Empatia tra leadership , neuroni specchio e babbuini : quali possibilità ? Di Massimiliano Salce*

In più di un intervento che mi ha visto ospite di questo sito con gli argomenti relativi al suicidio, ho avuto modo di accennare agli ambienti di lavoro e al miglioramento della qualità di essi dal punto di vista del rapporto umano.

Trattando di aspetti simili, altri hanno rimarcato il concetto di empatia.

Empatia di cui si parla , utilizzando sinonimi o parafrasi anche negli scritti di alcune organizzazioni militari (esempio il Corpo della Guardia di Finanza – Ex Comandante Generale Roberto Speciale : «organizzare corsi di formazione fra il personale con incarichi di comando al fine di infondere la sensibilità necessaria al fine di prevenire il fenomeno dei suicidi») che peraltro sono invece assoggettate ad un Codice militare piuttosto avulso da tematiche emozionali.

Si legge infatti in più interventi e studi di management, a proposito di  organizzazioni produttive od organizzazioni umane volte al raggiungimento di uno scopo, ivi comprese le Istituzioni militari come detto, di leadership e di un necessario collegamento di essa all’empatia.

In sostanza sembra ormai assodato che la seconda sia necessaria alla prima.

Se non addirittura quasi rappresentare la scoperta della pietra filosofale, capace di donare il perfetto discernimento del bene e del male e metaforicamente tradotto quale capacità di saper scegliere e operare.

Il tutto in un quadro in cui traspare una specie  di  rinnovato rinascimento ed attenzione per l’uomo, dettato da una molteplicità di fattori quali la normativa in materia di sicurezza sul lavoro, una migliore e più sostenibile produttività (aspetto sicuramente  prevalente per lo studio dell’empatia in una società di stampo capitalista), un maggior rispetto etico per le persone assoggettate ad una qualsiasi struttura verticistica.

Probabilmente dopo anni e anni di modelli babbuineschi (cfr. R. Sapolsky) in molte organizzazioni ove vigeva appunto il concetto di dominanza animale, iperaggressività irrazionale, assenza completa di dialogo (le parodie dei film del ragionier Fantozzi rappresentano benissimo quel periodo), competizione sfrenata per il potere, si è iniziato un cambiamento di mentalità e ciò non tanto per virtù quanto piuttosto visti gli esiti che il comportarsi da branchi di babbuino comporta e cioè detto con molta crudezza: sviluppo di problemi psichici, assenze dal lavoro, somatizzazioni e patologie non solo invalidanti ma esiziali quali forme di tumore e simili insorgenze. Cambiamento di mentalità delle organizzazioni non tanto dovuto a filantropia quanto piuttosto per l’accorgersi di costi insostenibili e controversie giudiziarie.

Ma cosa è questa empatia che sembra richiamare un concetto evanescente come l’araba fenice ?

Empatia come capacità di immedesimarsi nelle emozioni altrui in quanto capaci di riconoscerle e sentirle, a dirla in maniera semplice ed in fondo con una base di scientificità.

Sembra abbastanza evidente, in prima battuta , che se si concorda sull’aspetto che essa sia innanzi tutto una capacità, il discorso però si complica e quella che appare essere quasi la bacchetta magica per chiunque si trovi in una funzione di comando o di direzione, diventa un qualcosa di problematico per chi non l’avesse o stabilire entro quale gradiente possederla.

Il richiamo manzoniano è scontato : leggevamo nei Promessi Sposi, a proposito di Don Abbondio, che il coraggio o uno ce l’ha o non può farselo venire.

E per l’empatia come siamo messi ? E la domanda è volutamente provocatoria atteso che, come detto, sembra che essa sia ormai una (psico) dotazione fondamentale di chi si trovi a dover dirigere strutture umane e con funzioni di direzione o di comando che dir si voglia.

E’ una dote naturale ? La si può costruire? Se viene inserita come qualità di base nelle capacità di comando possono esserne esentati coloro i quali non l’hanno?

Proviamo ad analizzare.

Parte delle moderne scienze psicologiche sostiene che il funzionamento umano avverrebbe sulla base di alcune fondamentali emozioni che regolerebbero tutta la nostra vita. La “ragione” in realtà sarebbe di fatto un arbitro piuttosto limitato (e confinato in strutture cerebrali in un ambito di recente formazione filogenetica) e quasi del tutto illusorio in quanto queste emozioni di base, combinandosi, darebbero luogo alla maggior parte dei comportamenti umani. Ivi comprese le regolazioni. (Ipotesi dei marcatori somatici cfr. Damasio, in  L’errore di Cartesio).

