La democrazia che non c’è nelle forze armate. di Checchino Antonini. Left.

14 dicembre 2018

Diversamente dall’Italia, in tutta Europa – in sintonia con i trattati internazionali – i militari possono organizzarsi in sindacati. Una sentenza della Consulta ha dichiarato illegittimo il divieto ma la Difesa è ricorsa al Consiglio di Stato e in Parlamento tutto tace. La battaglia del Cocer Guardia di finanza.

C’è una vertenza invisibile che si trascina da mezzo secolo. È la battaglia per la sindacalizzazione dei militari, 350mila lavoratrici e lavoratori in divisa separati, a volte contrapposti ad arte, da chi una divisa non l’indossa. Questa lotta s’è intrecciata, nelle stagioni in cui la speranza era più forte del rancore, con le ondate di rivendicazioni civili e sociali fin dalla fine degli anni 60 quando, sulla scia di autunni caldi, si tenevano riunioni clandestine di poliziotti, allora ancora militarizzati, e si formavano comitati di ufficiali e sottufficiali democratici, oppure per la smilitarizzazione e i pieni diritti anche di forestali e finanzieri, e i soldati di leva portavano in caserma le stesse inquietudini e speranze che infervoravano la società e le medesime forme organizzative (ricordate i Proletari in divisa?) dei movimenti sociali.

All’inizio degli anni 80 un primo risultato si potè toccare con mano: le stellette furono scucite dalle spalline dei poliziotti i quali finalmente potettero dar vita a sindacati, seppure diversi da quelli dei lavoratori civili (non possono federarsi, né scioperare, né occuparsi di ordinamento, addestramento, impiego del personale) e a volte protagonisti di episodi inquietanti, soprattutto le sigle più legate alle destre, allergiche ai processi contro colleghi che commettono abusi, ai numeri identificativi, a norme contro la tortura e all’agibilità politica delle proteste sociali. Per i soldati, invece, fu inventato un meccanismo di rappresentanza, nel ’78, ancora più anomalo e ingessato, anacronistico fin dalla promulgazione: i consigli di base, intermedi e centrali di rappresentanza, Cobar, Coir e Cocer, con le stesse gerarchie che condizionano la vita militare, competenti su temi marginali e solo consultivi.

Il loro isolamento dagli altri cittadini, secondo la legge, dovrebbe servire a garantire le esigenze di coesione interna, la loro neutralità dalla politica e la fedeltà alla Repubblica, ma nel resto d’Europa – in sintonia con i trattati internazionali – tutti i militari possono organizzarsi in sindacati senza che questo abbia mai inficiato le rispettive stabilità politiche, come dimostra pure la storia della sindacalizzazione della polizia. «Secondo noi è il modello da seguire per realizzare un modello di tutela non corporativo» spiegano a Left i delegati Cocer Guardia di finanza Eliseo Taverna, Daniele Tisci, Alessandro Margiotta e Guglielmo Picciuto. «Ci si è assuefatti a un sistema di rappresentanza con mere funzioni consultive – aggiungono – che non ha mai avuto concreti strumenti di tutela individuale e collettiva del personale, con ciò incidendo in maniera del tutto residuale sulle scelte organizzative che riguardano la condizione lavorativa. Questa assuefazione ha determinato un affievolimento della capacità di adattamento ai mutamenti che la modernizzazione e democratizzazione dei sistemi dovrebbe richiedere, quantomeno nella gestione delle risorse umane».

La necessità di diritti sindacali non ha mai smesso di serpeggiare come un fiume carsico tra le caserme malgrado le delusioni inflitte anche dai governi progressisti (Prodi mise una pietra tombale sulla sindacalizzazione e negli anni più di qualche attivista ci ha rimesso gradi e tranquillità). Tutte le problematiche connesse alle malattie professionali (uranio impoverito, asbestosi, disturbo post traumatico da stress) o ai meccanismi di precarizzazione che investono da tempo le forze armate professionalizzate dopo l’abolizione della leva non fanno che confermare l’urgenza di pieni diritti sindacali nell’epoca del nuovo modello di difesa (ossia l’arruolamento del nostro Paese nella guerra globale con tutto quello che ne consegue in termini di commesse industriali).

Nel giugno scorso, in un’Italia ormai piombata nell’epoca del governo Lega-M5s, la Consulta ha pubblicato la sentenza 120 dichiarando l’illegittimità del comma 2 dell’articolo 1475 del Codice dell’ordinamento militare che vietava le associazioni professionali a carattere sindacale. Tutti felici e contenti? Tutt’altro, la partita è ancora aperta in un contesto appesantito un mese fa da un successivo parere consultivo del Consiglio di Stato, richiesto dalla Difesa, che ribadisce la non compatibilità per i delegati ai vari livelli della rappresentanza militari con le cariche direttive dei nascenti sindacati.

