Internet addiction tra le nuove dipendenze “senza droga”*

 

<< […] Una cosa è colloquiare al sole con un altro essere umano e un’altra è stare chiuso in una stanza con un video davanti.>>  Luciano De Crescenzo, La distrazione, 2000[1]

 

Negli studi più recenti condotti sul tema delle dipendenze, si legge spesso l’aggettivo “nuovo”. Verso la fine degli anni Novanta, tale aggettivo designava le nuove droghe immesse sul mercato e soprattutto il nuovo modo di drogarsi. Oggi, invece, l’aggettivo “nuovo” si trova sempre più spesso legato al sostantivo “dipendenza”, con riferimento a tutti quegli stili di vita o comportamenti di per sé normali, che non hanno quindi caratteristiche di trasgressione o di illegalità, perché non hanno a che fare con sostanze chimiche, ma che possono diventare patologici, nella misura in cui diventano ossessivi e disfunzionali. Facciamo riferimento a tutte quelle condotte, compreso l’utilizzo eccessivo e problematico di strumenti utili e spesso indispensabili, come le nuove tecnologie (Internet, social network, videogiochi, cellulare, TV), che al pari dei farmaci e delle sostanze psicotrope, possono indurre sudditanza[2]. E se fino a poco tempo fa, queste nuove forme di dipendenza comportamentale non erano considerate in nessuno dei due manuali diagnostici dei disturbi mentali (DSM e ICD), la quinta edizione del DSM (DSM-5; APA, 2013), ha aggiunto nel capitolo dedicato ai Disturbi Correlati a Sostanze e Disturbi da Addiction, la categoria dei Disturbi Non Correlati a Sostanze, dando in questo modo dignità diagnostica a queste nuove patologie comportamentali e segnando una svolta nella concettualizzazione delle dipendenze patologiche. Tuttavia, va anche detto che allo stato attuale, questa sezione del manuale annovera solo il Disturbo da gioco d’azzardo patologico, in attesa che ulteriori studi, ricerche ed evidenze empiriche, portino all’inclusione anche degli altri disturbi comportamentali. Il DSM-5 ha, inoltre, sostituito il termine addiction, a quelli di “abuso di sostanze” e “dipendenza”, mettendo in questo modo in risalto il fatto che l’addiction è molto più che una dipendenza fisiologica[3]. Infatti, nella lingua inglese il termine addiction ha il significato di dedizione, inclinazione ed è un termine di derivazione latina addictio, sostantivo del verbo addicere, il cui significato è dedicarsi, abbandonarsi a qualcosa. Nel mondo giuridico latino, addictus stava ad indicare una persona schiava per debito. Quindi, il significato originariamente associato al termine, è quello di mancanza di libertà, di schiavitù e di sottomissione. Il termine inglese dependance, invece, sta ad indicare uno stato di dipendenza fisica e chimica dell’organismo, che necessita della sostanza e pertanto la richiede. E’ evidente, quindi, che sebbene la lingua italiana traduca i due termini allo stesso modo, attribuendone il medesimo significato, la lingua inglese distingue i due termini, perché l’addiction, diversamente dalla condizione psicofisica innescata dallo stato di dependance, rappresenta quella condizione di dipendenza psicologica generale, che spinge la persona a ricercare costantemente l’oggetto o l’attività (comportamento), in assenza del quale la sua esistenza non avrebbe senso. L’addiction, in altri termini, è un cambiamento nel modo patologico di esprimersi del soggetto, caratterizzato da una spinta a compiere un determinato comportamento o di assumere una determinata sostanza, non necessariamente in virtù di una dipendenza fisica, ma per contenere uno stato di ansia e di angoscia soggettiva. Rappresenta un disordine progressivo, cronico e recidivante, che annovera tra i suoi sintomi: la compulsione; la perdita di controllo sul comportamento, nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative; non dipende da altro disturbo mentale e può sviluppare dipendenza fisica, tolleranza e astinenza. Inoltre, esattamente come nella tossicodipendenza, in tutte le new addiction è possibile riscontrare la presenza di due elementi fondamentali, che sono il craving, ovvero il desiderio incontrollabile di ripetere il consumo della sostanza o della messa in atto del comportamento e il drug-seeking behaviour, ovvero la condotta compulsiva di ricerca della sostanza o di messa in atto del comportamento[4].

