriva che non può essere messa in discussione l’essenza stessa del diritto alla libertà sindacale ed in questo senso la Corte non accetta restrizioni che incidono sugli elementi essenziali della libertà sindacale, senza i quali il contenuto di tale libertà sarebbe vuotato della sua sostanza. Il diritto di formare un sindacato e di aderirvi è un elemento essenziale della libertà sindacale e come tale deve essere riconosciuto anche al personale militare.

Alla medesima conclusione giunge anche il Comitato europeo dei diritti sociali, in data 4 luglio 2016, in una sua decisione emessa su un reclamo collettivo proposto da un sindacato francese di appartenenti alla Gendarmerie nazionale (reclamo n. 101/2013, Conseil Européen des Syndicats de Police − CESP − contro Francia) ritenendo incompatibile, con l’art. 5 della Carta sociale europea riveduta, il divieto assoluto e generale di costituire o aderire ad associazioni sindacali per i membri delle Forze armate e delle forze di polizia ad ordinamento militare, regolate dalla previgente legislazione transalpina.

Il riconoscimento della libertà sindacale nel suo nucleo essenziale diventa pertanto il fondamento della decisione della Consulta, nonché del mutamento di orientamento in materia.

4) Il bilanciamento della libertà sindacale e della funzione al vaglio della Consulta.

La libertà sindacale e, nello specifico il diritto di costituire associazioni professionali a carattere sindacale da parte dei militari, implica la necessaria determinazione della portata e dell’ambito di tale diritto, in considerazione della funzione esercitata e dei principi costituzionali che presiedono all’ordinamento militare.

Tale operazione richiede necessariamente l’intervento del legislatore che in futuro dovrà assumere le necessarie determinazioni, anche sulla scorta delle indicazioni elaborate dalla Consulta al fine di garantire la tutela immediata del diritto di associazione sindacale. Diversamente opinando, infatti, si sarebbe creato un vuoto normativo incompatibile con il riconoscimento di un diritto fondamentale e caratterizzante il principio democratico dello Stato.

La previsione delle condizioni e dei limiti all’esercizio dello stesso è, dunque, doverosa nella prospettiva del diritto interno e passa necessariamente per la distinzione fra costituzione dell’associazione ed adesione ad altre associazioni sindacali.

L’adesione, infatti, per la quale permane il divieto, si pone in contrasto con le finalità intrinseche della funzione, richiedendosi al contrario che le associazioni in questione siano composte solo da militari e che non possano aderire ad associazioni diverse. Siffatta limitazione, tuttavia, non comporta il venir meno di un elemento essenziale della libertà di associazione e, pertanto, appare alla Corte doverosa in ragione alle esigenze connesse allo svolgimento del servizio.

Al contrario, ciò che deve essere garantito e, di conseguenza, tutelato, è il diritto di associazione stretto senso inteso, il quale richiede tuttavia una specifica regolamentazione sia dal punto di vista del momento genetico, sia dal punto di vista dell’esercizio.

Con riferimento alla costituzione delle associazioni sindacali, la Corte ritiene necessario il preventivo assenso del Ministro della difesa previsto in via generale dall’art. 1475, comma 1, del d.lgs. n. 66 del 2010, per la costituzione di associazioni o circoli fra militari.

Si tratta di una condizione di carattere generale valida a fortiori per quelle a carattere sindacale, sia perché species del genere considerato dalla norma, sia per la loro particolare rilevanza.

Inoltre gli statuti delle associazioni devono  essere sottoposti agli organi competenti, non meglio specificati dalla Consulta, il cui giudizio deve essere condotto alla stregua di criteri che senza dubbio è opportuno puntualizzare in sede legislativa, ma che sono già desumibili dall’assetto costituzionale della materia.

In particolare, il principio di democraticità dell’ordinamento delle Forze armate, evocato in via generale dell’art. 52 Cost., non può non coinvolgere anche le associazioni fra militari.

Sotto altro profilo tale principio viene in evidenza nella prospettiva del personale interessato, quale titolare della libertà di associazione sindacale sancita dal primo comma dell’art. 39 Cost., il cui esercizio è infatti possibile solo in un contesto democratico.

Altresì rilevante è il principio di neutralità previsto dagli artt. 97 e 98 Cost. per tutto l’apparato pubblico, e valore imprescindibile per i Corpi deputati alla “difesa della Patria”; anch’esso ha come necessario presupposto il rigoroso rispetto della democrazia interna all’associazione. La verifica dell’esistenza di questi requisiti comporta in particolare l’esame dell’apparato organizzativo, delle sue modalità di costituzione e di funzionamento; con particolare attenzione per il sistema di finanziamento e la sua assoluta trasparenza.

