Corte Costituzionale. Dipendenti pubblici – Abrogazione della pensione privilegiata ordinaria – Conservazione del beneficio per i soli appartenenti al comparto sicurezza, difesa, vigili del fuoco e soccorso pubblico.

Con sentenza n. 20/2018 del 02 febbraio 2018 la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 6 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201  (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità  e  il  consolidamento  dei  conti pubblici), con il quale, tra le altre cose, era stato abrogato, per i dipendenti pubblici, l’istituto della pensione privilegiata, escludendo da tale disposizione abrogativa il personale appartenente al comparto sicurezza, difesa, vigili del fuoco e soccorso pubblico. 

TESTO DELLA SENTENZA

  1. 20 SENTENZA 10 gennaio – 2 febbraio 2018

Giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale.

Previdenza e assistenza – Dipendenti pubblici  –  Abrogazione  della

pensione privilegiata ordinaria – Conservazione del beneficio per i

soli appartenenti al comparto sicurezza, difesa, vigili del fuoco e

soccorso pubblico.

– Decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la

crescita, l’equità e il  consolidamento  dei  conti  pubblici)  –

convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214

– art. 6.-

(GU n.6 del 7-2-2018 )

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Presidente:Giorgio LATTANZI;

Giudici :Aldo  CAROSI,  Marta  CARTABIA,  Mario   Rosario   MORELLI,

Giancarlo CORAGGIO,  Giuliano  AMATO,  Silvana  SCIARRA,  Daria  de

PRETIS, Nicolo’ ZANON, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI,

Giovanni AMOROSO,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

   nel giudizio  di  legittimità  costituzionale  dell’art.  6  del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni  urgenti  per  la crescita,  l’equità  e  il  consolidamento  dei   conti   pubblici), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n.  214, promosso dalla  Corte  dei  conti,  sezione  giurisdizionale  per  la Regione  Puglia,  giudice  unico  delle  pensioni,  nel  procedimento instaurato da R.A. C. nei  confronti  dell’Istituto  nazionale  della previdenza  sociale  (INPS),  con  ordinanza  del  31  gennaio  2017, iscritta al n. 92 del registro  ordinanze  2017  e  pubblicata  nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica  n.  26,  prima  serie  speciale, dell’anno 2017.

    Visto l’atto di  intervento  del  Presidente  del  Consiglio  dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 10 gennaio  2018  il  Giudice

relatore Silvana Sciarra.

Ritenuto in fatto

 

    1.- Con ordinanza del 31 gennaio 2017,  iscritta  al  n.  92  del registro ordinanze 2017, la Corte dei conti, sezione  giurisdizionale per la Regione Puglia, giudice unico delle pensioni, ha sollevato, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, questione di  legittimità costituzionale dell’art. 6 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n.  201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il  consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni,  dalla  legge  22 dicembre 2011, n. 214.

    1.1.- Il  giudice  rimettente  espone  di  dover  decidere  sulla domanda di pensione privilegiata ordinaria, proposta da un  dirigente medico e rigettata in  sede  amministrativa  dall’Istituto  nazionale della previdenza sociale (INPS), sul presupposto  che  la  cessazione dal servizio fosse intervenuta il 1° ottobre 2012, in data successiva all’abrogazione dell’istituto disposta dalla disciplina censurata.

    Il giudice a quo esclude  che  il  ricorrente  possa  beneficiare della disciplina previgente,  che  continua  a  trovare  applicazione soltanto  «nei  confronti  del  personale  appartenente  ai  comparti sicurezza, difesa, vigili  del  fuoco  e  soccorso  pubblico»  e  «ai procedimenti in corso alla data di entrata  in  vigore  del  presente decreto, nonché ai procedimenti per i quali, alla predetta data, non sia ancora scaduto il termine di presentazione della domanda, nonché ai procedimenti instaurabili d’ufficio per eventi occorsi prima della predetta data».

    1.2.-  Sulla  base  di  tali  premesse,  il  rimettente   ritiene rilevante, e non superabile con una «interpretazione adeguatrice», la questione di legittimità costituzionale dell’art. 6 del d.l. n.  201 del 2011, che abroga anche per il ricorrente nel giudizio  principale l’istituto della pensione privilegiata ordinaria.

    1.3.- Il giudice a quo assume che tale disciplina  contrasti  con l’art. 3 Cost. sotto un duplice profilo.