Ritornando al nuovo inquadramento del DSM-5, la nuova edizione del manuale ha eliminato la distinzione tra abuso di sostanza e dipendenza, ma soprattutto i criteri riguardanti l’aspetto legale collegato alla sostanza, che erano precedentemente necessari per fare diagnosi di disturbo correlato ad una sostanza, enfatizzando, in questo modo, proprio quel desiderio intenso e quel comportamento incontrollato, elementi cardini dell’addiction. Ma l’aspetto più interessante è quello concernente il fatto che le nuove scienze neurologiche sostengono un’unica teoria neurobiologica sottostante le varie tipologie di addiction, indipendentemente dalle sostanze che possono portare ad assuefazione e questo ha condotto l’American Psychiatric Association (2013), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (2008) e l’American Society of Addiction Medicine (2010), a riconoscere l’esistenza di dipendenze patologiche comportamentali, di varia entità e con differenti caratteri clinici, seppur simili. Sono stati, quindi, individuati alcuni aspetti fondamentali per la definizione di un’addiction comportamentale: la preminenza, vale a dire il predominare del comportamento su tutti gli altri aspetti della vita della persona, attraverso pensieri, sentimenti ed azioni; l’influenza sul tono dell’umore, con riferimento alle conseguenze emotive del comportamento sul soggetto; tolleranza, la necessità di intensificare il comportamento per raggiungere i medesimi effetti benefici; sintomi da astinenza, ovvero stati d’animo negativi e/o conseguenze fisiche spiacevoli, quando il soggetto è impossibilitato a mettere in atto il comportamento; il conflitto, che riguarda l’incompatibilità e la discordanza tra il soggetto e chi gli sta attorno ed infine la recidiva, ovvero la tendenza a comportarsi ripetutamente come in precedenza, arrivando anche ad estremizzare la condotta, dopo periodi di maggiore controllo. Va infine detto che, per quanto i processi ed i comportamenti associati alle diverse tipologie di addiction, siano tutti finalizzati ad indurre piacere ed alleviare le tensioni emotive e fisiche e rappresentino una rapida ma drammatica via d’uscita dallo sconforto e dalla disperazione del soggetto, essi andranno comunque descritti in base ai criteri specifici per ogni determinata tipologia di disturbo ed ovviamente, in relazione alle differenze di ogni persona, mettendo al centro la dignità umana ed il senso di ogni singola dipendenza[5].

Nella stesura del DSM-5 sono state prese in considerazione anche le condotte patologiche collegate a Internet, da cui la proposta, sulla base di alcuni lavori di ricerca (Tao et al., 2010) di inserire nel manuale, una categoria specifica denominata Disturbo da Dipendenza Patologica da Internet, per la condivisione di alcune caratteristiche fondamentali con l’abuso di sostanze. Tuttavia, ad oggi, le evidenze cliniche e scientifiche a supporto di tale proposta, sono alquanto esigue, motivo per cui il gruppo di lavoro del DSM, incentrato su questo argomento, si è espresso favorevole ad ulteriori ricerche e studi sulla dipendenza patologica da Internet, inserendo, nel frattempo, il disturbo in questione all’interno di un’appendice del manuale dedicata a quelle condizioni che richiedono ulteriori approfondimenti (APA, 2013)[6].

Nella seconda metà degli anni Novanta, lo psicologo inglese Mark Griffiths, aveva descritto le condotte relative all’uso di Internet, come delle forme di dipendenza patologica, in virtù dello strano rapporto tra un essere umano ed un dispositivo tecnologico, proponendo anche una distinzione di tale rapporto in passivo (guardare la televisione) e in attivo (giocare o utilizzare un computer). E’ stato, però, lo psichiatra newyorkese Ivan Goldberg, che nel 1995 ha coniato il termine Internet Addiction Disorder, volendo indicare una sindrome emergente da dipendenza da Internet e proponendo l’introduzione di questo specifico disturbo all’interno del DSM, i cui criteri diagnostici dovevano essere derivati in parte da quelli dei disturbi del controllo degli impulsi ed in parte da quelli dei disturbi da uso di sostanze. Nonostante l’esperienza clinica e la letteratura abbiano dimostrato quanto una percentuale di soggetti, impegnati ad utilizzare Internet e le nuove tecnologie, sviluppi poi delle problematiche in vari ambiti della propria vita, il DSM-IV non ha riconosciuto la dipendenza da Internet come una condizione autonoma, inserendola nella categoria dei Disturbi del Controllo degli Impulsi Non Classificati Altrove (NCA) e Non Altrimenti Specificati (NAS)[7].