Con riferimento invece ai limiti dell’azione sindacale, va anzitutto ricordato il divieto di esercizio del diritto di sciopero. Si tratta indubbiamente di una incisione profonda su di un diritto fondamentale, affermato con immediata attuazione dall’art. 40 Cost, ma giustificata dalla necessità di garantire l’esercizio di altre libertà parimenti fondamentali e la tutela di interessi costituzionalmente rilevanti (13).

Con riguardo agli ulteriori limiti, invece, è indispensabile una specifica disciplina legislativa. Tuttavia, per non rinviare il riconoscimento del diritto di associazione, nonché l’adeguamento agli obblighi convenzionali, la Corte ritiene che, in attesa dell’intervento del legislatore, il vuoto normativo possa essere colmato con la disciplina dettata per i diversi organismi della rappresentanza militare e in particolare con quelle disposizioni (art. 1478, comma 7, del d.lgs. n. 66 del 2010) che escludono dalla loro competenza «le materie concernenti l’ordinamento, l’addestramento, le operazioni, il settore logistico-operativo, il rapporto gerarchico-funzionale e l’impiego del personale». Tali disposizioni infatti costituiscono, allo stato, adeguata garanzia dei valori e degli interessi richiamati dalla Corte.

Appare ictu oculi che la definizione delle modalità restringe notevolmente il raggio d’azione della libertà sindacale dei militari, fortemente paralizzata nell’esercizio dalla tutela di interessi di pari rango costituzionale. Il rischio che il legislatore ordinario possa ulteriormente limitarne l’esercizio, finanche a limare il nucleo essenziale della libertà, è altresì attuale e richiede una attenzione ed una spiccata sensibilità verso la tutela effettiva di un diritto di libertà civile.

Ciò posto, la valutazione del legislatore nelle future determinazioni non può prescindere dalla funzione esercitata dai corpi militari, finalizzata all’attuazione ed al rispetto di diritti di pari rango costituzionale.

Avvocato

**Avvocato e Docente presso l’Università di L’Aquila, facoltà di Economia.

  1. Sulle sentenze della Corte Costituzionale si veda, ex plurimis, E. MALFATTI, S. PANIZZA, R. ROMBOLI, Giustizia costituzionale, Torino, 2011; nello specifico, sulle sentenze additive di garanzia cfr. F. POLITI, Diritto Pubblico, Torino, 2015.
  2.  Si tratta della sentenza n. 449 del 1999 della Corte Costituzionale.
  3. Cfr. Corte Costituzionale sentenza n. 349 del 2007.
  4.  In tal senso A. BALDASSARRE, Diritti sociali, in Enc. Giur. Treccani, vol. XI, Roma, 1989, 14.
  5. In tal senso G. GIUGNI, Commento all’art. 39, in Comm. Cost. Branca, Bologna – Roma, 1979, 274 e ss.
  6. Così F. POLITI, Libertà costituzionali e diritti fondamentali, Torino, 2016, 176 e ss.
  7. Si veda A. BALDASSARRE, Diritti sociali, op. cit., 18. 
  8.  La Corte si era già pronunciata a favore dell’estensione sia con riguardo all’uso dei mezzi di esternazione o di diffusione (sentenze n. 1 del 1956, 51 del 1960 e altre successive), sia con specifico riferimento alle modalità di esercizio. In proposito la Corte, pur ammettendo che le dette modalità possono essere oggetto di regolamentazione, con conseguente limitazione all’esercizio del diritto, ha subordinato la legittimità della limitazione alla duplice condizione che essa non renda difficile o addirittura impossibile l’esercizio disciplinato e sia giustificata dalla protezione di altri valori costituzionali (fra le altre, le sentenze n. 9 del 1965, n. 131 del 1973, n. 106 del 1974).
  9. Ed in senso analogo la sentenza della Corte Costituzionale n. 78 del 1989.
  10. Secondo la teoria della pluralità degli ordinamenti giuridici di Santi Romano.
  11. La Corte ha messo in luce le esigenze funzionali e la peculiarità dell’ordinamento militare nelle seguenti sentenze nn. 113 del 1997, 197 del 1994, 17 del 1991, ordinanza n. 396 del 1996;
  12.  Si vedano le sentenze della Corte Costituzionale nn. 24 del 1989 e 126 del 1985;
  13. In tal senso la sentenza n. 31 del 1969 della Corte Costituzionale.

 

Lascia un commento