    La  disposizione  censurata,  nel   salvaguardare   la   pensione privilegiata ordinaria per i soli appartenenti ai comparti sicurezza, difesa, vigili  del  fuoco  e  soccorso   pubblico,   determinerebbe un’irragionevole disparità di trattamento  per  la  generalità  dei dipendenti pubblici che, pur «in presenza della  stessa  infermità», non possono più accedere a tale beneficio.

    Per altro verso, l’art. 6 del d.l. n. 201 del 2011 si porrebbe in contrasto  con  l’art.  3  Cost.,  perché  lesivo  dei  principi  di ragionevolezza   e   proporzionalità.   La   disciplina   censurata, «sostanzialmente priva di una stima dei  risparmi  di  spesa  indotti dalla abrogazione dell’istituto della pensione privilegiata ordinaria per una parte di dipendenti pubblici (e  non  per  la  generalità)», sacrificherebbe irragionevolmente i diritti dei  dipendenti  pubblici esclusi da tale beneficio.

   2.- Nel giudizio, con memoria del 18 luglio 2017, è  intervenuto il Presidente del Consiglio  dei  ministri,  rappresentato  e  difeso dall’Avvocatura generale dello Stato,  e  ha  chiesto  di  dichiarare inammissibile e in subordine infondata la questione  di  legittimità costituzionale.

    Quanto  alla  paventata  disparità  di  trattamento,  la  difesa dell’interveniente esclude l’omogeneità  delle  situazioni  poste  a raffronto. La scelta di salvaguardare la  pensione  privilegiata  per gli appartenenti ai comparti sicurezza, difesa, vigili  del  fuoco  e soccorso pubblico sarebbe sorretta da una giustificazione  oggettiva, legata alla «diversita’ dei rischi  immanenti  all’attività  propria dei singoli comparti» e al fatto che tali categorie, al contrario del personale civile pubblico, siano escluse  «dalla  tutela  INAIL»  (si richiamano  i  chiarimenti  forniti   dall’Istituto   nazionale   per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro – INAIL – nella  nota del 13 febbraio 2012).

    Peraltro, il ricorrente, già titolare di pensione di inabilità, non avrebbe potuto conseguire l’ulteriore  beneficio  della  pensione privilegiata ordinaria, in ragione del «divieto di cumulo di benefici erogati da Pubbliche  Amministrazioni  in  caso  di  medesimo  evento invalidante»: il ricorrente, pertanto, avrebbe dovuto rinunciare alla pensione di inabilità e optare per il  trattamento  privilegiato  in esame.   L’omessa   considerazione   di   tale   profilo,    connesso all’interesse  ad  agire,  potrebbe  «eventualmente  ricadere   sulla rilevanza della questione».

    Quanto alla mancata stima dei risparmi,  la  difesa  dello  Stato richiama le considerazioni svolte nella sentenza n. 124 del 2017  con riguardo alla disciplina  del  limite  alle  retribuzioni  pubbliche, racchiusa nello stesso d.l. n. 201 del 2011. Dalla  mancanza  di  una quantificazione precisa dei risparmi attesi non si potrebbe  evincere l’irragionevolezza  della   disciplina   censurata,   allorché   una credibile valutazione preventiva  sia  preclusa  dalla  molteplicità delle variabili in gioco.

    Nel caso di specie, la «stratificazione normativa» di  precedenti misure restrittive in tema di  pensioni  privilegiate  (art.  70  del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante  «Disposizioni  urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività,  la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria», convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto  2008,  n.  133), l’articolata disciplina transitoria prevista dalla  norma  censurata, la necessità di considerare l’applicazione del generale regime INAIL imporrebbero «una valutazione ex post dei risparmi di spesa».

Considerato in diritto

    1.- La Corte dei conti, sezione giurisdizionale  per  la  Regione Puglia, giudice  unico  delle  pensioni,  dubita  della  legittimità costituzionale dell’art. 6 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n.  201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il  consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni,  dalla  legge  22 dicembre 2011, n. 214.

    La  disposizione  censurata  abroga  l’istituto  della   pensione privilegiata per la generalità dei dipendenti  pubblici  e  conserva tale beneficio soltanto agli  appartenenti  «al  comparto  sicurezza, difesa, vigili del fuoco e soccorso pubblico».

    Il rimettente denuncia il contrasto della disciplina in esame con l’art. 3 della Costituzione sotto un duplice profilo.