Proprio una settimana prima dell’uscita di questo numero, il Cocer Interforze ha deliberato contro un’esclusione che «rischia di minare agli albori il processo di sindacalizzazione inficiandone la capacità di intervenire nelle ridotte materie di competenza». «Tale preclusione si fonda su un apriorismo che non è affatto giustificabile con il blando argomento sostenuto dal Consiglio di Stato secondo cui “una simile evenienza potrebbe indurre confusione di ruoli, determinando criticità nell’ordinaria interlocuzione degli organismi di rappresentanza con le autorità gerarchiche” – aggiunge Patrizia Tullini, che insegna Diritto del lavoro a Bologna – il mero timore di una “possibile” confusione dei ruoli non può certo legittimare una “preclusione” destinata ad incidere sull’autodeterminazione organizzativa delle nuove organizzazioni sindacali militari. Limiti e condizioni rispetto alla libertà costituzionale di organizzazione sindacale possono derivare solo dalla necessità di tutelare altri beni o diritti costituzionalmente riconosciuti». Forti perplessità giungono anche dagli ambienti dei carabinieri per «l’esclusione di chi per anni ha avuto il consenso dei propri colleghi – dicono i delegati Cocer Vincenzo Romeo e Antonello Serpi – e con il rischio che certe dinamiche siano guidate dall’esterno».

Insomma, sette mesi dopo la storica sentenza della Corte costituzionale, la transizione sembra bloccata con una ministra, Elisabetta Trenta (M5s), che appare blindata dai capi di forza armata e dai comandanti generali dei carabinieri e delle fiamme gialle, da sempre ostili alla sindacalizzazione ma ai quali il governo Gentiloni ha dedicato un’area specifica negoziale. Così una casta di alti papaveri ha uno spazio per negoziare le proprie condizioni di lavoro ma a sua volta le nega ai propri sottoposti. Perciò la presa di posizione del Cocer è «di portata storica», dice Antonello Ciavarelli, delegato Cocer Marina/Capitaneria. «Il Cocer non accetta che i delegati di tutti i livelli possano subire limitazioni nella costituzione pratica di associazioni sindacali. Lascia infine perplessi che dopo circa sei mesi dall’annuncio della presentazione di un disegno di legge di iniziativa parlamentare tutto tace. Non solo non sono cominciati i lavori e le audizioni alla Camera, ma addirittura non è ancora disponibile il testo di disegno di legge su cui lavorare. Noi siamo pronti e disponibili a lavorare per questo fondamentale cambiamento».

Il rischio è che la sindacalizzazione che verrà possa essere più imperfetta di quella della polizia. «La sentenza della Corte introduce, in attesa della necessaria legge, un sistema autorizzativo che non convince per una serie di ragioni – spiega a Left Pietro Lambertucci, ordinario a L’Aquila di Diritto del lavoro – in primo luogo tale sistema risulta in contrasto con la Convenzione Oil n. 87 del 1948 che non sottopone ad autorizzazione preventiva il diritto di costituire organizzazioni sindacali. In secondo, il controllo di merito che viene ipotizzato sugli statuti delle costituende associazioni sindacali non si concilia certo con il principio della libertà sindacale di cui all’art. 39 della Costituzione. In terzo luogo non appare neppure in linea con la parte inattuata della Costituzione in materia di registrazione sindacale. Se tale procedimento è palesemente incostituzionale a maggior ragione lo è una circolare che addirittura in via amministrativa intenda regolare la costituzione e le attività delle organizzazioni sindacali». «L’operazione interpretativa non è certo semplice ma – insiste anche la professoressa Tullini – non può che sorprendere il condizionamento esercitato dalle autorità amministrative nella fase transitoria. Suscita dubbi fondati l’iniziativa delle autorità che, attraverso lo strumento della circolare amministrativa, forniscono una sorta di “interpretazione autentica” del decisum dell’Alta Corte, dettando disposizioni e procedure che esplicitamente si definiscono come “integrative” e impartiscono “specifiche indicazioni” per l’organizzazione delle organizzazioni sindacali militari».

Con un lungo elenco di disposizioni, infatti, il ministero è entrato a gamba tesa nella questione imponendo una serie di condizioni per il “preventivo assenso” agli statuti dei nascenti sindacati.

Ma la sindacalizzazione è una faccenda seria che richiederebbe un dibattito ampio che coinvolga i militari e la società per la scrittura di una legge che delinei un modello sindacale e mandi in soffitta il modello di rappresentanza in auge finora.

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