Consiglio di Stato. Rimborso delle spese legali. Il rimborso ha natura di diritto soggettivo normativamente condizionato.

Il Consiglio di Stato – Sezione III – con sentenza n. 06194/2017 del 29 dicembre 2017 ha accolto l’appello proposto da un appartenente alla Polizia di Stato avverso la sentenza di primo grado emessa dal T.A.R. Campania n. 5573/2009 con la quale era stato rigettato  un ricorso concernente il provvedimento di rigetto della richiesta di rimborso delle spese legali sul presupposto dell’emissione di una sentenza di assoluzione con formula dubitativa, ex se inidonea ad escludere profili di responsabilità del dipendente e di alcuni dubbi sulla riconducibilità della vicenda che aveva dato origine al procedimento penale alla disciplina invocata, “in considerazione del fatto che il reato più che connesso allo svolgimento di obblighi istituzionali appare semplicemente commesso in occasione dello svolgimento dell’attività lavorativa”.

Nell’accogliere l’appello il Consiglio di Stato ha evidenziato, in particolare, che:

  • le condizioni cui la norma subordina puntualmente l’esercizio del diritto al rimborso, sono costituite: – dall’esistenza di una connessione dei fatti e degli atti oggetto del giudizio con l’espletamento del servizio e l’assolvimento degli obblighi istituzionali; – dall’esistenza di una sentenza definitiva che abbia escluso la responsabilità del dipendente”;
  • nella pluralità di formule assolutorie di cui all’art. 530 c.p., danno diritto al rimborso delle spese solo quelle che consentono di dire accertata – secondo il sistema processuale penale – l’assenza di responsabilità rispetto ad atti e fatti connessi; senza tuttavia alcuna distinzione, all’interno di queste, tra i casi di “formula piena” e quelli in cui manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova (art. 530, comma 2, c.p.p.)”;
  • la responsabilità è esclusa da qualunque sentenza pronunciata ai sensi dell’art. 530 c.p.p., anche quella che si avvalga della cosiddetta formula dubitativa”;
  • l’intreccio nella connessione dei due presupposti, richiamati dall’art. 18 cit., fa sì che ha diritto al rimborso delle spese legali solo chi, imputato per atto connesso alla funzione pubblica esercitata, sia stato assolto per essere stata esclusa la sua responsabilità rispetto a quell’atto specificamente addebitatogli in ragione di tale connessione. Tale circostanza è avvenuta, rileva il Collegio, nel caso di specie, avendo il giudice penale ritenuto non provata la sussistenza del fatto reato, ma non la sua astratta riconducibilità all’attività svolta dal ricorrente”;
  • il fatto poi che suddetta attività non si estrinsechi in un normale compito di polizia, intrinseco al ruolo, ma si identifichi, al pari di qualunque altra mansione “interna”, in un’attività strumentale al funzionamento dello stesso, quale è stata evidentemente ritenuta la gestione di uno spaccio destinato al personale, non ne altera la configurabilità come inerente i compiti d’ufficio attribuiti all’interessato nella struttura di appartenenza”.

Il massimo organo giurisdizionale ha quindi ritenuto fondato l’appello proposto dal dipendente della Polizia di Stato, annullando quindi la sentenza di primo grado, condannando l’Amministrazione al pagamento delle spese processuali del doppio grado di giudizio.

 

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