Per altri versi le emozioni sarebbero modelli comportamentali, frutto di millenni di evoluzione, e strumentali alla sopravvivenza.

La base, evidentemente, non sarebbe basata sul cuore ma su complesse interazioni di più regioni cerebrali attivate da trasmissioni neuronali che agiscono a mezzo di potenziali elettrochimici. Spiace deludere il lettore sentimentalista ma sostanzialmente il nostro modo di agire e o sentire altro non è che un complesso circuito di scarica o non scarica elettrica (depolarizzazione della membrana neuronale o iperpolarizzazione della membrana neuronale)  che attiva il rilascio di molte sostanze chimiche ai più conosciute sotto il nome di adrenalina, serotonina, ecc., che a loro volta attivano o impediscono ulteriori processi elettrici di pochi millivolt in un processo a cascata coinvolgente alla fine determinate regioni dell’encefalo, in un intricato schema di fasci assonali trasmittenti e dendriti riceventi.

Si potrebbe non essere d’accordo ma evidentemente si deve convenire che se avvertiamo una scossa di terremoto ciò che agisce in noi è una emozione e cioè la paura che tende a farci mettere in salvo o se ci irritiamo per una ingiustizia ciò che agisce in noi è una emozione detta collera che in qualche maniera ci difende o, se non attivata, ci rende succubi di quella situazione che la collera ha rilevato o , altrettanto evidentemente, non potrei affrontare una situazione impegnativa se non vi fosse quella attivazione fisologica – emozione  che tutti noi conosciamo col nome di ansia (sebbene spesso l’ansia rientri in molteplici altre condizioni della nostra vita) od ancora altrettanto si potrebbe dire della gioia o della tristezza, o dei meccanismi dell’asse ipotalamico ipofisi surrene, attivatori della risposta allo stress.

Così che a ben guardare rimane molto poco spazio per la ragione che probabilmente altro non è che la automodulazione della stessa emozione, innescata da fattori cognitivi in un circuito di feedback nell’ambito di un processo che vede , attivazione a mezzo dello  stimolo, reazione fisiologica, inferenza e riconoscimento della reazione e classificazione di ciò che si sta provando e successiva automodulazione e infine risposta comportamentale. Con tutte le variabili del caso. Che non sono poche e diverse da ognuno a ognuno.

Va precisato, per inciso, un concetto che dovrebbe essere chiaro : emozione non vuol dire irrazionalità (come nel gergo popolare del termine) ma sofisticato sistema-modello di azione nella relazione col mondo esterno.

Tutto, piaccia o meno, retto da aree neuronali organizzate e funzionali, trasmissioni neuronali e rilascio di segnali elettrici e chimici.

Emozioni dunque e solo emozioni e non nel significato molto popolare del noto brano musicale dell’indimenticato Lucio Battisti.

Tant’è che laddove si asportassero specifiche parti cerebrali, alcune emozioni sparirebbero di colpo con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini comportamentali e di sopravvivenza.

 Immaginiamo di non provare più paura e quindi non percepire pericoli.

Evidentemente la vita sarebbe in seria difficoltà.

Così come avere un eccesso di tristezza a causa di un problema di modulazione neuronale (ipotesi serotoninergica per chi volesse approfondire, sebbene non l’unica causa) in una area ben precisa del nostro cervello : si va incontro a quella patologia  che è notoriamente conosciuta come depressione. Emozione base la tristezza. La patologia collegata: la depressione.

Altra parte della psicologia ritiene che i nostri comportamenti sarebbero basati sulle nostre esperienze lontane nel tempo e risalenti all’infanzia (S. Freud) e legate a quello che è stato il rapporto con i genitori, esperienze che potrebbero influire sull’empatia laddove evidentemente il leader fosse afflitto da problemi inconsci o modelli remoti di attaccamento mal risolti (cfr. Bowlby e altri ).

Gli studi e le osservazioni che hanno esaminato direttamente il legame esistente tra stili di attaccamento ed eventuale sviluppo di una patologia psicologica nell’età adulta, mostrano come esista un legame diretto tra stili di attaccamento e la presenza di disturbi della personalità o altre forme di disagio psicologico (in tal senso A. Barbier).

