Convegno Palermo – Guardia di Finanza e sindacalizzazione: il testo dell’intervento del segretario nazionale Daniele Tisci

Buonasera,

innanzitutto voglio ringraziare personalmente i relatori che hanno aderito alla nostra richiesta di partecipazione a questo seminario di incontri, utile alla corretta applicazione della Sentenza della Corte costituzionale n. 120 del 2018. Saluto la Sicilia tutta ed il pubblico convenuto, con particolare riferimento ai colleghi che guardano con favore, interesse e partecipazione il cambiamento che sta intervenendo nel nostro comparto e che sono vicini ai contenuti che abbiamo posto in essere in questi anni con l’associazione SicurezzaCumGranoSalis ed in ultimo, in ordine temporale, con la costituzione del Si.Na.Fi., il sindacato nazionale finanzieri, che per ovvie ragioni, che ci inducono a seguire un percorso istituzionale tracciato dalla sentenza 120/2018 della C.C. e dalla pigrizia burocratica degli Stati Maggiori delle Amministrazioni, quando si tratta di dare attuazione a questioni che riguardano diritti del personale in uniforme, è ancora in una fase embrionale, ma che è già una realtà conosciuta sull’intero territorio nazionale.

In particolare vorrei rivolgere un sentito ringraziamento all’avvocato Maurilia Scamardo, che è anche ricercatrice nel campo dei diritti umani ed ha collaborato in prima persona con lo studio Saccucci di Roma proprio con riguardo al ricorso che ha portato la Corte Costituzionale alla sentenza che oggi siamo qui ad apprezzare e discutere.

Ho voluto ringraziarla per spirito di gratitudine, ma anche perché con la sua encomiabile opera ha consentito alla nostra associazione SicurezzaCumGranosalis, lo dico scherzosamente, ma non troppo, di  operare il passaggio da una serie di convegni che potremmo definire 1.0, mutuando un termine informatico, a quelli targati 2.0 e cioè mentre prima nei nostri convegni sul sindacato eravamo soliti dire, nonostante l’ormai superato giudizio “Costituzionale”, “noi riteniamo che i diritti sindacali debbano essere riconosciuti anche ai lavoratori militari in divisa…”, oggi possiamo finalmente dire che lo Stato ha riconosciuto, attraverso la Sentenza della Corte costituzionale, finalmente questo diritto. Diritto che in realtà ci era già riconosciuto dalla nascita come cittadini e che poi ci era stato sottratto nel momento in cui avevamo deciso di diventare operatori di polizia economico finanziaria, con coscienza civica ed altruismo di cittadini naturalmente portati al sociale – perché nella nostra professione c’è e deve esserci sempre una dimensione collettiva, inclusiva e vocazionale, che quando manca porta a casi di gravità inaudita. Ebbene, nel momento in cui operammo quella scelta, tutta una serie di diritti di stampo associativo ci furono drammaticamente compressi, e noi ci chiedevamo:

  • ma come, la Repubblica non riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, anche nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità?
  • ma la Repubblica non rimuovere gli ostacoli di ordine sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana?
  • ma l’Italia non è una Repubblica democratica che trova il suo elemento costitutivo proprio nel lavoro?
  • ma la Repubblica non tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni?
  • ma l’Organizzazione sindacale non è libera? Ecc. ecc. ecc.

Insomma tutta una serie di interrogativi che limitavano di fatto il nostro diritto di cittadinanza acquisito con la nascita e che finalmente sono stati favorevolmente riconosciuti dalla sentenza 120 del 2018!!!

Eppure non finisce qui!

Sembrerà strano, ma nonostante la chiarezza del giudicato della Corte, ad eccezione del punto 16, che andremo subito a vedere, siamo ancora in un periodo di forte oscurantismo, di forte conservatorismo e connotato da una forte resistenza al cambiamento da parte delle Amministrazioni riceventi il provvedimento! E per questo dobbiamo collaborare tutti assieme, accademici, giuslavoristi, sindacalisti e percettori di questi futuri diritti, affinché il dettato della Corte sia pienamente attuato al pari direi, degli operatori della polizia di stato, per i quali, le compressioni al divieto di sciopero e di adesione ai sindacati confederali, limitano nella misura ma non nel riconoscimento tout court la libertà sindacale.

