Aritmie cardiache, ictus e conseguenze correlate a stress in ambito lavorativo date da “squilibrio sforzo premio”.

Aritmie cardiache, ictus e conseguenze correlate a stress in ambito lavorativo date da “squilibrio sforzo premio”.

di Massimiliano Salce

In un interessante dossier che è possibile visionare al seguente link :

http://www.who.int/mental_health/publications/gulbenkian_paper_social_determinants_of_mental_health/en/

l’Organizzazione Mondiale della Salute presenta i risultati relativi al rapporto tra ambienti lavorativi e salute mentale, con i collegati riverberi sulla “salute fisica”, secondo quel che ormai dovrebbe essere patrimonio conoscitivo comune e cioè il complessivo network dato da cervello, sistema immunitario, endocrino e neuronale.

Concetto più popolarmente conosciuto , in forma imprecisa, come psicosomatica.

Per dirla più semplicemente vi è una continua interazione tra cervello mente e vari apparati del nostro corpo che non se ne stanno lì ognuno per conto proprio come isole felici ma si influenzano reciprocamente e continuamente.

Questo complesso è continuamente influenzato dall’ambiente fisico e sociale, laddove per sociale si intende quel complesso dato da lavoro , famiglia e altro ove si verifica l’interazione tra umani.

“Good mental health is integral to human health and well being. A person’s mental health and many common mental disorders are shaped by various social, economic, and physical environments operating at different stages of life. Risk factors for many common mental disorders are heavily associated with social inequalities, whereby the greater the inequality the higher the inequality in risk.

It is of major importance that action is taken to improve the conditions of everyday life, beginning before birth and progressing into early childhood, older childhood and adolescence, during family building and working ages, and through to older age. Action throughout these life stages would provide opportunities for both improving population mental health, and for reducing risk of those mental disorders that are associated with social inequalities.”

E traducendo l’abstract di questo contributo scientifico : la salute mentale di una persona e molti disturbi mentali comuni sono modellati da vari ambienti sociali, economici e fisici che operano in diversi stadi della vita. I fattori di rischio per molti disturbi mentali comuni sono fortemente associati a disuguaglianze sociali, per cui maggiore è la disuguaglianza, maggiore è la disuguaglianza di rischio.

Il documento però presenta un altro aspetto molto interessante e poco apparente agli occhi del lettore : … job security and a sense of control at work are protective of good mental health” (pag.24).

Sintetizzando : disoccupazione ma anche senso di scarso controllo del proprio lavoro si associano a disturbi quali ansia incontrollata e depressione. Stati mentali questi che sono vere e proprie piattaforme per la costruzione su di esse di ulteriori e ben più gravi disturbi organici e spesso anche a carico dei familiari che sono costretti a subirli.

Cosa intendiamo allora per “senso di scarso controllo” ? Non certo semplicemente il non riuscire a produrre qualcosa. Intendiamo invece non  trovare soddisfazione nell’ambiente lavorativo , non riuscire a gestire cioè controllare il proprio lavoro (la propria vita in ultima analisi)  in senso soddisfacente,  soddisfazione intesa come qualità del lavoro e rapporto positivo  con dirigenti e colleghi e soprattutto non essere alla mercè del datore di lavoro.

Alla mercè del datore di lavoro intesa come instabilità caratteriale di quest’ultimo, mancanza di empatia, pretese irragionevoli, gestione dell’ufficio senza attenzione e rispetto del collaboratore , imposizione attività inutili, scarsa condivisione, poco o nullo dialogo,  tracotanza , scarsa o nulla sensibilità alle esigenze familiari del dipendente ,  incapacità di razionalizzare e organizzazione degli ambienti lavorativi e degli orari, imponendo solo regole , divieti , disposizioni non ragionevoli o non strettamente necessarie. Tutti fattori che impediscono al lavoratore subordinato di “auto controllare” in senso positivo la propria esistenza al lavoro.

Ciò che però diventa ancor più interessante, e meriterebbe una valutazione anche nello stress da lavoro correlato e da tenere presente nel Documento di Valutazione Rischi, è che non si sviluppano solo ansie e depressioni.

In : “The association between job strain and atrial fibrillation : results from the Swedish study” ( Fransson, Stadin, più altri 2015) possiamo leggere un interessante studio circa :

Atrial fibrillation (AF) is a common heart rhythm disorder. Several life-style factors have been identified as risk factors for AF, but less is known about the impact of work-related stress. This study aims to evaluate the association between work-related stress, defined as job strain, and risk of AF.”

In altri termini: diversi  fattori di stile di vita sono stati identificati come fattori di rischio per la FA (fibrillazione atriale) , ma meno si sa sull’impatto dello stress legato al lavoro . Questo studio mira a valutare l’associazione tra stress correlato  al lavoro , definito come sforzo da lavoro e rischio di fibrillazione atriale.

“La Federazione mondiale del cuore ha lanciato un programma sui principi e i mezzi da usare in tutto il mondo per affrontare la fibrillazione atriale, che appare in continua crescita. In particolare nei paesi meno sviluppati, ma anche nel nostro mondo. In totale dal 1990 al 2013 si è passati da sette a undici milioni di malati. «Un numero oltretutto sottostimato», dicono alla Federazione, «anche perché molti soffrono di fibrillazione atriale, ma non lo sanno, in loro la malattia non dà sintomi. E questo aumenta il rischio e la gravità di un possibile ictus o scompenso cardiaco in fatto di complicanze».” ( In https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/cardiologia/fibrillazione-atriale-in-crescita-nel-mondo?gclid=CjwKCAjwo_HdBRBjEiwAiPPXpANQ9y1QJF_4dDlE2b3xNFaaDb1woVA4bk0z40ID7Uu9tO3s2h-UqhoCJlsQAvD_BwE )

Ma quel che è più interessante e significativo,  in particolare, è l’introduzione  nello studio del  principio del modello “domanda-controllo” o anche “squilibrio sforzo premio”.

Ciò vuol dire, più in particolare, non tanto che sia il super lavoro un fattore di rischio quanto piuttosto   se le richieste di prestazioni lavorative sono eccessive rispetto alla soddisfazione e al controllo, il lavoratore entra in una fase di distress prolungato e correlato al lavoro, che va a colpire la funzionalità cardiaca.

Non è quindi un problema di quantità di lavoro in sé (e che comunque andrebbe considerata anche ai fini del burn-out lavorativo) .

E’ un problema di gratificazione, realizzazione, autostima della persona, problema che deve essere risolto e tenuto presente prioritariamente  da chi richiede la prestazione lavorativa onde evitare appunto che il dipendente viva un senso di assenza di “auto incisività positiva” , con conseguente sensazione di essere alla mercè del superiore e con il riverbero, su quel particolare componente del sé,  che è la professione esercitata, con gravissime conseguenze sullo stato di salute .

Ed in seconda battuta evitare mancata “produttività” in danno della organizzazione di cui si fa parte.

Se facilmente , nel leggere questo articolo, potreste aver avuto la sensazione di essere in una situazione che vi riguarda di persona, forse è tempo di iniziare a pensare ai rimedi.

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