Consiglio di Stato. Rimborso delle spese legali. L’imputazione deve riguardare un’attività svolta in diretta connessione con i fini funzionali dell’ente.

Il Consiglio di Stato – Sezione IV – con sentenza n. 01568/2017 del 05 aprile 2017 ha accolto l’appello proposto dalla Guardia di Finanza avverso la sentenza di primo grado emessa dal T.A.R. Veneto n. 84/2006 con la quale era stato accolto un ricorso avverso il diniego di rimborso delle spese legali sostenute da un appartenente al Corpo nell’ambito di un procedimento penale in cui era stato coinvolto sul presupposto della “mancanza di riferibilità immediata e diretta dell’agire dell’istante al volere dell’amministrazione”.

Nell’accogliere l’appello il Consiglio di Stato ha ribadito che:

  • La norma collega il rimborso delle spese legali a un triplice presupposto e cioè che il giudizio: a) sia promosso nel confronti del (e non anche dal) dipendente; b) riguardi atti o fatti connessi alle funzioni esercitate; c) si concluda con l’esclusione della responsabilità”; 

 

  • ai fini del rimborso delle spese legali sostenute, l’imputazione deve riguardare un’attività svolta in diretta connessione con i fini funzionali dell’ente e, come tale, ad esso imputabile”;

 

  • diversamente opinando, si finirebbe per ammettere indiscriminatamente il diritto al rimborso delle spese legali in ogni ipotesi di reato proprio, indipendentemente da qualsiasi collegamento del fatto addebitato con l’interesse dell’Amministrazione; il che non può essere consentito, posto che lo scopo evidente della norma è quello di sollevare da un onere economico il dipendente che ne sia stato gravato in dipendenza dell’adempimento ai doveri del proprio ufficio”.

Il massimo organo giurisdizionale ha quindi ritenuto fondato l’appello proposto dalla Guardia di Finanza, annullando quindi la sentenza impugnata e compensando le spese di lite tra le parti.

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