Il grido di dolore delle fiamme gialle

Il grido di dolore delle Fiamme Gialle

Dott.ssa Giovanna Ezzis, psicologa – psicoterapeuta

Ho appreso come tutti la notizia degli ultimi due suicidi nella Guardia di Finanza ed il mio cordoglio è rivolto alle loro famiglie e a tutte le Fiamme Gialle, compresi gli irriducibili che credono che basti indossare la divisa grigio verde ed avere in dotazione una pistola per essere dei “rambo” che non crolleranno mai e guardano con sospetto i colleghi “sfortunati”.
Ho una notizia per loro; il suicidio è generalmente il risultato dell’interazione di molti fattori che attraverso l’agire intenzionale di autolesionismo porta al decesso. Numerose situazioni di vita possono esporre le persone ad un maggior rischio di ideazione e di comportamento suicidario.
Qualche tempo fa parlando con un comandante della GdF delle problematicità emotive nelle caserme e dei possibili interventi da mettere in atto, mi ha colpito una sua domanda: mi ha chiesto “….perché nessuno pensa mai a noi ufficiali comandanti, che dobbiamo saper ascoltare il disagio dei nostri uomini e spesso non abbiamo le risposte da dare perché ci manca il confronto?”. Ho apprezzato molto la semplicità e la capacità empatica di questo ufficiale capace di mettere in discussione se stesso ed il proprio operato. Oggi ho potuto osservare con interesse che da parte del Corpo della Guardia di Finanza c’è una maggiore attenzione verso gli ambienti dove operano i militari, tanto da aprire le caserme ad operazioni rivolte al benessere degli uomini. Questo non soltanto è meritevole ma è la dimostrazione che siamo in presenza di un Corpo di Polizia Economica Finanziaria moderno con una vocazione sociale, aperto alle nuove modalità operative in materia di gestione del personale. In questa ottica gli accadimenti di malessere degli uomini vengono letti come ricerca per il miglioramento delle risorse umane. In riferimento ai suicidi, un recente studio della Scuola di Specializzazione in Medicina del Lavoro della Sapienza Università di Roma evidenzia, tenendo conto di tutte le fasce di età, che è più elevata la percentuale di uomini che si toglie la vita, addirittura quattro volte superiore a quelle delle donne e che il tasso dei suicidi in genere è superiore tra persone di età compresa tra 45 e 64 anni, con un alto livello culturale. Le motivazioni nella differenza di genere non sono chiare, tuttavia pare che gli uomini quando hanno problemi che si trasformano in malessere, hanno difficoltà a chiedere aiuto agli amici e/o a ricorrere al supporto di medici e di psicologi.
Inoltre l’aggressività maschile porta gli uomini a ricorrere a metodi più letali quando attivano il comportamento autolesionista, non solo, il numero maggiore dei suicidi si riscontra nelle persone che vivono sole.
E’ interessante rilevare che non esiste un profilo suicidario caratteristico, lo si riscontra un pò in tutti i gruppi sociali.
Se prendiamo in considerazione alcune categorie di persone come i militari, in questo caso il Corpo della Guardia di Finanza, non possiamo non tenere conto dei fattori ambientali tra le cause di attivazione dell’agire autoagressivo.
Quando una persona è esposta per un lungo periodo a numerose situazioni di vita stressanti quali: relazioni interpersonali al limite; ambienti di lavoro ostili; caduta dei valori come l’identità, l’appartenenza e la solidarietà di gruppo; problematiche familiari diverse, separazioni dal coniuge e dai figli, perdita della propria casa, gravi malattie di uno o più familiari, ci troviamo sempre in presenza e comunque di fronte a persone sottoposte per un lungo periodo a eventi stressanti di tipo acuto o addirittura cronico che possono essere la causa del mancato benessere psicosociale con compromissione della propria salute.
Inoltre parliamo di situazioni stressanti quando prendiamo in considerazione le mansioni ( in un contesto di eventi improvvisi) ed il lavoro (come organizzazione e clima ambientale).
Va tenuto conto anche delle differenze individuali nella percezione degli stressor e nelle strategia di coping (affrontare), perché spiegano in parte la complessità tra stress e salute. Così come in altri ambiti professionali è importante prendere in considerazione la molteplicità delle dimensioni negli aspetti positivi e negativi per comprendere gli effetti della vita lavorativa sul benessere psicologico di un militare delle Fiamme Gialle, come per altri ambiti lavorativi.
Nelle professioni di aiuto come quella del Corpo della Guardia di Finanza (una forza di polizia economica finanziaria) con una vocazione sociale, oltre alle competenze tecniche, è richiesto un rapporto emotivo con le persone, fattore che risulta centrale nello svolgimento dell’attività lavorativa. In questa tipologia di professioni la pressione emozionale derivante dallo stretto contatto con la gente è una componente costante dell’attività lavorativa quotidiana.