Innanzitutto è parso inusuale leggere nella Sentenza della Corte la previsione del rilascio di un preventivo assenso per la costituzione delle associazioni a carattere sindacale, nonché, la disamina degli statuti da parte di non meglio precisati “organi competenti”. Ed infatti, la richiesta di un preventivo assenso è notoriamente esclusa dalla Convenzione OIL87 di protezione del diritto sindacale e dall’altra parte appare altrettanto inusuale ed inopportuno, pur tenendo in ampia e prioritaria considerazione la specificità, l’importanza e la delicatezza delle funzioni svolte dal comparto, che una organizzazione di lavoratori, legittimamente costituita in base alle leggi dello Stato, debba presentare il proprio statuto ad organi competenti, che in mancanza di una chiara e specifica diversa previsione, sono stati naturalmente, ma anche innaturalmente(!) identificati nelle Amministrazioni, ossia proprio in quella parte cosiddetta “datoriale” avverso la quale il lavoratore dà mandato, in caso di bisogno, al proprio sindacato di rappresentarne i propri diritti professionali! Insomma siamo nella fase in cui i “controllati” diventano controllori dei controllanti!

Ora a noi personalmente, o a me personalmente se preferite, (a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina), appare chiaro come il punto 16 della Sentenza sia il chiaro punto di equilibrio trovato dai Giudici della Corte per intercettare e soddisfare i “consigli” esercitati dagli Stati maggiori militari e se mi permettete questo aspetto è anche suggerito dal forzoso ricorso al comma 1 della norma, attraverso l’utilizzazione dell’autorizzazione che le amministrazioni, in questo caso si, sono chiamate a valutare per l’istituzione dei circoli tra militari! Estendere il preventivo assenso alle organizzazioni sindacali sulla base di questo concetto appare una singolare forzatura.

Ma la previsione del preventivo assenso non rappresenta ancora la pietra dello scandalo, rappresenta, invece, più semplicemente, il tallone di Achille al quale le Amministrazioni militari stanno facendo ricorso per anestetizzare, fermare, contrastare l’applicazione della sentenza. Ne è prova la circolare del Gabinetto del Ministro della difesa, che anziché disciplinare in chiave sindacale e in funzione del codice civile, il periodo intermedio, ossia quello che intercorrerà tra la sentenza 120/2018 e la formulazione della legge ordinaria, avviando una cosiddetta agibilità delle nascenti associazioni, ha disciplinato in chiave asfittica, secondo la naturale tendenza culturale del comparto, i requisiti che dovranno essere contenuti nello statuto. Tra questi:

  • l’impossibilità per tutti i membri direttivi dei sindacati di essere rieleggibili, se non dopo un congruo periodo di tempo non meglio misurato: chiara ingerenza nella libertà di autodeterminare l’organizzazione secondo le indicazioni del codice civile;
  • la previsione fortemente limitativa di “sopravvivere” solo con la riscossione delle deleghe sindacali, quindi neanche prevedendo la possibilità di ricevere delle liberalità dai propri iscritti o comunque tutti i finanziamenti consentiti per legge: chiaro tentativo di limitare la funzionalità degli organismi attraverso le limitazioni alle risorse economiche;
  • la previsione di un parere da parte dei Comandanti Generali e Capi di Stato Maggiore di Forza Armata, attraverso gli Uffici legislazione dei vari Corpi che vengono cosi individuati dalle Amministrazioni stesse in quegli “organi tecnici” previsti dalla Sentenza 120/2018, senza alcun riferimento ad una individuazione oggettiva, condivisa con gli attuali organi di rappresentanza, dei requisiti che avrebbero dovuto essere presenti negli statuti;
  • la previsione di non dover richiamare nel nome anche in modo appena equivocabile sigle di “altri sindacati”: previsione che ha il sapore del puro proibizionismo e che evoca più una presa di posizione di pancia, piuttosto che un ragionato portamento istituzionale.

