I drammi mostrano il vero volto dei poliziotti e dei soccorritori, in una società che tende spesso a dimenticarli

Come purtroppo tutti sanno, nelle zone in cui vivo e lavoro (nelle Marche)c’è stato un terremoto devastante, per dimensioni, intensità e durata.

Le scosse maggiori sono state cinque in un arco temporale di poche settimane, sempre più potenti e distruttive. Per fortuna le vittime, pur nella profonda drammaticità, sono state tutto sommato contenute, rispetto alla devastazione che potenzialmente un fenomeno di tale intensità avrebbe potuto creare. Le perdite umane  si sono avute peraltro tutte nella prima scossa ed in un’altra area del centro-Italia colpita, la zona del reatino ed in particolare Amatrice, dove tra l’altro hanno perso la vita un nostro caro collega, la moglie ed i suoceri, lasciando sole le due figlie piccole. Una tragedia umana che va oltre ogni immaginazione.

Dopo poche settimane dalla prima c’è stata la più forte scossa mai registrata da secoli, addirittura più forte di quella del 1980 che colpì l’Irpinia, causando danni incalcolabili che ha compreso una zona vastissima, circa seicento chilometri quadrati. Il susseguirsi delle scosse è ancora costante e sta minando a livello psicologico la popolazione, che oltre ai danni convive con questa tortura quotidiana di uno sciame sismico che non accenna a diminuire.

Ovviamente l’attività delle forze dell’ordine e degli operatori del soccorso è costante ma anche psicologicamente durissima. Proprio così, perché purtroppo nessuno ha tenuto conto che quando si parla di popolazione terremotata, nella stessa sono compresi anche gli appartenenti alle forze dell’ordine e gli operatori del soccorso e le loro famiglie, che hanno subìto danni alle abitazioni al pari degli altri.

Personale in uniforme che per la maggior parte ha origini diverse da quei luoghi e vive solo con la propria famiglia, senza aiuti utili da parte di parenti stretti. Ammirevole è quello che ho visto nei giorni della tragedia, quando dopo la scossa più potente, dopo aver messo in “”sicurezza”” i propri cari, ci si è messi tutti a disposizione della popolazione. Qualcuno potrà dire: “””siete pagati per questo”””. Può essere anche vero, come è vero che l’istinto altruistico piano, piano viene sopraffatto, dalla preoccupazione di lasciare nelle case i propri cari, dalla stanchezza e in alcuni casi, anche dalla rabbia.

Quando parlo di rabbia, mi riferisco al fatto che chi è deputato all’informazione a volte tende ad enfatizzare solo comportamenti devianti di singoli appartenenti alle FF.PP., di sicuro condannabili, ma senza mai essere pienamente riconoscenti a tutti quelli che quotidianamente operano in condizioni spesso estreme.

In casi come quello catastrofico di un terremoto, è possibile notare come la gente ha bisogno di chi indossa un’uniforme, vuole una parola di conforto, vede nella divisa una persona forte che può dare aiuto, che trasmette sicurezza e serenità. In alcune circostanze gli agenti sono persino visti come supereroi. Si assiste a Sindaci che chiedono la presenza del poliziotto e tirano un sospiro di sollievo quando vedono una divisa, riversando su di esso tutta la tensione e le preoccupazioni accumulate per un futuro duro e complicato.

Nessuno sa, tuttavia, che il poliziotto che è sul campo è costretto a volte a trascurare la propria famiglia rimasta sola, perché impegnato ad aiutare gli altri facendosi carico delle problematiche della popolazione, anche vivendo tensione e preoccupazione per i propri cari lasciati soli in compagnia delle continue e micidiali (a livello psicologico) scosse di “cosiddetto” assestamento.

E’ così che fino a ieri “cattivi poliziotti”, oggi sono invece ammirati, perché sul campo la gente è consapevole che dietro di loro c’è una famiglia che li aspetta impaziente e che tanti di questi vivono in sistemazioni di fortuna a causa delle abitazioni danneggiate, nelle stesse condizioni degli altri, vivendo con le stesse paure e con le analoghe sensazioni d’incertezza di ogni cittadino, per un futuro che, al contrario, appare né certo, né tantomeno roseo. Se tutto questo è riconosciuto ed ammirato dalla gente del luogo, possiamo ugualmente dire che tutto questo è riconosciuto anche dai media e dalla restante popolazione italiana? Come mai nessuno, al di là dei proclami del momento, evidenzia tutto questo? Come mai nonostante un terremoto e una massacrante attività lavorativa, si mostrano solo immagini di un poliziotto che “””rilancia”” un sasso durante una manifestazione di piazza, dopo che lo stesso è stato malmenato con il palo di un cartello stradale appositamente divelto per fare del male al “cattivo poliziotto”?

Cosa c’è dietro tutto questo? Semplice indifferenza o persino accanimento?

Come fa il poliziotto CATTIVO  a resistere psicologicamente a tutto questo?

Pensate sia solo per lo stipendio da fame che prende?

Ebbene, il poliziotto resiste perché, come accade in questi giorni in questi luoghi, c’è qualcuno che gli dà una pacca sulle spalle e perché quando torna a casa, la sua famiglia sa cosa ha fatto e lui si sente come un eroe; un eroe silenzioso, ignorato, a tratti mal visto da chi ha altri obiettivi e colpisce per mero spirito di scontro ideologico.

Ci si rende conto che spesso si viene bersagliati da tutti i lati, per scopi diversi e quando c’è da dire bravi o da evidenziare gli aspetti positivi di una professione al servizio del cittadino tutto diventa quasi difficile da dire e da fare. E’ più facile, ignorare, dare tutto per scontato, dire persino che il poliziotto è cattivo perché in altre circostanze manganella i manifestanti, che non quello di renderlo umano, uguale agli altri, con i propri difetti, le proprie debolezze ma con l’animo di chi si mette sempre e solo a disposizione di tutti.

Tutto questo per non dimenticare e per ricordare che il “poliziotto cattivo” a distanza di mesi è ancora lì, in mezzo alle macerie, con le sue forze e le sue debolezze, con i suoi vizi e le sue virtù, con le sue paure e le sue speranze.

Lo dico perché ormai non lo si legge più sui giornali, nè lo si ascolta dalle televisioni.

Ma il popolo del centro Italia lo sa ed ama quel “poliziotto” e quello che fa ma che, l’immaginario collettivo, ha fatto passare troppe volte  inosservato o in secondo piano. 

E’ giusto che lo sappiate anche voi, quantomeno per restituire dignità ed il giusto ruolo a tutti coloro che si sono spesi per la collettività senza riserva alcuna.

Daniele Di Chio (Appartenente alle Forze dell’Ordine)