Cappellani militari: anche nel 2018 costeranno 10 M€ ma dopo anni di annunci ancora si tengono ben stretti gradi e stipendi da generali. AGENPARL

Cappellani militari: anche nel 2018 costeranno 10 M€ ma dopo anni di annunci ancora si tengono ben stretti gradi e stipendi da generali. AGENPARL

Osannati e protetti da tutti i governi e dalle rispettive maggioranze sono l’ultimo tentacolo della Chiesa nelle istituzioni dello Stato italiano.

Lo Stato è laico, e le forze armate?

Per riportare la legalità nello stretto rapporto tra Stato e Chiesa il Partito Radicale e il Partito per la tutela dei diritti dei militari (Pdm) nell’estate del 2009 iniziarono una battaglia politica per riaffermare il principio di laicità dello Stato e la questione dei cappellani militari è stata, e lo è ancora, al centro di numerose iniziative parlamentari che la maggioranza del governo e i ministri di turno, di volta in volta, hanno sempre rispedito al mittente bollandole come inammissibili o evitando di rispondere nel merito. Una battaglia di giustizia e legalità combattuta senza sosta con ragioni di fatto e di diritto avvalorate dalla mancanza dell’intesa relativa all’assistenza spirituale per il personale delle forze armate espressamente prevista dall’Atto aggiuntivo al Concordato stipulato tra Stato e Chiesa nel 1984. I Radicali e il Pdm, nonostante l’evidente correttezza delle loro richieste, smilitarizzare i cappellani militari e porre i costi dell’assistenza spirituale a carico della Chiesa, hanno sempre trovato pochissimi sostenitori nell’ambito parlamentare mentre, col passare del tempo la loro battaglia ha raccolto, e sta raccogliendo, ampi consensi da parte dell’opinione pubblica sempre più indignata per l’enorme spesa che lo Stato italiano deve sostenere ogni anno per il pagamento degli stipendi dei preti soldato e per il mantenimento della loro struttura, una diocesi virtuale che di fatto si sovrappone alle altre sparse sul territorio dello Stato.

A seguito delle insistenti azioni politiche e mediatiche dei Radicali e del Pdm, il 23 gennaio 2014, mons. Angelo Frigerio, vice dell’ordinario militare arcivescovo Santo Marcianò, confermando la disponibilità dei cappellani militari a “togliersi i gradi”, e quindi a rinunciare ai lauti stipendi da ufficiali delle forze armate, aveva spiegato all’ANSA che per una riforma di questo tipo i tempi non sarebbero stati immediati. La modifica dello “status” del cappellano, aveva proseguito Frigerio, deve avvenire “per iniziativa di entrambe le parti, come prevede il Concordato, e cioè, in questo caso, il ministero interessato, quello della Difesa, e la Conferenza episcopale italiana. Per arrivare a elaborare delle linee guida che facciano da punto di riferimento per la stipula di una intesa (tuttora mancante) nella commissione paritetica, operano a livello preliminare il gabinetto del ministero e l’ordinariato.”. “Un incontro, fece sapere all’epoca il generale-prete, ci fu verso la metà di gennaio 2014 e aggiunse che “per Pasqua prepareremo un primo documento, penso che potremo arrivare alla definizione delle linee portanti non più tardi di un paio di anni. Questo lavoro di approfondimento potrà dunque essere fatto entro la fine del 2015 e definito nell’arco del 2016”.

Sulla questione cappellani militari il 15 marzo del 2015 fu la volta di padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana secondo il quale “in tempi brevi” si sarebbe giunti a una soluzione e concluse annunciando la costituzione di una Commissione paritetica bilaterale tra Stato italiano e Santa Sede. La Commissione si è riunita per la prima volta il 12 gennaio 2016.

