La Corte Costituzionale e il sindacato delle forze armate e della polizia ad ordinamento militare: verso la registrazione sindacale ?

La Corte  Costituzionale e il sindacato delle forze armate e della polizia ad ordinamento militare: verso la registrazione sindacale ?

Il recente intervento della Corte costituzionale, con la sentenza n. 120 del 2018 relativa alla libertà di associazione sindacale per gli appartenenti ai corpi militari, apre diversi interrogativi, ma, nel contempo, lancia un chiaro monito al legislatore, dichiarando non più procrastinabile un intervento normativo in materia.

Ma andiamo per ordine. Innanzitutto i giudici della Consulta, seguendo una tecnica argomentativa consolidatasi nel tempo, hanno pronunciato una sentenza “additiva” che cancella un disposto normativo, ma poi lo  riscrive  e, nel metterlo in “linea” con la Carta costituzionale,  “striglia” il  legislatore  e lo invita ad uscire dal suo atavico torpore, non più giustificabile alla luce di una serie  di percorsi normativi e giurisprudenziali, anche d’oltralpe e di  derivazione internazionale, che  hanno posto la questione ai diritti nazionali.

Nello specifico viene cancellato l’art. 1475, secondo comma, del d.lgs. m. 66 del 2010, che pone un drastico divieto per i militari di costituire associazioni  professionali a carattere sindacale e di adesione ad altre associazioni sindacali, divieto, che così declinato, appare del tutto ingiustificato  alla luce delle  Convenzioni internazionali e della giurisprudenza internazionale.

Vale la pena di ricordare che siffatto divieto viene a contrastare direttamente con il principio della libertà sindacale, solennemente  proclamato dall’art. 39, primo comma, della  Costituzione, che  si può leggere sia come libertà associativa nella sua dimensione individuale sia come “garanzia” della stessa organizzazione sindacale a non subire “interferenze” e “controlli”  da parte dell’ordinamento statuale.

A questo punto la Corte Costituzionale, utilizzano una tecnica argomentativa manipolatoria, “sostituisce” il testo cassato con un nuovo precetto,  che consente ai militari di costituire associazioni professionali a carattere sindacale “alle condizioni e con i limiti fissati dalla legge” , con l’avvertenza che gli stessi “non possono aderire ad altre associazioni sindacali”.

In realtà la Corte oggi  riscrive una norma che, se il legislatore  si fosse peritato di leggere, era già contenuta in  una ormai “dimenticata”  Convenzione OIL  n. 87 del 1949, ratificata dal  nostro paese con la legge n. 367 del 1958.  La Convenzione in questione, sul riconoscimento della libertà sindacale, all’art. 9 stabilisce che la legislazione nazionale determina in quale misura estendere  le garanzie previste dalla Convenzione agli appartenenti alle forze armate e alla polizia.

Si possono fare due constatazioni: la prima che  è trascorso sostanzialmente  invano più di mezzo secolo a fronte di un vivacissimo ed articolato dibattito della dottrina giuridica (per i riferimenti ci permettiamo di rinviare a P. Lambertucci, Verso la rappresentanza sindacale dei corpi militari, in Giornale di diritto del lavoro e delle relazioni industriali, 2016, n. 4, 6219 ss.) e di un limpido intervento del legislatore,  il quale, con la legge n. 121 del 1981, ha riconosciuto la libertà associativa sindacale agli appartenenti alle forze di polizia ad ordinamento civile.

In realtà, adesso, la Corte fa un passo ulteriore: viene posto il paletto che la futura legge non potrà consentire ai singoli di aderire ad altre associazioni sindacali, sul presupposto – peraltro  già introdotto  con la legge del 1981 per gli appartenenti alla polizia di Stato – che l’unico sindacato possibile è quello di “mestiere”, costituito esclusivamente da appartenenti alle forze armate e ai corpi militari della polizia.

Tale soluzione si lega ad alcun passaggi della motivazione della Corte, laddove la medesima stabilisce che l’intervento del legislatore dovrà vagliare la  “misura” in cui estendere il principio della libertà associativa sindacale all’ordinamento militare, al quale deve essere garantita “la coesione interna e neutralità”, secondo la linea già tracciata dalla stessa Corte nella  precedente sentenza n. 449 del 1999.

Anzi oggi la Corte, in termini ancora più espliciti, puntualizza che la “specificità” dell’ordinamento militare giustifica “l’esclusione di forme associative ritenute non rispondenti alle conseguenti esigenze di compattezza e unità degli organismi che tali ordinamenti compongono”.