Altri ancora inseriscono un codice genetico nell’individuo non solo di tipo biologico ma anche di tipo ancestrale e cioè quanto vissuto e spiegato (o rimasto irrisolto) nelle civiltà più antiche e remote,  arriverebbe fino a noi tramandato dalle generazioni intercorse tra quegli eventi significativi e segnanti quella civiltà e la generazione attuale. E vi arriverebbe non per vie “documentali” o storiografiche ma epigenetiche segnanti l’inconscio.

L’empatia dove si situerebbe in tutto questo quadro ?

Dovrebbe situarsi nel saper riconoscere l’emozione altrui in quanto già sperimentata personalmente e dunque avere così gli strumenti migliori per poter “dialogare”, non tanto ragionevolmente quanto piuttosto emozionalmente con il personale dipendente.

In una ipotesi darwiniana le espressioni facciali aiuterebbero in questo riconoscimento.

L’aspetto razionale atterrebbe così alla fase successiva cioè come operare ma il riconoscimento del che cosa stia avvenendo (e quindi prodromico al poter operare) sarebbe un riconoscimento di tipo emotivo.

Ed è questo il cuore dell’empatia.

E qui sta il limite.

Limite che viene dato dalla strutturazione cerebrale, dalla specifica fisiologia encefalica del “dirigente” quella organizzazione, se dobbiamo riconoscere come vero (e gli strumenti quali l’esame RMf – risonanza magnetica funzionale –  e altri strumenti diagnostici ormai confermano)  che noi siamo il frutto,  come detto,  di complesse organizzazioni cerebrali,  trasmissioni neuronali, reazioni fisiologiche.

Detto in altri termini : possiamo convenire sul valore dell’empatia ma questa strutturandosi anatomicamente e funzionalmente sul substrato cerebrale del ricevente il messaggio (e quindi colui che è preposto alla lettura e comprensione empatica altrui), evidentemente potrebbe non aversi laddove chi dovrebbe possederla come capacità,  non può possederla per problemi di neurotrasmissione e neuromodulazione o per problematiche nelle aree cerebrali di sua proprietà.

Ciò equivale a dire che se madre natura non ha dotato quel “dirigente” di un “normale” cervello , evidentemente sarà ben difficile predicare a costui il viatico dell’empatia, mancando egli della base anatomico funzionale necessaria ad empatizzare. Con tanti saluti per la leadership ottimale e di tanti melensi studi di management collegati.

Chiediamoci appunto questo e se cioè l’empatia sia utopia o possibile realtà ogni qualvolta abbiamo a che fare con organizzazioni a componente verticistica con a capo un leader.

Vi è un aspetto ulteriormente intrigante in tutto ciò che conferma questi aspetti su base materiale e cioè i neuroni specchio.

I neuroni specchio , scoperta del tutto italiana (Rizzolatti, Gallese e altri), sarebbero un particolare tipo di neuroni che permettono di comprendere ciò che l’altro sta facendo per cui in realtà io comprendo l’azione altrui , non per un processo basato su di una cognizione intellettiva ma sulla base del fatto che attivandosi (cioè scaricando potenziali d’azione)  questi neuroni in me , nella osservazione delle azioni altrui , e attivandosi le aree motorie relative , sebbene io non stia compiendo quella azione , ecco che realizzo ed identifico il processo in corso che sta avvenendo davanti ai miei occhi, anzi riesco anche a prevederne la conclusione.

Spiego meglio. I neuroni specchio attivandosi autonomamente, permetterebbero di spiegare fisiologicamente come avviene la nostra relazione con gli altri e intuiamo cosa potrebbe dire ciò per chi è destinato a compiti di leadership. Specie se avesse un deficit in tale apparato. L’uomo pertanto ripercorrerebbe nella sua mente l’azione che ha visto, cioè la imiterebbe mentalmente e ne comprenderebbe il significato.

I neuroni specchio implicano quindi l’esistenza di un meccanismo che consente di comprendere immediatamente il significato delle azioni altrui e persino delle intenzioni ad esse sottese senza porre in atto alcun tipo di ragionamento.

E non a caso quando si parla di empatia anche le persone a digiuno di neuroscienze, pensano immediatamente ad un meccanismo basato non sul ragionamento.

Provate a pensare quando avete sentito per la prima volta il termine empatia e che spiegazione intuitiva ne avete dato.

