Importante ordinanza del Consiglio di Stato. Costituzione di associazioni tra militari a carattere sindacale. Sollevata questione di legittimità costituzionale dell’art. 1475 del Codice dell’Ordinamento Militare.

Riportiamo il sunto di una importantissima ordinanza di remissione alla Corte Costituzionale di una questione di legittimità emessa dal Consiglio di Stato in materia di libertà di associazione tra militari e riconoscimento dei diritti sindacali.

Preliminarmente ricordiamo che:

  • in data 12 febbraio 2014, quattrocento finanzieri, molti dei quali appartenenti ad organismi della rappresentanza militare, avevano presentato uno specifico ricorso alla Commissione Europea per i Diritti dell’Uomo proprio con l’intento di vedersi riconosciuti, per via giudiziaria, i diritti sindacali;
  • la CEDU in data 02.10.2014 aveva emesso due sentenze concernenti i ricorsi Matelly contro Francia e Adfdromil contro Francia, con le quali era stata sancita l’illegittimità del divieto assoluto di costituire associazioni sindacali nell’ambito delle Forze Armate e della Gendarmeria Francese, confermando sue precedenti sentenze di analogo tenore.

Il Consiglio di Stato – Sezione IV – con ordinanza n. 02043/2017 del 04 maggio 2017, nell’ambito di un ricorso in appello proposto avverso la sentenza di primo grado emessa dal T.A.R. Lazio n. 8052 del 23 luglio 2014, afferente il rigetto, da parte del Comando Generale della Guardia di Finanza, di una istanza volta ad ottenere “l’autorizzazione a costituire un’associazione a carattere sindacale fra il personale dipendente del Ministero della difesa e/o del Ministero dell’economia e delle finanze o, in ogni caso, ad aderire ad altre associazioni sindacali già esistenti”, ha:

  • dichiarato “rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, del d.lgs. 15 marzo 2010, n. 66 (Codice dell’ordinamento militare), per i seguenti profili:  

a. per contrasto con l’art. 117, comma 1, Cost., in relazione agli articoli 11 e 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, come da ultimo interpretati dalle sentenze in data 2 ottobre 2014 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, quinta sezione, nei casi “Matelly c. Francia” (ricorso n. 10609/10) e “Adefdromil c. Francia” (ricorso n. 32191/09);

b. per contrasto con l’art. 117, comma 1, Cost., in relazione all’articolo 5, terzo periodo, della Carta sociale europea riveduta, firmata in Strasburgo in data 3 maggio 1996 e resa esecutiva in Italia con legge 9 febbraio 1999, n. 30”;

  • disposto la sospensione del giudizio davanti al Consiglio di Stato ed ordinato “l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale”.

Nella menzionata ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale, il Consiglio di Stato ha in particolare ribadito che:

  • la rilevanza della questione di legittimità è in re ipsa e la questione risulta anche non manifestamente infondata in quanto l’art. 1475, comma 2, del d.lgs. 66/2010 vieta in radice ai militari di “costituire associazioni professionali a carattere sindacale”, nonché di “aderire ad altre associazioni sindacali”, mentre “il principio di diritto chiaramente affermato dalle due pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo citate dai ricorrenti è, invece, di segno radicalmente opposto: la restrizione dell’esercizio del diritto di associazione sindacale dei militari non può spingersi sino alla negazione della titolarità stessa di tale diritto, pena la violazione dei menzionati articoli 11 e 14 della Convenzione”;
  • l’interpretazione della Convenzione, costituente formalmente un trattato internazionale elaborato nell’ambito del Consiglio d’Europa, …, è rimessa, ai sensi dell’art. 32 della medesima, alla sola Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: per gli Stati firmatari, pertanto, il diritto convenzionale vivente non è quello rappresentato dal testo della Convenzione (ossia dalle relative disposizioni), bensì quello risultante dall’esegesi dei Giudici di Strasburgo, unico plesso giurisdizionale attributario della competenza a risolvere “tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione” (così il citato art. 32) e, dunque, a ricavare da tali disposizioni le vere e proprie norme giuridiche, le regulae juris”;
  • la Corte Costituzionale si è più volte espressa in ordine ai rapporti della legislazione nazionale con il diritto internazionale di origine consuetudinaria e convenzionale”;
  • con riferimento al diritto internazionale convenzionale e, in particolare, proprio alla CEDU, …, “tra gli obblighi internazionali assunti dall’Italia con la sottoscrizione e la ratifica della CEDU vi è quello di adeguare la propria legislazione alle norme di tale trattato, …”;
  • lo stesso Consiglio di Stato, “ravvisata la palese ed insanabile contrarietà dell’art. 1475, comma 2, del d.lgs. 66/2010 con la norma di diritto internazionale convenzionale come ricavata dall’esegesi della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non può che rimettere gli atti alla Corte Costituzionale, che, nell’ambito dello svolgimento del conseguente giudizio di costituzionalità, valuterà se la norma interposta non sia a sua volta contraria alla Costituzione e, come tale, non presenti “idoneità a integrare il parametro dell’art. 117, primo comma, Cost.”;
  • la predisposizione legislativa (art. 1476 e seguenti del d.lgs. 66/2010) di un articolato sistema istituzionale della rappresentanza militare non può comunque soddisfare le esigenze indicate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, giacché la libertà sindacale presuppone ontologicamente la facoltà di dar vita a forme autonome di rappresentanza anche al di fuori di eventuali strutture create ex lege”;
  • di dover rimettere alla Corte pure “la distinta ma connessa questione della contrarietà dell’art. 1475, comma 2, del d.lgs. 66/2010 con l’art. 5, terzo periodo, della Carta sociale europea riveduta, predisposta nell’ambito del Consiglio d’Europa, firmata in Strasburgo in data 3 maggio 1996 e resa esecutiva in Italia con legge 9 febbraio 1999, n. 30”;
  • la disposizione dell’art. 5, terzo periodo, della Carta, laddove rimette alla legislazione nazionale di determinare il “principio dell’applicazione delle garanzie” sindacali ai militari nonché la “misura” di tale applicazione, intenda evocare un nucleo essenziale – certo ristretto, limitato e circoscritto – di libertà sindacali che non può non essere riconosciuto anche a favore di tali categorie di lavoratori: ne consegue che una norma nazionale che, come l’art. 1475, comma 2, del d.lgs. 66/2010, privi in radice i militari del diritto di “costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali” si pone in contrasto con tale disposizione di diritto internazionale convenzionale”;
  • l’articolo G della Carta consente sì “le restrizioni ai diritti ed ai principi enunciati nella Parte I” (fra cui quello afferente alle libertà sindacali) nelle ipotesi “stabilite dalla legge e necessarie, in una società democratica, per garantire il rispetto dei diritti e delle libertà altrui o per proteggere l’ordine pubblico, la sicurezza nazionale, la salute pubblica o il buon costume”, ma, menzionando il termine “restrizioni”, pare implicitamente escludere la liceità di radicali “esclusioni”, invece previste dal menzionato art. 1475, comma 2, del d.lgs. 66/2010”.

Il massimo organo giurisdizionale ha quindi ritenuto:

  • rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, del d.lgs. 15 marzo 2010, n. 66 (Codice dell’ordinamento militare);
  • sospeso il giudizio e ordinato alla segreteri a l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.

 

Non si può non evidenziare il ripetuto richiamo alle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ed alla sua dichiarazione di illegittimità della interdizione assoluta elargita a tutti i militari di aderire ad associazioni riconosciute e costituite per la difesa dei propri interessi professionali e morali.

Non rimane che attendere la nuova pronuncia della Corte Costituzionale su un tema di particolare interesse per il personale militare e da tempo al vaglio anche degli organi parlamentari nell’ambito dei progetti di riforma dell’istituto della Rappresentanza militare.

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