Il 25 maggio del 2016 l’ANSA titolava “Cappellani militari, risparmio 3-4 mln”. A dare l’annuncio all’agenzia stampa il solito mons. Frigerio che nell’occasione spiegò che la proposta dell’Ordinariato militare e quella di “rinunciare ad una quarantina di cappellani militari con un risparmio di 3-4 milioni di euro su una spesa complessiva che attualmente si aggira attorno ai 9 milioni” . “I lavori della Commissione paritetica, che comprende rappresentanti del governo, della Cei e della Santa Sede, aveva poi proseguito il monsignore con le stellette e i gradi da generale, sono in corso ma il testo di riforma, che punta a risparmi per la Difesa, è quasi pronto. Ora i cappellani sono 158, su un organico di 200. L’ordinario miliare mons. Santo Marcianò proporrà di tagliare i cappellani a questo tetto.”. Il 3 giugno 2016 il settimanale Famiglia Cristiana, pubblicava una intervista rilasciata dal generale mons. Frigerio, sempre in merito ai lavori della Commissione paritetica. “Entro il 20 giugno – si legge nell’articolo – si concluderanno i lavori delle due sottocommissioni: una sui principi fondamentali e una sulla struttura giuridica e la disciplina. La Commissione poi, sulla base di queste conclusioni varerà una bozza conclusiva che – probabilmente tra fine settembre e inizio ottobre – sarà portata all’esame del Parlamento.”. Siamo arrivati quasi alla fine del 2017 e la Commissione non ha prodotto nulla di concreto mentre i documenti allegati al ddl sul Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 ci dicono, nero su bianco, che anche l’anno prossimo i cittadini italiani dovranno pagare 9.847.264 euro per gli stipendi dei 197 cappellani militari.

I numeri dei cappellani militari per il 2018.

La Ministra Pinotti si genuflette al potere temporale e non risponde ai Cinque Stelle.

Sulla questione cappellani le luci della ribalta le ha riaccese lo scorso 11 ottobre direttamente Papa Francesco con la sua presa di posizione contraria all’operato dell’Ordinario militare, Mons. Santo Marcianò per la questione della nomina di Papa Giovanni XXIII quale patrono dell”Esercito. Ma non solo. La titolare del Ministero della Difesa, Roberta Pinotti, nei giorni scorsi ha mandato quell’unico sottosegretario che gli è rimasto in grado di rappresentarla davanti ai membri della IV Commissione (Difesa) della Camera dei deputati per rispondere all’interrogazione che la deputata del Movimento cinque stelle, Tatiana Basilio, ha presentato per sapere “quali siano le risultanze dei lavori della Commissione tecnica costituita presso il Ministero della difesa ed, in particolare, se siano state elaborate in seno alla stessa proposte per la riduzione e in contenimento delle spese dello Stato per il mantenimento dei cappellani militari”.

“Nel merito dei quesiti posti – si legge nella risposta all’interrogazione formulata dalla Basilio – si rende noto che presso il Ministero della difesa non è stata istituita alcuna Commissione tecnica per la revisione del servizio di assistenza spirituale per le Forze armate. Come previsto dall’articolo 11 della legge 25 marzo 1985, n. 121 (ratifica ed esecuzione dell’accordo, di modifica del Concordato lateranense, firmato a Roma il 18 febbraio 1984), della questione si sta occupando una Commissione Mista Paritetica tra lo Stato italiano e la Santa Sede. Per quanto noto, i lavori sono in una fase avanzata, ma non è ancora stato approvato un testo definitivo.”.

La deputata pentastellata nel replicare ha espresso tutto il suo “sconcerto per il fatto che, dopo lungo tempo, ancora non sia dato conoscere nulla dei lavori della Commissione mista paritetica tra lo Stato italiano e la Santa Sede incaricata della revisione del servizio spirituale per le Forze armate. Ciò – ha proseguito la Basilio – appare tanto più grave alla luce del fatto che, secondo quanto riportato dai mezzi di stampa, l’assistenza spirituale alle Forze armate costerebbe alle casse pubbliche oltre 20 milioni di euro l’anno, essendo lo status giuridico dei cappellani militari assimilato a quello degli ufficiali.”. La deputata ha concluso prospettando l’opportunità di “contenere le spese dello Stato per il mantenimento dei cappellani militari attribuendo agli stessi il trattamento economico previsto per i militari di truppa”.

