Il fenomeno dei suicidi nella Guardia di Finanza : un ambiente individualista ? Di Massimiliano Salce

Ad apertura dell’articolo vorrei innanzi tutto rassicurare il sito internet che mi ospita e il suo gentilissimo rappresentante legale che  non intendo affrontare,  col presente intervento, un processo di vilipendio di forza armata, che peraltro mi interessa poco come tema, avendo spostato da tempo i miei interessi su ricerche più appassionanti e avendo terminato come ogni uomo di una certa età varie spinte libidiche ed in particolare quella per il giuridico che, peraltro, mi ha lasciato più dubbi che certezze.  E vi  è da dire che  resto piuttosto ferrato in tema di elementi costitutivi del reato,  avendo “battuto” parecchi marciapiedi del crimine ed avendo avuto come illustre concittadino Giuseppe Capograssi, nè mi va di intasare qualche procura della nostra Repubblica con questioni di basso profilo penale.

E passare invece ad illustrare quanto letto nell’ultimo piacevole libro del professor Vittorino Andreoli .

Corposo volume in libreria dal titolo “La mia corsa contro il tempo” per i tipi della Rizzoli.

Un libro autobiografico che narra la vita dell’autore e le sue molteplici esperienze nel campo del disagio mentale e delle irrazionalità umane. Apparenti irrazionalità.  Apparenti perché le porte dell’irrazionalità vengono sempre spalancate dal vivere “razionale”. Ed è l’edifico razionale, l’edificio su cui si incardinano queste porte. Nessuno esente dunque. Né chi scrive , né chi legge in questo momento.

Riporto, in relazione al titolo, quanto scritto a pag.346

(Il Professore non me ne vorrà per questa piccola sottrazione di diritto d’autore).

Egli scrive testualmente :

Ma feci un’altra esperienza in cui affrontai il tema del suicidio e il ricordarlo è l’occasione per aggiungere qualcosa a questo comportamento che mi lascia sempre sgomento. Se la vita è il passaggio dal nulla all’esserci, la morte segna il transito dall’esserci al nulla. Il suicidio pertanto è espressione, consapevole o inconsapevole, della volontà di cancellare qualcosa, quello che si è (per diventare nulla).

Questa volta a chiamarmi fu il comandante generale della Guardia di Finanza. Mi disse che voleva rompere un tabù: quello di parlare dei suicidi percentualmente molto alti tra i finanzieri, molti di più di quelli che si contavano presso i carabinieri e i poliziotti.

Abbiamo formato un piccolo comitato di studio e il primo compito è stato quello di un attento rilievo dei casi, che venivano tenuti nel più stretto riserbo. Quindi ho incontrato le famiglie di coloro che si erano tolti la vita negli ultimi due anni.

Mi resi conto che anche in questo caso il “protagonista” non era il disturbo mentale ma il compito specifico svolto dai finanzieri e l’ambiente relazionale, fortemente impoverito, dove dominava l’individualismo, come se ciascuno avesse un proprio mondo e non lo comunicasse agli altri, se non nelle formali relazioni che finivano per esprimersi in protocolli compilati per i superiori, senza contatt i, senza dialoghi.

E’ uno degli esempi in cui il grado serve proprio a distaccare, e poiché le operazioni sono molteplici e parcellari, si finisce per perdere la dimensione dell’insieme.

Lascio poi a chi volesse acquistare il libro il resto del racconto. L’autore passa ad esaminare un aspetto collegato e cioè quello della corruzione e del sospetto che a volte grava pesante sugli appartenenti al Corpo. E termina “l’aspetto Guardia di Finanza” con alcuni consigli per l’organizzazione.

Parlerà poi anche della Polizia di Stato.

Per, allora, affrontare in maniera sempre più incisiva e costruttiva il problema dei suicidi non  sarebbe interessante poter disporre, sapere, divulgare questa indagine conoscitiva che fu effettuata? Quali gli esiti oltre al poco che si può ritrarre dall’intervento parziale del professor Andreoli nel suo libro? Cosa è stato esattamente rilevato? Si afferma di una percentuale più alta dei suicidi nella Guardia di Finanza rispetto alla Polizia e ai Carabinieri : in che termini numerici? Assoluti ? Relativi? Quale l’esame di una possibile dinamica causa effetto ? Sono scritti dei quali è meglio tacere come avrebbe detto il venerabile Jorge nel romanzo Il Nome della Rosa o forse la divulgazione potrebbe aiutare a capire ? A pensare ? A evitare ? A intervenire ? Quale è il nesso che lega i vari casi ? Problemi legati a fatti di corruttela e alla vergogna conseguente ? Un sospetto forse ?  Non si direbbe visto che la  totalità (almeno che io ricordi )  dei coinvolti erano semplicemente dei militari normali, puliti, onesti. L’essere vedette insonni del confine ? Solitudini che alimentano alcuni demoni ? O militari che lavoravano in reparti non esattamente isolati ? Ed anche appartenenti al ruolo ufficiali ?

Certo è che un elemento appare ridondante , così come ho avuto modo di riportare in più di un intervento al proposito dello scottante tema e cioè l’ambiente di lavoro. Non perché sia in sé generante il gesto ma per la sua preponderanza nella vita di un individuo pari al 50%, considerando appunto l’altra metà che è l’ambiente familiare e a meno che non si vogliano considerare le altre otto ore componenti la giornata e cioè il sonno, come ispiratrici del gesto. Non si ha riprova che in quello  r.e.m. o non r.e.m., si sia mai suicidato nessuno, né che alcuno ne  abbia tratto ispirazioni stante la apparente insensatezza e follia  di quella particolare fase della nostra giornata.

Delle due l’una : famiglia o lavoro.

E di solito 50% , a meno che la famosa matematica non sia una altrettanto famosa opinione, vuol dire la metà ed in un rapporto stretto di alimentazione, disalimentazione, innesco, disinnesco  del meccanismo letale con l’altra parte del vivere che è la vita privata.

Chiunque dovrà ammettere che non è poco.

Non scendo nell’altro particolare rilevato o quanto meno riportato nel libro dal professor Andreoli e cioè: “l’ambiente relazionale, fortemente impoverito, dove dominava l’individualismo”.

Non scendo nel particolare nel tentativo di una analisi, semplicemente perché credo che una frase del genere debba invece, ovviamente non indignare nessuno in primis,  far riflettere e cioè più che di risposta abbia necessità,  a monte,  di una domanda :  se e quanto possa corrispondere agli ambienti che quotidianamente siamo chiamati a vivere e da lì partire, nel bene e nel male, in caso di conferma o non conferma, con coraggio,  per cambiare o per mantenere lo status quo se soddisfacente e sereno. Sia esso un ufficio del Comando Generale del Corpo o una lontana stanza di una caserma avamposto di confine, dove vigila  un insonne militare.