E l’ipotesi è confermata da alcuni esperimenti,  emergerebbe infatti  che i neuroni specchio sarebbero appunto coinvolti nel processo empatico : cioè si dovrebbero attivare quando osserviamo una persona provare emozioni.

Risultati sperimentali su osservazioni di alcune emozioni primarie ci dicono sorprendentemente che quando osserviamo negli altri una manifestazione di dolore o di disgusto, si attiva il medesimo substrato neuronale collegato alla percezione in prima persona dello stesso tipo di emozione.

Tant’è per comprenderne ancor più il senso , la scoperta dei neuroni specchio potrebbe offrire una spiegazione biologica per almeno alcune forme di autismo, come, ad esempio, la sindrome di Asperger: in effetti, gli esperimenti finora condotti in tal senso sembrerebbero indicare un ridotto funzionamento di questo tipo di neuroni nei bambini autistici.

Il lettore più attento avrà intuito inoltre una implicazione di più grande portata.

L’esistenza dei neuroni specchio coinvolge e modifica le attuali concezioni riguardanti il modo di operare della nostra mente, implica cioè un drastico ridimensionamento del modello di mente normalmente operante ,  quello basato sul paradigma del computer :  elaborazione di un dato in ingresso e relativa risposta.

Il leader non dovrebbe quindi essere dotato tanto di capacità di ragionamento computerizzate, quanto piuttosto essere capace di “sentire” dentro , attivandosi queste strutture.

Va detto che non tutti gli neuroscienziati sono concordi nell’accettare la presunta esistenza di questa particolare forma di neuroni.

Ma come accennato anche il riconoscimento delle emozioni sembra basato su strutture neurali che, per quanto differenti, condividono quella proprietà “specchio” già rilevata nel caso della comprensione delle azioni.

E la conferma viene da altrettanto sorprendenti studi su pazienti affetti da patologie neurologiche: una volta perduta la capacità di provare un’emozione non si è più in grado di riconoscerla quando viene espressa da altri.

Ricordando allora quanto detto più sopra e cioè che problemi al circuito dei neuroni specchio fanno sì che  le persone autistiche non partecipino alla vita degli altri e non riescano ad entrare in sintonia con il mondo che li circonda e non capiscano il significato dei gesti e delle azioni altrui, intuibilmente gli stessi problemi potrebbero ingenerarsi nella persona non autistica al capo di strutture umane.

Potrebbe così parlarsi di leadership “para autistica” come se ne vedono peraltro di frequenti in giro in ogni dove.

Conclusioni : non è possibile allora operare con l’empatia? Non proprio : il cervello ha delle capacità plastiche cioè di continua rimodulazione sinaptica e nella sua componente più evoluta, almeno per l’essere umano , la neo corteccia, sebbene spessa pochi millimetri, è la sede di funzioni che modula le emozioni e dalle emozioni stesse è alimentata ed “istruita”.

L’apprendimento quindi, l’educazione alle emozioni più che alla ragione, l’esame delle proprie sensazioni, il farsi aiutare anche psicologicamente, la cultura, fattori tutti che possono  permettere uno sviluppo dell’empatia ma a patto di volerlo fare e di ammettere, ogni leader, la necessità di questo lavoro sui propri aspetti  emozionali, che laddove trascurati portano non solo a carenze empatiche ma  per di più ad estremizzazioni opposte quali potrebbero essere i disturbi narcisistici di personalità che non equivalgono alle definizioni comuni di persone amanti di se stesse ma esattamente alla mancanza di empatia, tra gli altri sintomi  così come diagnosticati dal DSM V ( Manuale diagnostico e statistico dei disturbi psichiatrici- quinta edizione) e piuttosto devastanti per la vita dell’individuo che non sembra nemmeno accorgersi di come vada a rotoli la sua vita sociale.

Riprendendo e parafrasando Don Abbondio : se uno l’empatia non ce l’ha, non può darsela..ma potrebbe provarci se opportunamente istruito.

La strada in tal senso appare ancora molto lunga ed appena agli inizi.

Vale la pena di percorrerla nel senso detto anziché limitarsi a raccomandare e null’altro, in modi sintetici e che suscitano tenerezza, la ricerca empatica, se davvero il “capitale umano” vale qualcosa.

*Socio Associazione Sicurezza Cum Grano Salis

 

 

 

 

 

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