Il suicidio e il mancato rapporto con la morte. Di Massimiliano Salce

Nella prosecuzione della serie di interventi in ordine al dramma umano del suicidio e, per quanto ci riguarda, provare a trovare una chiave di lettura di questo  fenomeno negli ambienti militari, con l’odierno articolo esaminiamo un aspetto forse non considerato e che dal titolo potrebbe sembrare una contraddizione in termini.

Questo aspetto appunto è il mancato rapporto con la morte che oggi, a differenza del passato, connota la nostra esistenza.

In realtà non vi è contraddizione con la macroscopicità del fenomeno dei suicidi nelle caserme e in altri ambienti.

Due fattori appaiono essere influenti.

Uno è dato da quel particolare aspetto dell’attuale momento storico sociale, nel quale sono innegabilmente sovrani i  veri e propri miti dell’efficienza, del rendimento , della performance e sotto i quali l’uomo trova ancor più difficoltà di adattamento.

Nella società della tecnica e della tecnologia, che solo apparentemente sembra fornire all’uomo un dominio sul mondo e rispetto al passato dare una possibilità di godimento da questa particolare posizione, il vivere è in realtà sempre più complesso e soprattutto è più complicato proprio da questi aspetti citati.

La tecnica esige sempre più, col suo affermarsi, di saper fare e fare nel minor tempo possibile e nel miglior modo possibile ma non per avere maggior tempo per la dimensione umana, sia essa intesa come recupero dei rapporti umani o poter disporre di momenti  per la propria dimensione personale , quanto invece per fare altro ancora, in termini di produzione lavorativa.

Luci accese negli uffici fino alle venti di sera ne sono la riprova e non si sa bene perché e che cosa in effetti si riesca a produrre in dodici ore di occupazione o riscaldamento di una poltrona. E quale obiettivo così improcrastinabile si stia raggiungendo. Fenomeno impensabile fino agli inizi del  secolo scorso eppure la vita e la società andavano avanti lo stesso. E andavano avanti molto bene in termini qualitativi vista la produzione di capolavori artistici o di altro genere di cui oggi non si ha traccia, visto che i ponti cadono e i palazzi pure. Così come i supermercati aperti 24 ore su 24 in città di poco più di sessantamila abitanti. Cosa ci sarà di così necessario da comprare alle tre di notte anziché il giorno dopo, motivo per il quale un gruppo di disgraziati sta insonne tra scaffali e una cassa, resta un mistero.

La tecnologia che non è la tecnica, è funzionale al perverso gioco di cui sopra perché il prodotto tecnologico, l’artefatto umano, non è più un “facilitatore” della vita dell’uomo ma diventa un “acceleratore” a mezzo del quale tu devi eseguire nel minor tempo possibile la tua mansione o altro per potere fare altro ancora, in un continuo correre verso una presunta efficienza. Efficienza richiesta non solo dal mondo produttivo ma dallo stesso mondo del sociale, per cui tu non puoi permetterti di avere quaranta di febbre e riposare ma devi ingurgitare il medicinale dalle doti miracolose che ti permette, tre ore dopo, di partecipare a quel momento idiota e indicato da un altrettanto idiota neologismo che va sotto il nome di  “apericena”e che rende bene l’idea di una specie, anche lì, di corsa all’ingozzarsi mettendo insieme due momenti in uno. E adempiere al ligio dovere di essere il giorno dopo in ufficio o in fabbrica . Rincoglionito sì dall’influenza ma presente. Eroicamente presente in quanto così apprezzato dal sistema. E ovviamente fungendo da bus navetta gratuito per gli antigeni infettanti che sono ben contenti così di passare da un organismo all’altro. E decimare per settimane così uffici e fabbriche. (Sopprimendo tra le altre quel magnifico meccanismo naturale, evolutosi per milioni di anni, che è la febbre e che è tra i migliori battericidi e killer di virus, considerato che con 38 di temperatura corporea si ha già una discreta strage  – in realtà non si ha una “cottura” ma una diminuzione della efficacia di questi invasori permettendo al sistema immunitario di essere più efficace).

Oggi si esegue una quantità  di attività di ogni genere (lavorative, di vita personale ) in un periodo di tempo ed una velocità impensabile già solo trenta anni fa. Che questo sia un bene o un progresso è tutto da verificare, può esserlo per alcuni versi, non lo è sicuramente per altri se è vero come è vero che molti genitori lasciano i figli al mattino presto che dormono e li ritrovano la sera tardi…che dormono.

Apparentemente tutto normale , concretamente tutto molto pericoloso per la società futura e per la salute mentale dei malcapitati in tale gorgo, aumentando così poi non stranamente i casi di disagi psichici in età infantile troppo comodamente spesso ricondotti dalla neuropsichiatria infantile a fattori genetici, dimenticando l’epigenetica.

Sembra   che gli “dei” abbiano finalmente vendicato l’offesa arrecata da Prometeo che rubò loro il fuoco per darlo agli uomini e poterlo così usare in chiave tecnologica.

Ed apro una parentesi e cioè da questa corsa al risultato , un vero e proprio furore , non è esente nessuno: dal lavoro di ufficio (sebbene mal si parli degli uffici pubblici) , al lavoro in fabbrica o in agricoltura.

Ed è questo il punto di raccordo indiretto con il suicidio anche in ambiente militare e cioè , per dirla con il filosofo Galimberti, la declinazione della depressione non è più il senso di colpa, come nel passato, ma è il non sentirsi all’altezza, non reggere più il ritmo, non riuscire ad essere e a fare ciò che il “sistema” pretende e mi chiede, pena l’essere denigrato e mal giudicato. E si sa che la depressione è uno dei maggiori fattori scatenanti il suicidio. Tu oggi sei depresso non perché pesa su di te uno sbaglio, un rimorso, una colpa ma incombe su di te un senso di inutilità ed inefficienza, un timore di mancato risultato, additatoti dal sistema del quale fai parte.