    L’assetto delineato  dal  legislatore  determinerebbe,  in  primo luogo, una irragionevole disparità  di  trattamento  a  danno  della generalità  dei  dipendenti  pubblici.   Situazioni   obiettivamente omogenee sarebbero assoggettate, senza alcuna giustificazione, a  una disciplina differenziata: pur «in presenza della stessa  infermità», la generalità dei dipendenti pubblici non  potrebbe  beneficiare  di quella pensione privilegiata ordinaria che è attribuita, per contro, agli appartenenti «al comparto sicurezza, difesa, vigili del fuoco  e soccorso pubblico».

    Inoltre,  la  disposizione  censurata   contrasterebbe   con   il principio di ragionevolezza e di proporzionalità, in  quanto,  senza neppure richiamare le «contingenti situazioni  finanziarie»  e  senza illustrare   i   risparmi   di   spesa   derivanti   dall’abrogazione dell’istituto della pensione privilegiata, sacrificherebbe in maniera arbitraria  i  diritti  dei  dipendenti  pubblici  esclusi  da   tale beneficio.

    2.-   L’Avvocatura   generale    dello    Stato    ha    eccepito l’inammissibilità delle questioni, per difetto di  rilevanza,  e  ha argomentato, a tale riguardo, che la parte ricorrente nel giudizio  a quo non potrebbe conseguire la  pensione  privilegiata,  senza  prima rinunciare  alla  pensione  di  inabilità  che  già  le  è   stata attribuita. Difetterebbe, pertanto, l’interesse ad agire.

    L’eccezione deve essere disattesa.

    Questa Corte ha chiarito che «la  rilevanza  di  una  determinata questione va valutata, non già in relazione agli ipotetici  vantaggi di cui potrebbero beneficiare le parti in causa,  ma,  piuttosto,  in relazione alla semplice applicabilità nel giudizio a quo della legge di cui si contesta la legittimità  costituzionale  e,  quindi,  alla influenza che sotto tale profilo  il  giudizio  di  costituzionalità può esercitare su quello dal quale proviene la questione»  (sentenza n. 344 del 1990, punto 2. del Considerato in diritto).

    Con argomentazione non implausibile, il rimettente osserva che la disciplina denunciata impedisce in radice l’accoglimento del  ricorso e,  in  questa  prospettiva,  si  coglie  la   necessità   di   fare applicazione della norma censurata, con la conseguente rilevanza  del dubbio di costituzionalità prospettato.

    3.- Le questioni non sono fondate.

    3.1.- La disposizione censurata ha eliminato per  la  generalità dei dipendenti pubblici la pensione privilegiata,  oggi  riconosciuta soltanto al personale appartenente  ai  comparti  sicurezza,  difesa, vigili del fuoco e soccorso  pubblico.  A  dire  del  rimettente,  il trattamento  deteriore  riservato  alla  generalità  dei  dipendenti pubblici sarebbe privo di ogni giustificazione:  «in  presenza  della stessa  infermità»,  arbitrariamente  diversa  sarebbe   la   tutela accordata dalla legge.

    La censura di disparità di trattamento non e’ fondata.

    La pensione privilegiata, che si  atteggia  come  «una  sorta  di “riparazione”» per il danno alla persona  riconducibile  al  servizio prestato (sentenze n. 241 del 2016, punto  6.1.  del  Considerato  in diritto, e n. 43 del 2015, punto 4. del Considerato in  diritto),  è «un istituto previdenziale che attribuisce un trattamento speciale di quiescenza e perciò presuppone la cessazione del rapporto d’impiego» (sentenza n. 428 del 1993, punto 2. del Considerato in diritto).

    L’art. 6 del d.l. n. 201 del 2011 ha accentuato  i  caratteri  di specialità di tale trattamento di quiescenza, delimitando la  platea dei beneficiari rispetto alla formulazione originaria, che  includeva i dipendenti statali e i militari (articoli da 64 a  67  del  decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973,  n.  1092,  recante «Approvazione  del  testo  unico  delle  norme  sul  trattamento   di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato»).

    La disciplina della pensione privilegiata, contraddistinta da una spiccata specialità sul versante oggettivo e  soggettivo,  non  può assurgere a tertium comparationis, idoneo a giustificare l’estensione della normativa derogatoria a tutti i dipendenti pubblici.