L’indignazione della parlamentare del M5S è del tutto giustificata perché, in effetti, la risposta che il sottosegretario Gioacchino Alfano è stato costretto ad illustrare per conto della ministra è, nella sua estrema brevità, significativa e dimostra oltre ogni ombra di dubbio che sulla vicenda il Governo italiano non ha alcuna volontà né di arrivare ad una conclusione in tempi brevi né di fare chiarezza o trovare una soluzione all’evidente vuoto determinato dalla mancanza dell’intesa prevista dai patti concordatari. Vuoto che peraltro dal punto di vista giuridico non può ritenersi colmato con le iniziative del tutto unilaterali assunte dal Governo italiano con l’approvazione, prima della legge 512 del 1961 e poi con il Codice dell’ordinamento militare nel 2010, in un ottica di palese subordinazione al potere ecclesiastico al fine di garantire ai cappellani militari l’immutato mantenimento di quei privilegi economici e di rango sopravvissuti ad ogni riforma delle forze armate e ad ogni governo della storia repubblicana. Privilegi spudoratamente aumentati a dismisura con il recente provvedimento di riordino delle carriere che dal primo gennaio del 2018 li vedrà quasi tutti diventare dirigenti dello Stato italiano.

Pecunia non olet, la difesa della “casta”.

Il giorno successivo alla presentazione dell’interrogazione della deputata Basilio (M5S), il presidente della 5^ Commissione (Bilancio) del Senato, senatore Giorgio Tonini (PD), giunto alla quarta sua legislatura consecutiva, ha dichiarato inammissibile l’emendamento presentato dal senatore Bruno Marton (M5S) nell’ambito della discussione sulla “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 16 ottobre 2017, n. 148, recante disposizioni urgenti in materia finanziaria e per esigenze indifferibili”, nonostante il contenuto fosse destinato semplicemente a modificare quelle stesse norme sui cappellani militari già oggetto dei passati interventi di modifica realizzati in modo unilaterale dal Governo italiano (l’ultimo fu quello all’art. 17 del decreto legislativo 66/2010 fatto dal Governo Monti nel febbraio del 2012 quando si rese che sulla mancanza dell’intesa volta a disciplinare l’assistenza spirituale al personale delle forze armate i Radicali e il Pdm avevano pienamente ragione). La proposta di Marton era volta a smilitarizzare i cappellani militari e conseguentemente ad applicare nei loro confronti lo stesso trattamento giuridico ed economico riservato ai sacerdoti che prestano l’assistenza spirituale al personale delle forze di polizia a ordinamento civile.

In altre parole la richiesta del senatore pentastellato, se approvata, avrebbe cancellato definitivamente i gradi e gli alti stipendi da ufficiali delle forze armate pur garantendo alla Chiesa la possibilità di continuare a svolgere la sua funzione pastorale attraverso i sacerdoti delle diocesi territorialmente interessate dalla presenza di istituti di istruzione militari o alloggi collettivi. Per quanto riguarda il trattamento economico i nuovi cappellani smilitarizzati avrebbero percepito un trattamento economico determinato in base al servizio effettivamente prestato e dalla media aritmetica, aumentata del sei per cento, tra la misura massima e quella minima del congruo e dignitoso sostentamento assicurato dalla Conferenza episcopale italiana, a termini dell’articolo 24, comma 1, della legge 20 maggio 1985, n. 222, ai sacerdoti che svolgono la funzione di parroco.

Volendo fare un esempio concreto con l’approvazione dell’emendamento Marton l’attuale Ordinario militare, mons. Santo Marcianò, al posto dei gradi da generale di corpo d’armata e del relativo stipendio di oltre 140mila euro lordi all’anno avrebbe la qualifica di “cappellano coordinatore nazionale” e percepirebbe poco più di 1400 euro al mese. Le perverse ragioni che determinano le scelte del Governo nella difesa unilaterale dei privilegi economici e di status dei cappellani militari, pur in mancanza di una norma concordataria che lo permetta, sono del tutto comprensibili perché, purtroppo, da che mondo è mondo pecunia non olet.

Fonte: http://www.agenparl.com/540704-cappellani_militari/

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