CADE IL DIVIETO DI COSTITUIRE ASSOCIAZIONI SINDACALI PER I MILITARI. di Patrizia Tullini

Pubblichiamo il commento redatto dalla Professoressa Patrizia Tullini – Ordinario di Diritto del lavoro presso l’Università di Bologna – nel quale viene definita storica la sentenza annunciata dal Comunicato ufficiale della Corte costituzionale dell’11 aprile scorso sulla questione di legittimità dell’articolo 1475, comma 2, del Codice dell’ordinamento militare nella parte in cui vieta ai militari di costituire associazioni professionali a carattere sindacale.

Nel ringraziare la Professoressa Patrizia Tullini per il contributo fornitoci, non possiamo che auspicare che il punto di equilibrio e giusta proporzionalità tra le esigenze contrapposte da Lei citato in chiusura per l’individuazione delle legittime restrizioni nell’applicazione dei diritti sindacali al personale militare sia dal Legislatore individuato a breve e che rispetti concretamente gli indirizzi forniti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

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CADE IL DIVIETO DI COSTITUIRE ASSOCIAZIONI SINDACALI PER I MILITARI

Può ben definirsi storica la sentenza annunciata dal Comunicato ufficiale della Corte costituzionale dell’11 aprile scorso. Il titolo del Comunicato scandisce in termini incisivi l’importante successo ottenuto dalla Rappresentanza della Guardia di Finanza attraverso un lungo e faticoso percorso giudiziario: “Cade il divieto di costituire associazioni sindacali per i militari”.

La pronuncia è storica perché ribalta il precedente orientamento della Corte (sent. 17 dicembre 1999, n. 449), consolidatosi nel tempo, che aveva negato il diritto di libertà sindacale e respinto ogni questione di legittimità e violazione del principio di uguaglianza, ritenendo che l’attività sindacale sarebbe incompatibile con i fondamentali caratteri di coesione interna e neutralità dell’ordinamento militare.

La pronuncia è storica perché apre una fase del tutto nuova nell’ordinamento democratico del Paese ed impone un ripensamento dell’intera questione relativa all’esercizio dei diritti costituzionali nel comparto della sicurezza, per tener conto del necessario adeguamento alle fonti sovranazionali e alla giurisprudenza delle Corti europee che si sono già espresse più volte in materia. Una soluzione che porterebbe l’Italia ad allinearsi alla maggioranza dei Paesi aderenti all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

L’ordinanza del Consiglio di Stato 4 maggio 2017, n. 2043, che ha sollevato con successo la questione di costituzionalità dell’art. 1475, comma 2, d. lgs. n. 66/2010 è tutta giocata, con raffinata argomentazione tecnica, sulla <<palese ed insanabile contrarietà>> della legislazione nazionale interdittiva rispetto alle <<norme di diritto internazionale convenzionale come ricavate dall’esegesi della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo>> (cfr. artt. 11 e 14, Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo). A cui si aggiunge il contrasto con l’art. 5, terzo periodo, della Carta Sociale Europea che rimette alla normativa nazionale l’applicazione delle garanzie sindacali, e così facendo riconosce <<un nucleo essenziale di libertà sindacale che non può non essere riconosciuto anche a favore di tale categoria di lavoratori>>.

Il tenore estremamente tecnico dell’ordinanza e il self-restraint del Consiglio di Stato hanno impedito di indulgere su altre questioni, in realtà rilevanti, che riguardano la complessità dei compiti svolti dai lavoratori del comparto militare. Né il Consiglio di Stato si è spinto sino a stigmatizzare la disparità di trattamento rispetto al personale di Polizia al quale è riconosciuto da lungo tempo il diritto di libertà sindacale. Ma l’ordinanza non può fare a meno di osservare che un sistema istituzionale di rappresentanza militare come quello vigente (artt. 1476 e segg. d. lgs. n. 66/2010) <<non può comunque soddisfare le esigenze indicate dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, giacché la libertà sindacale presuppone ontologicamente la facoltà di dar vita a forme autonome di rappresentanza anche al di fuori di eventuali stretture create ex lege>>.

Con il deposito della sentenza della Corte costituzionale si vedrà se tale decisivo argomento è stato adeguatamente recepito e valorizzato.

Il perno giuridico sul quale ruota la questione di costituzionalità è soprattutto l’art. 11 CEDU, che riconosce ad ogni individuo il diritto alla libertà di associazione, incluso il <<diritto di fondare sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi>>. I diritti fondamentali garantiti dalla CEDU fanno parte dell’ordinamento dell’Unione Europea (c’è un richiamo esplicito nell’art. 6 TUE).

Sull’interpretazione di tale norma della Convenzione europea e sulla sua applicazione nel comparto militare s’è già pronunciata, com’è noto, la Corte di Strasburgo con le sentenze dell’ottobre 2014 (caso Matelly e ADEF-Dromil c. Francia) che hanno rappresentato l’indispensabile battistrada per l’attuale revirement della Consulta italiana.

La Corte di Strasburgo ha dettato una specie di decalogo ai legislatori nazionali, con alcuni punti fermi. Un decalogo che appare oggi di particolare rilievo, considerato che – come si legge nel Comunicato ufficiale dell’11 aprile – la Corte Costituzionale ha ribadito come la specialità di status e di funzioni del personale militare imponga il rispetto di <<restrizioni>> da individuare in base alla legge. E, in attesa del necessario intervento del legislatore, tali restrizioni continueranno ad essere definite dal Codice dell’ordinamento militare.

I punti fermi stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ai fini dell’intervento dei legislatori nazionali sono i seguenti:

  • La libertà sindacale prevista dall’art. 11 CEDU è una forma speciale della libertà di associazione che non esclude alcuna categoria professionale;
  • Sono ammesse alcune restrizioni per le Forze armate e di Polizia, a condizione che la titolarità del diritto fondamentale non sia loro negata: infatti, il diritto a costituire un sindacato e il diritto di affiliazione fanno parte del nucleo insopprimibile della libertà sindacale;
  • La legge ordinaria deve limitarsi a regolare le modalità d’esercizio del diritto di libertà sindacale, senza pregiudicarne la sostanza e la titolarità;
  •  L’intervento del legislatore nazionale è subordinata a due criteri: 1) il perseguimento di una finalità legittima; 2) la necessità dell’intervento legislativo per perseguire tale finalità legittima. In ogni caso, l’interdizione pura e semplice della libertà sindacale non può mai costituire una misura coerente con l’ordinamento democratico.

Applicando questi principi, la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani ha fornito anche delle indicazioni concrete ai legislatori nazionali. Pur riconoscendo la specificità della missione svolta dai Corpi militari e l’esigenza d’un adattamento delle forme di esercizio della libertà sindacale, ha tuttavia sostenuto che la creazione di organismi speciali di concertazione e di procedure particolari non siano misure sufficienti a salvaguardare il diritto fondamentale alla libertà sindacale.

Occorre, invece, trovare un punto di equilibrio ed una giusta proporzionalità tra le esigenze contrapposte, altrimenti le <<restrizioni>> alla libertà sindacale non possono ritenersi <<necessarie>> in una società democratica.

La domanda, a questo punto, è la seguente: quali sono le <<restrizioni>> legittime alle quali si allude nel Comunicato ufficiale della Corte costituzionale, da ritenersi compatibili con l’affermazione del nucleo intangibile della libertà sindacale?

Una prima risposta è già stata fornita dalla Corte Europea.

Patrizia Tullini

Ordinario di Diritto del lavoro

Università di Bologna

 

 

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