    Il regime  speciale  apprestato  dal  legislatore  rispecchia  la peculiarità dei comparti  difesa,  sicurezza,  vigili  del  fuoco  e soccorso    pubblico,     individuati     secondo     caratteristiche ragionevolmente omogenee, e  si  raccorda,  per  un  verso,  al  più elevato livello di rischio ordinariamente connesso al servizio svolto nei comparti indicati e,  per  altro  verso,  alla  mancanza  di  una specifica tutela assicurativa contro gli infortuni per le  infermità contratte dai dipendenti di tali settori.

    Le situazioni poste a raffronto non si prestano, pertanto, a  una valutazione comparativa, che imponga  l’estensione  della  disciplina derogatoria a tutti i dipendenti pubblici.

    3.2.- Il rimettente ravvisa un ulteriore profilo di contrasto con l’art. 3 Cost.  nell’irragionevolezza  della  disciplina,  introdotta senza una stima analitica dei risparmi attesi.

    Neppure tali censure sono fondate.

    3.2.1.- Alla carente illustrazione delle esigenze  finanziarie  e dei  risparmi  questa  Corte  conferisce  il  rilievo  di  un  indice sintomatico dell’irragionevolezza del bilanciamento di volta in volta attuato dal legislatore (sentenza n.  70  del  2015,  punto  10.  del

Considerato in diritto). La valenza significativa di  tale  dato  si inquadra, tuttavia, nell’ambito di uno scrutinio più ampio,  diretto a ponderare  ogni  elemento  rivelatore  dell’arbitrarietà  e  della sproporzione del sacrificio  imposto  agli  interessi  costituzionali rilevanti.

    Nel sindacato demandato a questa Corte rivestono rilievo cruciale l’arco temporale delle misure  restrittive,  l’incidenza  sul  nucleo essenziale  dei  diritti  coinvolti,  la   portata   generale   degli interventi, la  pluralità  di  variabili  e  la  complessità  delle implicazioni, che possono anche  precludere  una  stima  ponderata  e credibile dei risparmi (sentenza n. 124  del  2017,  punto  8.4.  del Considerato in diritto).

    3.2.2.- Nel caso di specie, il legislatore  persegue  l’obiettivo tendenziale di attribuire all’Istituto nazionale per  l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL)  la  gestione  della  materia degli  infortuni  e  delle  malattie  professionali  dei   dipendenti pubblici,  con  la  particolare  eccezione  dei  comparti  sicurezza, difesa, vigili del fuoco e soccorso pubblico  (Corte  di  cassazione, sezione lavoro, sentenza 23 luglio 2013, n. 17895).

    L’applicazione del nuovo regime  è  stata  scandita  secondo  un percorso graduale, volto a salvaguardare le aspettative meritevoli di tutela.

    La relazione tecnica, allegata al disegno di legge di conversione del  d.l.  n.  201  del  2011  (A.C.   4829),   prefigura   «economie quantificabili solo a consuntivo»  e  puntualizza  che  «l’esclusione esplicita di alcune categorie  di  personale  nonché  la  necessaria gradualità delle modalità  di  applicazione,  determina  nel  primo triennio effetti non puntualmente quantificabili tenuto conto, anche, dei tempi di liquidazione dei benefici previsti».

    Il legislatore, con apprezzamento che si sottrae alle censure del rimettente, ha indicato in  maniera  puntuale  gli  ostacoli  che  si frappongono a  una  plausibile  previsione  dei  risparmi  e  rendono ineludibile una valutazione «a consuntivo».

    L’eliminazione della pensione privilegiata,  attuata  nell’ambito di un graduale disegno di armonizzazione,  non  contrasta,  pertanto, sotto il profilo dedotto dal rimettente, con il  generale  canone  di ragionevolezza,  che  si  configura  come  «principio  di   sistema», chiamato  a  orientare  le  scelte   del   legislatore   in   materia previdenziale (sentenza n. 250 del 2017, punto 6.5.1. del Considerato in diritto).

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

    dichiara non fondate le questioni di legittimità  costituzionale dell’art. 6 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n.  201  (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità  e  il  consolidamento  dei  conti pubblici), convertito, con modificazioni,  dalla  legge  22  dicembre 2011,  n.   214,   sollevate   dalla   Corte dei   conti,   sezione giurisdizionale per la Regione Puglia, giudice unico delle  pensioni, in  riferimento  all’art.  3  della  Costituzione,  con   l’ordinanza indicata in epigrafe.

    Così deciso in Roma,  nella  sede  della  Corte  costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 gennaio 2018.

F.to:

Giorgio LATTANZI, Presidente

Silvana SCIARRA, Redattore

Roberto MILANA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 2 febbraio 2018.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Roberto MILANA

 

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