Si può anche discutere su tale opzione legislativa, come, a suo tempo, se ne è discusso al varo della legge n. 121 del 1981 per gli appartenenti alla Polizia di Stato, per il possibile contrasto con l’art. 39, primo comma, della Costituzione, senza dimenticare che, nei fatti, il sindacalismo  di quest’ultima si relaziona anche con le confederazioni sindacali delle altre categorie, anche perché è definitivamente tramontato il tempo in cui il sindacato costituiva la “cinghia di trasmissione” dei partiti  politici e, tale circostanza, allora poteva comportare la “politicizzazione” delle organizzazioni sindacali. Comunque,  ancorchè di “mestiere”, il sindacato per i corpi militari sarebbe un innegabile passo avanti nell’attuazione dello stesso precetto costituzionale.

I problemi più complessi si annidano sul regime “transitorio”che la Corte intende disciplinare per evitare un”vuoto normativo”, nella considerazione dei tempi lunghi che il legislatore avrà dinanzi per varare la necessaria legge (in considerazione, peraltro, dei confliggenti interessi in gioco).

Sotto quest’ultimo profilo, infatti, i giudici della Consulta ritengono che possa utilmente invocarsi l’art. 1475, primo comma, del d.lgs. n. 66 del 2010, attualmente vigente, alla cui stregua  la costituzione di associazioni o circoli fra militari “è subordinata al preventivo assenso del Ministro della difesa”.

Ora la Corte , con interpretazione quantomeno azzardata, ritiene che tale disposizione costituisce un precetto a carattere generale, che possa ricomprendere anche le associazioni  di carattere sindacale “sia perchè species del genere considerato dalla norma, sia per la loro particolare rilevanza”.

Tale interpretazione non convince per una serie di motivi. Innanzitutto  il dettato normativo introdotto dal.lgs. n. 66 del 2010  rispondeva a questa logica:  divieto di costituzione delle associazioni a carattere sindacale (secondo comma),  mentre per quelle aventi altre finalità – comprensive, significativamente, anche dei  circoli –  opportunamente si richiede l’autorizzazione ministeriale (primo comma)

Ora invece la Corte, con un’indebita sovrapposizione, ritiene che l’autorizzazione ministeriale debba essere declinata anche per le associazioni sindacali, con un analitico esame, da parte del Ministro della difesa, dello statuto a base democratica, “dell’apparato organizzativo, delle sue modalità di costituzione e di funzionamento”, con in particolare, “il  sistema di finanziamento  e la assoluta trasparenza”.

Ci troviamo dinanzi ad un’ attuazione “settoriale” della registrazione sindacale, di cui alla parte inatttuata dell’art., 39, secondo e terzo comma, della Costituzione ? Con un’ulteriore aggravante, che tale disegno costituzionale (di difficile attuazione e peraltro oggetto di proposte di cambiamento) viene ulteriormente “aggravato” da un penetrante controllo di merito, da parte dell’autorità amministrativa, che si pone sicuramente in rotta di collisione con il principio della libertà sindacale di cui al primo comma dell’art. 39 della Carta fondamentale.

Inoltre, proseguendo su tale strada, le associazioni sindacali “riconosciute” (con quale parametro: il numero degli iscritti?) avrebbero un potere negoziale, quello che, nella Costituzione, discende dalla stessa “registrazione sindacale” ?

La Corte tace sul punto, ma sembra implicitamente escluderlo, laddove, nel suo iter argomentativo,  ritiene che il vuoto normativo possa essere “colmato con la disciplina dettata per i diversi organismi della rappresentanza militare”, con un criptico richiamo, non del tutto congruente, , all’art. 1478, settimo comma, del d.lgs. n. 66 del 2010, richiamo che forse andava fatto ai poteri non di contrattazione, ma di concertazione, di cui al d.lgs. n. 195 del 1995.

Quale sarà il rapporto tra le associazioni sindacali “riconosciute” e gli organi i della rappresentanza militare ? Non è facile rispondere, perché rimangono in piedi diversi nodi: il confronto con il sindacato della Polizia di Stato  introdotto dalle legge del 1981, le regole sull’attività sindacale degli altri  corpi di polizia (si pensi alla Polizia penitenziaria) ed, infine, la singolare vicenda del Corpo Forestale dello Stato.

C’è ampia materia sulla quale, stante la caduta del divieto di cui all’art. 1475, secondo comma, deve ora urgentemente intervenire il legislatore, sulla scia a mio modesto avviso, di quanto fece, ormai nel lontano 1981, lo stesso legislatore  per gli appartenenti alla Polizia ad ordinamento civile.

Pietro Lambertucci

Ordinario di diritto del lavoro

Università de L’Aquila

 

 

 

 

 

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