I diritti umani possono attendere. Anche nella Ue. Di Maurizio Ambrosino – La voce.it

La libera circolazione delle persone è uno dei pilastri dell’Unione Europea. E l’affermazione dei diritti umani uno dei suoi valori fondativi. Eppure dal 2001 la politica verso l’immigrazione è gradualmente cambiata. E oggi un malinteso realismo politico la porta a negare i suoi stessi principi.

Libera circolazione: un pilastro della Ue

La costruzione europea ha sempre avuto nella libera circolazione delle persone uno dei suoi pilastri. Dapprima nei sei paesi fondatori, poi via via negli allargamenti successivi. La mobilità interna è stata però sempre accompagnata dalla chiusura verso l’esterno. Più blanda verso i paesi candidati all’ingresso, più rigida verso i cittadini dei paesi considerati estranei al progetto europeo.
Negli anni Duemila il nesso tra inclusione nell’Ue e ammissione nel sistema della libera circolazione ha rappresentato una forma di politica dell’immigrazione non dichiarata: l’Unione ha silenziosamente schiuso le frontiere ai paesi limitrofi, combinando l’apertura di quei mercati con la risposta ai propri fabbisogni occupazionali. Verso l’esterno si è invece rafforzata la logica della chiusura. Se si confrontano i dati sull’immigrazione di oggi con quelli di vent’anni fa, si nota come l’immigrazione extraeuropea sia relativamente calata a vantaggio di quella europea. In diversi paesi, tra cui l’Italia e la Spagna, la maggior parte degli immigrati sono europei. Gli Stati e le stesse organizzazioni sovranazionali incontrano però limitazioni nella capacità di governare le migrazioni internazionali: non possono bloccare, se non parzialmente, ricongiungimenti familiari, matrimoni, richieste di asilo.
E tuttavia, trasformandosi da semplice Comunità economica a progetto politico, l’Unione ha inalberato la bandiera dei diritti umani tra i suoi valori fondamentali. Il diritto di asilo, poi, ha sempre avuto uno statuto riconosciuto, che all’epoca della guerra fredda comportava ritorni politici e morali. Seppure tra resistenze e difficoltà, dapprima piccoli numeri di oppositori politici, poi negli anni Novanta i profughi delle guerre balcaniche hanno trovato accoglienza nell’Ue a varie riprese. Con gli accordi di Dublino i paesi che sopportavano il maggior carico hanno posto le basi per scaricare l’onere sui paesi periferici. Gli stati affacciati sul Mediterraneo, Italia in testa, sono sempre stati corridoi di transito e hanno probabilmente sperato di continuare a esserlo, eludendo gli accordi. Non avevano previsto che la cambiale presto o tardi sarebbe arrivata a scadenza.

Cosa cambia dopo il 2001

Il cambiamento del quadro politico ha avuto un’accelerazione progressiva dopo il 2001. Gli attentati terroristici e i successi delle forze politiche anti-establishment hanno determinato un mutamento di approccio e di linguaggio. Un maggiore pessimismo sulla capacità di integrare i migranti ha portato sul piano interno a un diffuso rigetto del multiculturalismo e all’enfasi sulla cosiddetta “integrazione civica”: sostanzialmente, la richiesta ai migranti di dimostrare la volontà di integrarsi, soprattutto imparando la lingua del paese ricevente, i principi costituzionali e i passaggi storici salienti.
La Brexit ha vinto sostanzialmente sul tema dell’immigrazione, ma per gli elettori britannici anche gli europei del Sud e dell’Est in cerca di lavoro sono da respingere alle frontiere o far entrare con circospezione. Anziché essere considerati cittadini europei mobili, sono stati ricondotti allo status di immigrati indesiderati.
Negli ultimi anni guerre e repressioni alle porte dell’Europa hanno messo in marcia colonne di profughi: benché siano relativamente pochi quelli che riescono ad arrivare nella Ue (meno del 10 per cento dei migranti forzati del mondo), sono più che sufficienti a generare la paura dell’invasione. L’Ue e i governi nazionali hanno oscillato tra diversi approcci: la riaffermazione dell’ortodossia di Dublino; la relativa apertura nei confronti dei rifugiati siriani ed eritrei, soprattutto da parte della Germania; la costruzione dei muri e il blocco dei transiti da parte dell’Ungheria e di altri paesi; l’imposizione degli hotspot ai paesi di primo approdo, soprattutto Italia e Grecia, accompagnata dagli accordi per la ricollocazione di 160mila rifugiati tra i partner; l’esplicito rifiuto alla ricollocazione dei paesi del gruppo di Vysegrad, ma nei fatti anche di tutti gli altri; il ritorno delle regole di Dublino, a danno soprattutto dell’Italia. Così un’architettura istituzionale rigidissima sulle quote latte o sull’etichettatura dei prodotti, si è di fatto detta flessibile in materia di diritti umani fondamentali.
Una svolta per ora decisiva è avvenuta con il controverso accordo con la Turchia, che ha chiuso la rotta balcanica in cambio di consistenti aiuti economici e concessioni politiche, come la tolleranza nei confronti della sterzata autoritaria di Erdogan. Altre intese sono seguite, con il Niger e ora con la Libia, per bloccare la rotta del Mediterraneo centrale che arriva in Italia. Migranti e richiedenti asilo sono stati ri-etichettati in blocco come clandestini e la repressione dei transiti è diventata la soluzione agli arrivi dal mare. Senza ammetterlo ufficialmente, e anzi condannando le politiche varate da Donald Trump, l’Ue ha deciso di mettere in soffitta i propri principi umanitari. Ha organizzato una cintura di sicurezza ai suoi confini, scaricando su altri governi l’onere della repressione dei passaggi. Troppe elezioni sono alle porte, gli avversari del sistema hanno già vinto nel Regno Unito e un malinteso realismo politico spinge i governi ad adottarne la visione e le ricette. I diritti umani possono attendere, forse molto a lungo.

Fonte: Lavoce.info

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