Se il primo fattore dunque, che ci allontana dal rapporto e dal pensiero con la morte e che potrebbe permettere di “farci i conti”, riflettendoci, guardandola in faccia, elaborandola come direbbero gli psicologi e quindi dandogli un senso e con essa dare indirettamente un senso alla vita,  è la corsa alla produzione e agli obiettivi e quindi non avere tempo per questo aspetto fondamentale , che non può che essere ovviamente rigettato dalla “civiltà della tecnica e dell’efficienza” , il secondo completa, come un macellaio, l’opera.

Il secondo fattore e cioè il delirio dell’onnipotenza e il venir meno del senso del limite , deriva almeno in parte dal primo in quanto generato dalla beata illusione che con la tecnologia posso dominare il mondo (salvo poi non sapere dove ci cade in testa un rottame di un satellite o non capire perché la centralina elettronica di una autovettura di venti e passa mila euro blocca inspiegabilmente il motore), per altra parte è un delirio che deriva da quella che appare ormai sempre più confermata come la società narcisistica.

Intendendo per tale l’idea che tu oggi non hai limiti, non puoi avere limiti in una corsa alla esibizione del sé e di sempre più maggiori traguardi che ti affermano sull’altro o ti fanno credere di dominare l’universo, con un biglietto da visita zeppo di onorificenze, oppure  puoi avere d’inverno un pomodoro sulla tua tavola (che non sa assolutamente di nulla visto il fuori stagione e che paghi dieci volte tanto rispetto al suo valore ma che hai il potere di portare in tavola, impensabile e da imbecilli fino a 60 anni fa ). Così, nella illusione di onnipotenza, io posso disporre degli altri sul posto di lavoro, senza limiti e imporgli ritmi che già stanno alienando me stesso e di cui nemmeno mi rendo conto. Salvo quando il cardiologo inizia a dirmi che così non va e mi schiavizza con la pasticchina, a orario, contro l’ipertensione. O col gastroprotettore. O col Diazepam. O quando il pediatra inizia a segnalare strani sintomi nei tuoi figli.

Da tutto questo mondo la morte non può che essere estromessa. Peggio: non considerabile. Impensabile. Non ammissibile. Non c’è.

Ma si sa , il problema irrisolto anche piccolo buttato fuori dalla porta, rientra dalla finestra. Figuriamoci la potente signora con la falce vestita di nero .

Così che quando un qualcosa mi ferma o in un modo o in un altro mi ritrovo a pensarci (un lutto a me vicino o un improvviso senso di vuoto interiore e insoddisfazione), non avendolo mai potuto fare prima o essendomi vietato di farlo dagli aspetti di cui sopra, due sono le ipotesi : o rimando il pensarci , che poi cova inquieto nel profondo ed è peggio o si genera l’angoscia che non è meglio.

E cosa è l’angoscia ? E’ uno stato psichico continuo di apprensione e di ansia che mi divora giorno dopo giorno e anch’esso apre le porte alla depressione anticamera spesso del suicidio.

E contro quell’angoscia tu non hai antidoti, semplicemente perché ti è stato negato il tempo per costruirteli o non sono stati nemmeno ammissibili, siano essi la riflessione laica, siano essi la fede , siano essi gli approfondimenti in materia, dati dal leggere di filosofia (che non significa essere laureati in una materia ostica da biblioteca ma aiutarsi nel dare un senso alla vita elaborando dubbi e incertezze, così che tutti in fin dei conti siamo filosofi, volendolo)  o di letteratura perché è nel leggere e nel poter disporre di più strumenti di spiegazione e di comprensione che io posso costruirmi un senso , una struttura , una impalcatura interiore che  permette il reggere del peso dell’angoscia. Si ha ansia di qualcosa che non conosci , non di un qualcosa con la quale ti sei  confrontato.

Oppure, altro antidoto, educandoci al confronto e presenza con la morte stessa così come quando i nostri anziani condividevano il momento in famiglia, mangiando e bevendo insieme agli intervenuti  e questa condivisione educava i bambini che venivano esposti alla morte e venivano guidati a dargli un senso. Ma oggi il tempo per partecipare al funerale nemmeno lo abbiamo, pur con auto più veloci, pur con strade a quattro corsie. E quindi non ci si va. Non si elabora quel momento. Lo si rimanda. Si ha troppo da fare. Non posso lasciare l’ufficio o la catena di montaggio. Magari basta un sms.

Oggi no. Tutto ciò, gli antidoti, nella “civiltà” del risultato da raggiungere, della performance assurta ad idolo, della efficienza, della immagine del super-uomo e della super-donna nel sociale e nel mondo del lavoro, esenti da invecchiamento, da rughe e malattie,  dell’apparire per quello che non si è in realtà, nella richiesta di soddisfacimento di obiettivi e risultati (che poi non si sa esattamente perché ed entro quali limiti – o meglio senza limiti – questi obiettivi vengono fissati ), non è permesso né previsto, né l’idea stessa della morte, né gli antidoti. Se non ammetto e nego il male, non è importante che esista l’antidoto.

Con il risultato che la strada è ancor più spianata e in discesa verso il vuoto, la depressione , il crollo, il suicidio. E non sarà una palestra, un viaggio, aumentare il lavoro, l’amante, il calcetto o un diversivo da quattro soldi, a salvarti.

E a riprova siamo quasi  al fatidico anno 2020, anno nel quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha previsto il sorpasso delle patologie a sfondo psicologico sulle malattie tumorali con costi e conseguenze che è facile immaginare.

Sarà bene rifletterci, qualche suicidio potrebbe essere evitato.

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