Internet, ha rappresentato e rappresenta oggi più che mai, un mezzo potentissimo di diffusione di informazioni, una fitta rete di conoscenze e dati potenzialmente illimitati, senza confini spazio-temporali, nei quali non di rado, si rimane imbrigliati, schiavi del mondo virtuale, fatto di pagine web e di social network. Si passa, così, dalla semplice ed innocua curiosità del navigare, all’ossessione e alla mania di voler controllare ogni dato sul motore di ricerca e all’impossibilità di astenersi dal farlo (tanto che l’Internet Addiction è stata definita anche come Compulsive-Impulsive Internet Usage Disorder), fino all’emergere di un’esigenza patologica, con i criteri di una vera e propria dipendenza[8].

In virtù dell’enorme potenziale offerto da Internet, Kimberly Young e Ivan Goldberg, nella seconda metà degli anni Novanta, hanno riconosciuto cinque tipologie specifiche dipendenza online:

  1. La Dipendenza Ciber-sessuale (Cybersexual Addiction), caratterizzata da un uso eccessivo e compulsivo di siti dedicati al sesso virtuale e alla pornografia;
  2. La Dipendenza Ciber-relazionale (Cyber-Relational Addiction), caratterizzata da un eccessivo coinvolgimento delle relazioni nate in rete;
  3. Net Gaming (o Net Compulsion), ovvero la dipendenza da giochi in rete che comprende una vasta gamma di comportamenti compulsivi collegati a diverse attività online, quali il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo, i videogiochi ed il commercio online compulsivo, dove l’elemento centrale resta la perdita di importanti somme di denaro e l’interruzione di altri doveri, relativi all’impiego e ai rapporti significativi;
  4. Sovraccarico Cognitivo (Information Overload), caratterizzata da una ricerca compulsiva di informazioni sul web;
  5. Gioco al Computer (Computer Addiction), caratterizzato dall’eccessiva tendenza ad utilizzare giochi virtuali, come i MUD’s (Multi User Dimensions, i giochi di ruolo online), ovvero i giochi in rete che prevedono l’interazione di più giocatori.

Tra le suddette tipologie, quella che recentemente sta suscitando notevole interesse, è la dipendenza ciber-relazionale, perché il soggetto è particolarmente coinvolto dalle relazioni anonime che nascono in rete, tanto da sostituirle a quelle reali con familiari ed amici, che diventano sempre più importanti, fino a portare il soggetto al totale isolamento, condurlo in un mondo parallelo popolato da persone fantasticate e idealizzate. L’anonimato è ciò che in questa variante di dipendenza da Internet gioca un ruolo fondamentale, in quanto consente al soggetto di auto-attribuirsi caratteristiche fisiche e caratteriali specifiche e diverse da quelle reali[9].

Per quanto, come si è detto, neppure il DSM-5 preveda un autonomo inquadramento diagnostico, negli ultimi quindici anni l’uso problematico di Internet (Problematic Internet Use, PIU), definito anche disturbo da dipendenza patologica da Internet (Internet Addiction Disorder, IAD), è stato oggetto di notevole interesse da parte di ricercatori e clinici a livello internazionale, arrivando a delinearne alcune caratteristiche fondamentali, quali la presenza di eccessive preoccupazioni, pulsioni o comportamenti nell’uso di Internet o incapacità nel controllare tali condotte, che determinano come conseguenza, disfunzioni e stress. I soggetti che manifestano una dipendenza da Internet, tendono pertanto ad isolarsi da qualsiasi altra forma di contatto sociale appartenente alla vita reale e a concentrarsi esclusivamente su di esso, dedicando gran parte del proprio tempo all’utilizzo di questo strumento. Gli adolescenti che lo utilizzano in maniera eccessiva, mostrano nello specifico, scarso profitto scolastico, conflittualità elevata e scarsa collaborazione in famiglia, uso di alcol e droghe, maggiore impulsività ed insicurezza nelle relazioni interpersonali, soprattutto con i coetanei, il che si traduce in elevati livelli di ansia ed evitamento delle stesse. Nel 2008, ai fini dell’inclusione del disturbo in questione nel DSM-5, Block ha suggerito quattro criteri essenziali per fare diagnosi di IAD:

