Consiglio di Stato. Accesso ai documenti amministrativi. Legittimo il diniego all’ostensione degli ordini di servizio del Corpo della Guardia di Finanza.

Il Consiglio di Stato – Sezione IV – con sentenza n. 02502/2018 del 26 aprile 2018 ha accolto l’appello proposto dalla Guardia di Finanza avverso la sentenza di primo grado emessa dal T.A.R. Puglia n. 699/2017 con la quale era stato accolto un ricorso presentato da un appartenente al Corpo concernente il diniego opposto dall’Amministrazione all’acquisizione di ordini e relazioni di servizio, la cui conoscenza, in tesi, gli era necessaria per la difesa in un procedimento penale.

Nell’accogliere l’appello il Consiglio di Stato ha evidenziato, in particolare, che:

  • il d.m. dell’allora Ministro delle finanze n. 603 del 1996, recante “Regolamento per la disciplina delle categorie di documenti sottratti al diritto di accesso in attuazione dell’art. 24, comma 4, della legge 7 agosto 1990, n. 241”, all’art. 4 sottrae all’accesso, fra l’altro, gli ordini di servizio emanati dalla Guardia di Finanza”;
  • “il decreto non si pone in contrasto con la normativa, tanto di primo quanto di secondo grado, che regolamenta l’accesso ai documenti amministrativi”;
  • “l’ostensione degli ordini di servizio del Corpo della Guardia di Finanza è oggettivamente idonea a consentire la conoscenza dettagliata, oltretutto con portata potenzialmente diffusiva e sistemica, delle modalità operative seguite dal Corpo – costituente una Forza di polizia ad ordinamento militare (cfr. il d.lgs. n. 68 del 2001) – nello svolgimento delle attività istituzionali, finalizzate in via diretta a tutelare proprio “l’ordine pubblico e la prevenzione e repressione della criminalità” e, pertanto, connotate da un intrinseco, costitutivo e strutturale carattere di necessaria riservatezza che non può che estendersi anche agli atti (quali, appunto, gli ordini di servizio) propedeutici alle attività propriamente e materialmente operative e, in particolare, investigative: si rientra appieno, dunque, nell’ambito delle possibili eccezioni all’accesso enucleate dalla legge”;
  • “l’art. 8, comma 2, del d.p.r. n. 352 aggiunge, al secondo periodo, che “I documenti contenenti informazioni connesse a tali interessi sono considerati segreti solo nell’ambito e nei limiti di tale connessione”: tale disposizione regolamentare costituisce, a ben vedere, un ulteriore fondamento normativo a supporto della conclusione circa la legittimità dell’estensione del vincolo di riservatezza anche in relazione a documenti, quali gli ordini di servizio, strumentali allo svolgimento delle attività di istituto”;
  • “il comma 5 dell’articolo 8 del d.p.r. in parola individua specificamente, alla lettera c), quale ipotesi di possibile esclusione dell’accesso da parte delle singole Amministrazioni, proprio i casi in cui “… i documenti riguardino le strutture, i mezzi, le dotazioni, il personale e le azioni strettamente strumentali alla tutela dell’ordine pubblico, alla prevenzione e alla repressione della criminalità con particolare riferimento alle tecniche investigative, alla identità delle fonti di informazione e alla sicurezza dei beni e delle persone coinvolte, nonché all’attività di polizia giudiziaria e di conduzione delle indagini””;
  • “il regolamento governativo in esame, in definitiva, collega la sottrazione all’accesso all’afferenza, anche indiretta, del documento al perseguimento degli specifici interessi divisati dalla legge, tra cui “l’ordine pubblico e la prevenzione e repressione della criminalità”: orbene, poiché gli ordini di servizio conformano, indirizzano e modulano il concreto svolgimento dell’attività istituzionale del Corpo, ex lege volta a tutelare “l’ordine pubblico” ed a garantire “la prevenzione e repressione della criminalità”, non può che conseguirne la legittimità della previsione del d.m. n. 603 in punto di esclusione dell’accesso”;
  • “pur a voler assumere in capo al sig. -OMISSIS- una posizione qualificata e differenziata ai fini dell’accesso, pur a voler ritenere non “esplorativa” la sua istanza e pur prescindendo dalle finalità di difesa in sede penale per cui l’accesso era stato chiesto, comunque gli ordini di servizio sono legittimamente sottratti all’ostensione nelle forme disciplinate dalla l. n. 241 del 1990, in quanto strettamente strumentali allo svolgimento di funzioni poste a tutela di fondamentali interessi pubblici specificamente indicati dalla legge”;
  • “in disparte la questione circa l’effettivo stato del procedimento penale lato sensu inteso all’atto della formulazione dell’istanza ostensiva, il Collegio osserva che l’interesse conoscitivo dell’indagato è direttamente protetto dalle norme dettate dal c.p.p., la cui oggettiva specialità, conseguente al contesto in cui l’interesse si manifesta ed alla particolare pregnanza delle finalità perseguite (la tutela della libertà personale), si evidenzia anche nelle più ampie facoltà riconosciute all’interessato: ai sensi dell’art. 415-bis, comma 3, c.p.p. e delle ulteriori norme in esso richiamate, infatti, l’indagato può non solo prendere conoscenza degli atti di indagine su cui l’accusa abbia basato l’imputazione, ma anche provvedere, mediante investigazioni difensive, all’autonoma acquisizione di materiale probatorio, ossia, altrimenti detto, alla formazione in proprio di documentazione di cui il Giudicante dovrà tenere conto”;
  • “il Collegio, in ottica più sistematica, ritiene in sostanza che la specialità del rito processualpenalistico osti ex se all’applicazione di istituti dettati in via generale per l’ordinaria attività amministrativa: in disparte il fatto che l’attività giurisdizionale, intesa in senso ampio come disciplina degli atti rilevanti nel procedimento penale e per il procedimento penale, non è attività amministrativa, si osserva che il codice di rito appresta, a favore dell’indagato (e, a fortiori, dell’imputato), una normativa connotata da completezza, effettività e, soprattutto, specialità che, in quanto volta a garantire all’interessato (anche) la piena conoscenza dei documenti utili alla difesa, esclude di converso la parallela attivazione del generale istituto disciplinato dalla l. n. 241 del 1990”;
  • “le relazioni di servizio ed i controlli presso l’anagrafe tributaria, ove posti a fondamento dell’ipotesi accusatoria, costituiscono atti di indagine e sono, come tali, coperti ex lege da segreto “fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari” (art. 329 c.p.p.)”;
  • le istanze ostensive presentate, “lungi dall’essere sacrificate, debbono soltanto essere formulate nell’ambito del procedimento penale lato sensu inteso e nelle forme, nei limiti e nei termini previsti dal codice di rito”.

Il massimo organo giurisdizionale ha quindi ritenuto fondato l’appello proposto dalla Guardia di Finanza e, per l’effetto, in parziale riforma della sentenza impugnata, ha rigettato integralmente il ricorso di primo grado, condannando l’appartenente al Corpo al pagamento delle spese processuali del doppio grado di giudizio.

 

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