La Corte d’appello di Ancona «Il finanziere è innocente». Di P.erc. -Messaggero Marche

Commento all’articolo, di Guglielmo Picciuto, delegato del Co.Ce.R. della Guardia di Finanza

 

UN LAVORO A RISCHIO ESTERNO, MA ANCHE “INTERNO”.

 Quello che chiede un uomo delle Istituzioni è il semplice riconoscimento degli elementari diritti che la Costituzione, nobile e fondamentale Carta dei nostri Padri costituenti, legittima ad ogni cittadino della Repubblica Italiana. Ad oggi, per molti uomini e donne impegnati nel difficile lavoro all’interno delle Forze di Polizia, ancorché militari, alcune tutele costituzionali sono compresse da rigide limitazioni, che non trovano alcuna giustificazione sostenibile sul piano giuridico, politico e sociale. La nostra società è nel tempo mutata e attraversata da stravolgimenti dettati da una globalizzazione che sta calpestando la dignità di ogni lavoratore. Ma dinanzi a tali eventi, regna nel Paese un’indifferenza e un’apatica riflessione sulle evidenti compressioni dei diritti che investono molti lavoratori, tra cui gli operatori di polizia. Paradossalmente, nonostante la Carta costituzionale abbia di gran lunga anticipato l’affermazione di molti principi a tutela dell’individuo, non si riesce a pervenire ad un chiaro confronto istituzionale su quali possano essere i correttivi per sanare tali ingiustizie. È necessario che la Politica si riappropri del suo ruolo e apra un dibattito serio e costruttivo con tutti gli interlocutori preposti e sensibili, onde pervenire ad una soluzione aderente ai precetti costituzionali che tali operatori, nonostante tutto, rispettano diligentemente ma con una sofferenza intima, che difficilmente si traduce in pubbliche esternazioni. Ma fino a quando è accettabile il protrarsi di tali ingiustizie? L’articolo di stampa riportante la vicenda occorsa ad un dipendente della Guardia di Finanza nelle Marche, non ultima, purtroppo, nelle cronache giudiziarie che investono operatori di polizia, dovrebbe far riflettere innanzitutto sulla tipologia di lavoro cui si è impegnati, ma anche sull’eccessivo aggravio del sistema sanzionatorio, che si somma spropositatamente alle eventuali condanne in sede giudiziaria. Ovviamente nessuno ha intenzione di chiedere l’adozione di misure “buoniste” o “superficialmente assolutorie”. La rigidità nell’applicare una sanzione è un principio condivisibile, ma non deve confliggere con il rispetto della dignità umana e il riconoscimento dei diritti costituzionali, quale quello della giusta, terza e miglior difesa, da poter esercitare pariteticamente, in sede di contenzioso, all’autorità che esercita l’accusa, onde pervenire alle giuste attribuzioni di eventuali responsabilità censurabili. L’articolo pubblicato fa emergere alcuni aspetti non trascurabili e spesso disattesi dai c.d. non addetti ai lavori. Premesso il dovuto rispetto per ogni tipologia di lavoro, va detto però, che il compito di un operatore di polizia non è assimilabile ad altri, in quanto ogni giorno si rischia di ricevere accuse o denunzie di ogni tipo, anche vili ed anonime in alcuni casi, da cui potrebbe discendere un iter giudiziario che, qualora terminasse eventualmente con la piena assoluzione, riverbererà i suoi effetti incancellabili nella vita umana, sia professionale che privata, coinvolgendo anche l’ambito familiare spesso dimenticato. Il rischio di essere indagati dalla Magistratura, a seguito di denunzie espresse da soggetti che, anche a distanza di anni, potrebbero “ricordarsi” di aver dato una tangente o di essere a conoscenza di chissà quali loschi affari abbia intrattenuto questo o quell’appartenente ad una forza di polizia, è purtroppo “dietro l’angolo”. Per quanto concerne un dipendente della Guardia di Finanza il rischio è maggiore, vista la delicatezza del settore cui si è impegnati ad operare. Urge quindi porre dei rimedi legislativi e procedurali alla disciplina interna che investe tali dipendenti, onde applicare quei correttivi necessari al riconoscimento del corretto diritto alla difesa, per lo svolgimento di un giusto procedimento. Parallelamente bisogna aprire un dibattito con gli organismi rappresentativi dell’Ordine Giudiziario, affinché si possa prevenire, con ogni approfondimento del caso, l’eccessivo aggravio di un iter giudiziario lungo ed incerto, perseguendo l’intento di ricercare la verità in tempi brevi e certi. Può sembrare ridondate l’ennesimo richiamo ad una Politica distratta e impreparata nella materia, ma è necessario che ognuno faccia la propria parte, coinvolgendo anche i cittadini a cui viene assicurato quotidianamente la loro sicurezza, in modo che ognuno comprenda una quotidianità spesso nota solo attraverso comunicati stampa di ogni tipo.

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25 settembre 2014

LA DECISIONE. La Corte d’Appello di Ancona ha confermato la sentenza di assoluzione emessa a giungo del 2013 dal tribunale di Ascoli a carico di un agente della Guardia di Finanza accusato di rivelazione di segreti d’ufficio, peculato e corruzione. Accuse che l’uomo ha sempre respinto. Ad accusare il finanziere era stato un pentito. L’agente per gli stessi fatti era stato inizialmente indagato dalla Procura di Ancona che però aveva archiviato le accuse. Il pentito ha rilanciato di nuovo la sua versione, arricchendola di ulteriori particolari, alla Procura di Ascoli che ha aperto nuove indagini contro il finanziare che finì anche agli arresti (il tribunale del Riesame annullò poi l’ordinanza per insussistenza degli indizi). L’agente era accusato di rivelazione di segreti d’ufficio per aver consegnato al pregiudicato certificati della banca dati delle forze di polizia. Inoltre si sarebbe indebitamente appropriato di una divisa d’ordinanza (peculato) e l’avrebbe data al pregiudicato in cambio di una somma fra 300 e 500 euro. Fatti che sarebbero avvenuti fra il 2005 e il 2009 e che costarono parecchi guai al finanziere, trasferito in altra sede e demansionato. Ieri per l’uomo, difeso dagli awocati Francesco Voltattorni e Maurizio Cacaci e’ giunta la conferma dell’assoluzione.