  1. Uso eccessivo di Internet, spesso associato alla perdita delle coordinate temporali o alla trascuratezza dei bisogni primari;
  2. Sintomi di astinenza, con manifestazione di rabbia, tensione e/o depressione, quando l’accesso al computer è in qualche modo ostacolato;
  3. Tolleranza, ovvero la necessità di avere computer sempre più potenti e software sempre più aggiornati o di aumentare la quantità di tempo dedicata allo stesso, per ottenere il medesimo livello di soddisfazione;
  4. Conseguenze nefaste, come menzogne a partenti e amici, liti frequenti, scarso rendimento scolastico o lavorativo, affaticamento ed isolamento sociale.

Nel 2010, Tao e collaboratori hanno eseguito un’indagine più estesa per definire meglio i criteri diagnostici per l’IAD e per verificarne la validità ed affidabilità nella popolazione generale, arrivando a proporre dei criteri sintomatologici (sette sintomi clinici di IAD), un criterio di compromissione clinicamente significativo (alterazioni funzionali e psicosociali gravi), un criterio relativo al decorso (la dipendenza da Internet deve durare per almeno 3 mesi, con un utilizzo di Internet per almeno 6 ore al giorno, in assenza di una reale necessità) ed infine un criterio di esclusione (l’IAD non deve essere altrimenti attribuibile a disturbi psicotici) [10].

Per la valutazione e la diagnosi dell’IAD, sono stati validati alcuni strumenti, soprattutto test e questionari, in grado di riscontrare la presenza e quantificare una reale dipendenza da Internet. Il questionario impiegato maggiormente è quello della Dr.ssa Himberly Young (1998) noto come Internet Addiction Test (IAT), un questionario con venti domande, allo scopo di valutare la dipendenza da Internet come lieve, moderata o grave. Il soggetto è chiamato a rispondere alle domande usando una scala che va da 0 a 5 (0=mai; 1=raramente; 2=occasionalmente; 3=frequentemente; 4=spesso; 5=sempre) e il punteggio finale, ottenuto dalla somma dei punteggi rilevati per ciascuna risposta, indica il livello di intensità della dipendenza patologica (punteggi più elevati corrispondono ad una maggiore intensità della dipendenza da Internet)[11].

A livello internazionale, si stima una prevalenza del disturbo che varia in percentuale dall’1,5 all’8,2% e negli USA, dove circa il 70% della popolazione generale utilizza il computer come strumento per navigare in rete, la percentuale varia dallo 0,3 allo 0,7%, mentre in Italia la prevalenza si attesta attorno al 5%. In Europa, un’indagine più ampia condotta in 11 Paesi, ha rivelato una prevalenza del 4,4% dell’IAD. Ma la dipendenza patologica da Internet è un fenomeno particolarmente studiato in Estremo Oriente, dove i tassi di prevalenza sono tra i più elevati[12].

Molto importante la questione della comorbilità psichiatrica, soprattutto perché spesso l’utilizzo di Internet maschera un sottostante disturbo, che può riguardare la sfera del discontrollo degli impulsi o dipendenze di altro tipo, come il DGA. Ad esempio, se un soggetto passa ore ed ore davanti al computer di casa, giocando al casinò online, è più opportuno che gli venga diagnosticata una dipendenza da gioco d’azzardo patologico online, che una dipendenza da Internet. E’ quindi fondamentale, in primo luogo, stabilire se l’IAD si presenta come disturbo primario o se invece è epifenomeno di un altro disturbo, nel senso che per la gran parte dei pazienti affetti da altre dipendenze comportamentali, Internet rappresenta un ideale mezzo di accesso e fonte di innesco per quelle dipendenze[13]. Quando è diagnosticato come un vero e proprio disturbo, l’IAD si trova associato ad altre condizioni psichiatriche. Nello specifico, alcuni studi trasversali condotti su diverse casistiche di pazienti, hanno riportato un’elevata comorbilità dell’IAD con altri disturbi psichici, quali i disturbi dell’umore, i disturbi d’ansia, il disturbo da deficit d’attenzione/iperattività, il disturbo ossessivo-compulsivo, nonché abuso di droga ed alcol che, tra l’altro, sembrano essere quelli più frequentemente riscontrabili in comorbilità con l’uso problematico di Internet[14]. Inoltre, i disturbi in comorbilità possono essere precedenti all’IAD, rappresentando un fattore di facilitazione per l’insorgenza di tale dipendenza, oppure possono essere successivi ad esso ed in questo secondo caso, saranno proprio i primi contatti con la rete ad accendere il desiderio, il quale a sua volta si alimenterà e si manterrà ad ogni successivo collegamento[15].

