Consiglio di Stato. Diritto alla monetizzazione delle ferie non godute.

Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 1138/2016 del 21 marzo 2016, ha confermato la sentenza di primo grado emessa dal T.A.R. Sardegna – sede Cagliari – (n. 2183/2009) -, con la quale era stato accertato il diritto al pagamento del corrispettivo dovuto per le ferie non godute in ragione della malattia dipendente da causa di servizio.

Confermando l’impugnata sentenza di primo grado, il Consiglio di Stato ha stabilito infatti che il diritto alla “monetizzazione” del “congedo ordinario (non fruito)” matura ogniqualvolta il dipendente non ne abbia potuto usufruire a cagione ed in ragione di obiettive “esigenze di servizio” o comunque per cause da lui non dipendenti o a lui non imputabili.

Il Consigli di Stato ha infatti precisato che:

  • “il principio generale … è quello secondo cui il diritto alla ‘monetizzazione’ del ‘congedo ordinario (non fruito)’ matura ogniqualvolta il dipendente non ne abbia potuto usufruire (id est: non abbia potuto disporre e godere delle sue ‘ferie’) a cagione ed in ragione di obiettive ‘esigenze di servizio’ o comunque per cause da lui non dipendenti o a lui non imputabili”;
  • “fra queste ultime “svetta” il caso della “insorgenza di una malattia”; e, a maggior ragione, se essa sia dipesa da causa di servizio”;
  • “l’art.18 del D.P.R. n.254 del 1999 è applicabile…sia in quanto il dato testuale della predetta norma consente di ritenere (non ravvisandosi argomenti logico-esegetici che precludano tale interpretazione) che il “collocamento in aspettativa per infermità” (del quale il dipendente ha fruito) realizzi una particolare ipotesi, seppur transitoria, di “cessazione dal servizio per infermità”; posizione che in forza della citata norma dà certamente titolo all’ottenimento dell’invocato compenso sostitutivo…sia in quanto nel caso in esame risulta evidente (per tabulas) che dalla predetta infermità contratta a causa di servizio è poi dipesa anche la definitiva cessazione dal servizio”;
  • “alla fattispecie dedotta in giudizio appare applicabile anche l’art. 14. comma 14°, del DPR n.395 del 1995; e ciò in quanto la circostanza che l’insorgenza della malattia è stata ritenuta dipendente da causa di servizio, consente di affermare che la mancata fruizione delle ferie (oltre a non essere dipesa da fatti imputabili al dipendente) sia comunque eziologicamente da ricondurre (e sia comunque riconducibile) ad “esigenze di servizio” (rectius: all’espletamento di attività poste in essere per esigenze di servizio, e non certo per motivi personali o futili, o estranei al rapporto di servizio)”;
  • “ove prevalesse l’”interpretazione” restrittiva propugnata dall’Amministrazione, si dovrebbe giungere alla conclusione che il dipendente che a cagione di una malattia fosse costretto a restare in aspettativa per un periodo corrispondente a quello destinato alle ferie e che non potesse più (per varie ragioni) “recuperarle” (id est: fruirne), resterebbe – per l’anno in questione – totalmente privo del periodo di ferie e parimenti totalmente privo della relativa “monetizzazione”;
  • “poiché secondo un principio ritenuto ormai jus receptum nell’Ordinamento, il diritto al congedo straordinario (ferie) è indisponibile, irrinunciabile ed “indegradabile”, essendo posto da norme inderogabili riconducibili ad un valore costituzionale (che nell’art.36 della Costituzione trova la sua più alta e chiara espressione), è evidente che la soluzione prospettata dall’Amministrazione appellante non è praticabile”;
  • “né ha pregio l’argomentazione secondo cui il periodo di aspettativa per infermità è equipollente (id est: equivalente e comunque sovrapponibile e dunque sostituibile) al periodo dedicato al congedo ordinario: è infatti evidente che il riposo feriale (…) costituisce un “valore culturale” che ha anche (e soprattutto) una funzione, per così dire, “spirituale” (che si risolve nell’obiettivo di consentire, al di fuori del rapporto di lavoro, il sano sviluppo della personalità umana mediante il perseguimento della soddisfazione e della valorizzazione delle inclinazioni e qualità personali); funzione, dunque, che oltrepassa e trascende la pura salvaguardia (e la speranza della ricostituzione) della salute”;

  • il “diritto” al riposo feriale, come quello alla giusta retribuzione, concorre al compiuto e corretto esercizio del complesso dei “diritti di libertà” (nella cui categoria va certamente inscritto), nonché dei diritti della personalità”. 

Il Collegio giudicante ha quindi respinto l’appello presentato dal Ministero dell’Interno, confermando la sentenza appellata e le dichiarazioni giudiziali in essa contenute.