Per la verità tale circolare, esclusivamente con riguardo al terzo punto, ha già prodotto una precisazione da parte della Signora Ministro della Difesa, che, a seguito di una prima presa di posizione da parte di talune costituende organizzazioni sindacali, tra cui il nostro Si.Na.Fi. – al quale mi inchino per il senso di profonda correttezza istituzionale e la diuturna dimostrazione di dignità di parte sociale che già gli appartiene – ha chiarito che i pareri hanno carattere non vincolante. Una risposta corretta ma non soddisfacente, perché ciò che ci saremmo aspettati e che oggettivamente avrebbe dovuto fare il Dicastero della Difesa nel medio periodo, ossia dalla sentenza della Corte fino alla pronuncia del legislatore ordinario, era indicare gli elementi costitutivi per la cosiddetta agibilità sindacale, ossia prevedere tutta quella serie di condizioni, di ispirazione del diritto sindacale e non certamente militare, attraverso le quali si sarebbe dovuta assicurare operatività ai sindacati, contestualmente agli organismi interni, i quali dovranno necessariamente decadere dopo la legge (!) e non più tardi della naturale scadenza dell’attuale mandato elettivo, affinché il personale in divisa non resti privo di rappresentatività.

Ed invece, sarò breve e poi i miei colleghi entreranno certamente in modo più compiuto in questa parte del discorso, si sta tentando di limitare nel medio termine l’operatività dei sindacati rafforzando le rappresentanze militari interne e prevedendo, udite udite, l’incompatibilità nella rappresentanza militare, l’istituto interno del quale noi stessi facciamo attualmente parte e stiamo stati eletti solo 4 mesi fa, di tutti quei delegati, che nel periodo transitorio, assumeranno per legittima e democratica espressione elettiva del personale cariche direttive nelle nascenti organizzazioni sindacali. Una chiaro tentativo di addomesticare la rappresentanza militare privandola di quelle voci interne libere e coerenti con il mandato di rappresentante del personale, ma anche un grave attacco alle liberta sindacali delle nascenti organizzazioni sindacali.

Dicono che il doppio incarico, creerebbe confusione di ruoli e dimenticano che in 40 anni di istituto della rappresentanza militare nella RM hanno convissuto ed avuto incarichi di presidenza dei Consigli di rappresentanza, “altissimi” generali, finanche Generali di divisione che ricoprivano, contestualmente alla qualità di delegato e presidente, incarichi Stato maggiore, di direzione di Uffici del personale ecc. ecc.

Sono stati eclatanti i casi di alcuni delegati di una forza armata che per la loro attività, sono stati attenzionati disciplinarmente, con testimonianze a favore delle Amministrazioni di delegati che sedevano nello stesso Consiglio in cui c’erano Presidenti che dirigevano contestualmente gli uffici del personale, ivi compresi quelli della disciplina. Più che confusioni di ruoli si trattava di una probabile alterazione di funzioni! Almeno quelle della Rappresentanza militare.

Ed ora gli incompatibili sarebbero coloro che rappresentano il personale e che in questi anni lo hanno fatto con dignità e senso della misura negli asfittici istituti di rappresentanza militare interna, dovendo soggiacere a volte al senso di “democraticità” dei Presidenti Generali.

Ah dimenticavo…. Questa incompatibilità sarebbe stata sollevata davanti al Consiglio di Stato con un parere richiesto dai famosi “organi tecnici” e dalla signora Ministro della Difesa, cioè quegli organi che sono stati chiamati e/o individuati e/o che si sono autoindividuati per decidere in merito al preventivo assenso da riconoscere alle nascenti Organizzazioni sindacali….

Se non è confusione di ruoli questa!

Comunque, se son rose fioriranno (!!!) ma sarà l’humus nel quale cresceranno, che determinerà la bellezza dei fiori, la coriaceità dei gambi e l’acutezza delle spine…

Grazie

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