I fattori che possono concorrere allo sviluppo di una dipendenza da Internet sono diversi e comprendono problematiche nella gestione dello stress, maggiore accessibilità ai social network, gestione delle problematiche evolutive e quelle legate ai sentimenti di ansia e depressione, oltre alla possibilità offerta dal web di fuggire da una realtà insopportabile ed ingestibile ed alterare l’immagine si sé. Come per la gran parte dei disturbi mentali, le cause vanno, però, sempre ricercate utilizzando il modello integrato (biopsicosociale) e quindi considerando i fattori biologici e psicosociali, laddove è stato osservato che diversi aspetti della personalità (come lo psicoticismo ed il nevroticismo), unitamente alla ricerca continua di sensazioni ed emozioni forti, la tendenza all’aggressività ed all’evitamento dei pericoli, la scarsa autodeterminazione e lo scarso spirito collaborativo, sono frequentemente associati all’IAD. Da un punto di vista psicologico, molti aspetti cognitivi sono associati all’uso problematico di Internet, soprattutto quelli riguardanti deficit nei processi decisionali basati sulla ricompensa. Anche le funzioni nel controllo esecutivo sembrano esser alterate, in pazienti affetti da IAD. Uno studio condotto da Dong, Zhou e Zhao (2011), attraverso la misurazione dei potenziali cerebrali collegati agli eventi in una prova parola-colore di Stroop, ha evidenziato che tali soggetti rispondevano in tempi più lunghi e le risposte erano, per la gran parte, errate, oltre a presentare una ridotta negatività frontomediale, attestante proprio delle disfunzioni nel controllo esecutivo. Atri studi hanno reso evidente anche una ridotta capacità di attenzione ed un peggioramento di errori cognitivi, della flessibilità mentale ed inibizione delle risposte, in quei pazienti che erano affetti da IAD da più tempo[16].

Le conseguenze del disturbo si possono manifestare tanto a livello psicologico, quanto a livello fisico. In questo secondo caso, i disturbi più frequenti associati all’IAD, sono quelli del sonno. In uno studio condotto in Corea del Sud su studenti di scuola superiore, la prevalenza di insonnia, russamento, apnea, bruxismo, incubi, fino a sperimentare delle esperienze simil-psicotiche, è risultata essere più elevata nei soggetti dipendenti da Internet, rispetto ai soggetti sani. Per quanto riguarda le conseguenze psicologiche, essendo Internet parte integrante della vita familiare, scolastica e lavorativa, un suo uso problematico può coinvolgere negativamente tutte queste sfere. Nello specifico, uno studio condotto in Italia su un gruppo poco esteso di soggetti con una dipendenza da Internet, ha evidenziato che questa dipendenza ha un impatto negativo soprattutto sulla sfera familiare, con una prevalenza di sintomi dissociativi, secondo la gravità del disturbo e dei sintomi del disturbo ossessivo-compulsivo (Bernardi e Pallanti, 2009)[17].