Inoltre l’immagine stereotipata del finanziere come individuo che svolge un lavoro esclusivamente repressivo o a rischio diventa stressante, deve essere rivisto tenendo in considerazione quanto questo lavoro possa essere soddisfacente e appagante per il militare.
Ecco che ci troviamo ancora una volta a parlare di DPTS (Disturbo Post Traumatico da Stress) quando siamo in presenza di un evento improvviso traumatico e di Burnout in una situazione di esaurimento psicofisico, quando l’individuo ha speso tutte le energie emotive che aveva a disposizione ed in questo dispendio non ha la possibilità di recuperare le forze perse.
Ciò che colpisce l’osservatore attento è lo stato della persona che ha la sensazione di ritrovarsi sfinita, logorata, inaridita, svuotata delle proprie energie e risorse emotive, come conseguenza del costante sovraccarico emozionale indotto dal lavoro in stretto contatto con l’utente e con i colleghi. Si ritrova ad avere atteggiamenti negativi fino al cinismo maturati nei confronti dei colleghi e delle persone a cui è indirizzata la prestazione, che danno origine all’agire freddo, meccanico e distaccato (spesso manifestato dai militari colpiti dalla sindrome).
Inoltre il declino del proprio senso di competenza e di efficacia professionale ed il prevalere di una sensazione di inadeguatezza, di svalutazione della propria capacità professionale, accompagnata da un abbassamento della stima di sé, con un sentimento di solitudine che inevitabilmente portano allo stato depressivo, e a cadere nel “buco nero” che molto spesso conduce al suicidio.
Ancora una volta mi ritrovo ad associare il malessere negli ambienti militari alle due sindromi sopra descritte il DPTS ed il Burnout che influenzano la personalità adulta di un individuo, con manifestazioni comportamentali individuate nelle condotte di ritiro ed isolamento; o di incapacità di chiedere aiuto e di fruire di una rete di sostegno.
Siamo in presenza di difficoltà ad esprimere i propri sentimenti ed emozioni: molti ritengono che questo sia uno dei principali fattori responsabili dell’insorgenza del disturbo. Ciò è dovuto sia a fattori culturali che vogliono il militare in genere ed in particolare le Fiamme Gialle distaccate ed imperturbabili, con caratteristiche del contesto organizzativo che induce i militari a mantenere un aspetto esteriore di professionalità, anche quando si fa schermo di sentimenti ed emozioni che rimangono inespressi.
Infine a costo di apparire ripetitiva e monotona vorrei ricordare alcune condotte indispensabili per mantenere l’equilibrio psicofisico: – Esprimere il proprio disagio, impedisce al pensiero disturbante di ingigantirsi fino a divenire un vero e proprio delirio che si impossessa della mente, inoltre comunicare il proprio malessere alleggerisce la sensazione interna che questa sia indistruttibile.
– Essere generosi, non voltare lo sguardo da un’altra parte se sospettate dello stato di disagio di un collega, non aspettate che vi chieda aiuto non lo farà e dopo potrebbe essere veramente tardi, cercate con calma e con discrezione, di avere un dialogo sia con lui, che con i vostri superiori evitando giudizi e pregiudizi e valutate con loro se vi siano state delle variazioni rispetto il normale tenore di vita lavorativo. Provate a leggere gli indicatori di malessere del vostro compagno anche con l’aiuto di uno psicologo.
Il DPTS e il Burnout sono sindromi subdole. Ci vuole coraggio per affrontarle e anche solo per stare vicino e provare a fare qualcosa per chi le sta avendo.
L’intervento più efficace è costruire una rete di solidarietà tra colleghi per rivolgersi a professionisti esperti del settore.
Concludo con l’affermare che il decesso per suicidio ha notevoli ripercussioni emotive su tutte le persone coinvolte, la famiglia, gli amici, i colleghi tutti possono sentirsi in colpa e provare rimorso per non aver capito come evitare l’evento drammatico.
Inoltre affinché l’indifferenza non sia più la causa di tanto dolore, condivido con le gerarchie del Corpo l’impegno per ricercare nelle dinamiche ambientali le probabili cause di un fenomeno che colpisce tutti ed auspico che il Corpo della Guardia di Finanza sia per i finanzieri una Famiglia faro di solidarietà.
Sono certa che esista ancora nei cuori delle Fiamme Gialle quella identità di appartenenza che consente di rispondere positivamente all’unità del Corpo e ritrova nel loro moto Nec Recisa Recedit la rotta da seguire.

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