Sebbene non siano al momento disponibili specifiche linee-guida per il trattamento farmacologico della dipendenza da Internet (le pubblicazioni in materia sono molto limitate), studi sulla terapia farmacologica dell’IAD hanno suggerito la potenziale efficacia di farmaci quali il meltifenidato ed il bupriopione (farmaco inibitore della dopamina e della noradrenalina, utilizzato nel trattamento della dipendenza da nicotina e da altre sostanze), nella riduzione del desiderio intenso per l’utilizzo dei videogiochi su Internet e dei giochi online in generale. Mentre un altro studio ha preso in considerazione l’associazione dell’uso impulsivo-compulsivo di Internet con il DOC, per valutare l’efficacia dei farmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) nella gestione della dipendenza da Internet. Tale studio è stato poi confermato in un trial in aperto[18] sulla terapia farmacologica con un farmaco SSRI (l’escitalopram), nel trattamento di pazienti che avevano condotte impulsivo-compulsive nell’utilizzare Internet, mostrando una diminuzione significativa delle ore passate a navigare in rete nelle prime fasi del trattamento, ma non successivamente. Ma gli approcci psicosociali rappresentano, al momento, la modalità di trattamento più studiata, soprattutto per quanto riguarda le tecniche psicoterapeutiche ad orientamento cognitivo-comportamentale, che sono quelle che hanno mostrato i risultati più interessanti, soprattutto per il miglioramento dell’emotività, delle capacità gestionali, del comportamento, dell’autocontrollo e sulla correzione delle distorsioni cognitive. In alcuni casi, si ritengono utili anche le terapie familiari e di coppia, nonché la partecipazione a gruppi sul modello degli alcolisti anonimi[19].

Come per altre new addiction affrontate in questo capitolo, anche la dipendenza da Internet condivide molti aspetti con la dipendenza da uso di sostanze, tanto da considerarla come una dipendenza comportamentale, sebbene i meccanismi fisiopatologici che ne sono responsabili, debbano ancora essere approfonditi[20]. Quello che però sembra evidente, è che indipendentemente dall’oggetto della dipendenza, si viene a creare un legame così forte tra la persona e l’oggetto (sostanza o comportamento) e la dipendenza è ciò che deriva dall’incrocio tra il potere che l’oggetto o la sostanza possiede ed il potere che quella persona è disposta ad attribuire a quell’oggetto o a quella sostanza (Rigliano, 1998). In altre parole, la persona porta con sé una serie di caratteristiche e bisogni e quando incontra l’oggetto della dipendenza, che come abbiamo visto può essere una sostanza, un comportamento o una relazione, vive un’esperienza particolare, derivante dalla ristrutturazione del sé, cioè si sperimenta in maniera diversa, più funzionale, leggendo questa ristrutturazione come positiva, nella misura in cui emerge la convinzione che solo quell’oggetto e in quel rapporto, seppur malato, potrà trovare tutte le risposte ai propri bisogni e desideri essenziali, che resterebbero altrimenti insoddisfatti.

*Estratto dalla tesi di laurea in psicologia,  sostenuta dalla nostra associata Ilaria De Vito

[1] Cit. tratta da: https://www.aforismario.net/2016/04/frasi-social-network.html [ultima lettura: agosto 2018].

[2] Cfr. R. PANI, A. SCIUTO, op. cit., pp. 57-58.

[3] Cfr. K.P. ROSENBERG, L.C. FEDER, op. cit., passim.

[4] Cfr. R. PANI, R. BIOLCATI, op. cit., pp. 3-4.

[5] Cfr. K.P. ROSENBERG, L.C. FEDER, op. cit., passim.

[6] Ibid., p. 2.

[7] Cfr. B. DELL’OSSO, op. cit., p. 35.

[8] Cfr. R. PANI, A. SCIUTO, op. cit., pp., 78-79.

[9] Ibidem.

[10] Cfr. K.P. ROSENBERG, L.C. FEDER, op. cit., pp. 101-102.

[11] Ibid., pp. 118-119.

[12] Ibid., p. 103.

[13] Cfr. B. DELL’OSSO, op. cit., p. 39.

[14] Cfr. K.P. ROSENBERG, L.C. FEDER, op. cit., p. 104.

[15] Cfr. D. MARAZZITI, S. PRESTA, M. PICHETTI, L. DELL’OSSO, Dipendenze senza sostanza: aspetti clinici e terapeutici, in Journal of Psychopathology, 21, 72-84, (2015), p. 77 (http://www.jpsychopathol.it/wp-content/uploads/2015/07/10Marazziti1.pdf) [ultima lettura: agosto 2018].

[16] Cfr. K.P. ROSENBERG, L.C. FEDER, op. cit., pp. 106-107.

[17] Ibid., p. 108.

[18] Studio condotto nel 2007 da Dell’Osso, Altamura, Hadley, Baker e Hollander (Ibid., p.110).

[19] Cfr. K.P. ROSENBERG, L.C. FEDER, op. cit., pp. 108-109-110.

[20] Ibid., p. 111.

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