Sindacalizzazione nel mondo militare: l’avvio del percorso è connotato da confusione e da mancanza di conoscenza della materia

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 120/18 che ha ritenuto in contrasto con la Costituzione del nostro Paese il divieto assoluto di poter costituire associazioni sindacali nelle Forze armate e nei Corpi di Polizia ad ordinamento militare, il processo più naturale e proficuo avrebbe dovuto vedere i vertici militari e la classe politica mettere in atto ogni utile iniziativa per agevolare al meglio questo processo epocale di cambiamento.

I riferimenti legislativi che regolano la materia sindacale, tra l’altro, discendono inequivocabilmente dalla Costituzione e proprio per questo non sarebbe servito nessun altro adempimento, interpretazione o direttiva di merito per disciplinare la costituzione dei nascenti sindacati.

La libertà di costituzione, di organizzazione e di libera operatività di un’associazione sindacale, peraltro senza necessità di alcuna autorizzazione preventiva, sono disciplinate dall’articolo 39 della Costituzione d’altronde e non lasciano spazio a nessun’altra esigenza interpretativa o ad orientamenti dottrinali.

Con un’abile alchimia giuridica, invece,  la Corte Costituzionale seppur vincolata ad un giudizio positivo che non poteva essere che tale, (se non altro perché la giurisprudenza comunitaria della CEDU aveva già da tempo emesso diverse sentenze favorevoli in materia) ha ricondotto la costituzione dei nascenti sindacati nell’alveo del regime autorizzatorio di cui al 1° comma dell’art. 1475 del COM. In pratica, come se un sindacato fosse una normale associazione o un circolo ricreativo tra soli militari e disconoscendo completamente la convenzione OIL n. 87 sulla libertà sindacale e la protezione del diritto sindacale, recepita dall’Italia, che all’art. 2 statuisce che i lavoratori ed i datori di lavoro hanno il diritto, senza alcuna distinzione e senza autorizzazione preventiva, di costituire delle organizzazione di loro scelta, nonché di divenire membri di queste organizzazioni, alla sola condizione di osservare gli statuti di queste ultime, ed all’art. 3 comma 1 che le organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro hanno il diritto di elaborare i propri statuti e regolamenti amministrativi, di eleggere liberamente i propri rappresentanti, di organizzare la propria gestione e la propria attività e di formulare il proprio diritto di azione, ed infine, l’art. 3 comma 2 che impone alle autorità pubbliche di astenersi da ogni intervento tale da limitare questo diritto o da ostacolarne il diritto legale.

Le circolari emanate dal Gabinetto del Ministro della Difesa, peraltro, che hanno fatto seguito a questa sentenza, anziché preoccuparsi su come disciplinare l’avvio concreto delle nascenti organizzazioni, delineando, fin da subito, un sistema iniziale agevole di interlocuzione sindacale a livello centrale e periferico, di riscossione delle quote mediante trattenuta in busta paga e di informazione dettagliata e capillare al personale su questo cambiamento epocale, si sono curate essenzialmente di tentare di fissare ulteriori vincoli e divieti, la maggior parte dei quali completamente distonici ed illegittimi rispetto alla Costituzione ed alle norme che regolano la materia sindacale.

Il Ministro della Difesa, così come è emerso nemmeno troppo velatamente dai suoi atti emessi in successione e dalle sue dichiarazioni, ha cercato di bilanciare le esigenze contrapposte ed anche di contenere le spinte reazionarie che gli sono piombate addosso a seguito di questo epocale processo di democratizzazione del mondo militare.

D’altro canto proprio su questo aspetto era stata già la Corte Costituzionale a ritenere la possibilità di costituire associazioni sindacali fin da subito al fine di non rinviare l’attuazione di questo importante diritto costituzionale e di poter operare nelle materie riservate attualmente alle rappresentanze militari, in attesa che il legislatore fissasse limiti e condizioni d’operatività adeguati ed idonei a bilanciare i diritti costituzionali riservati a tutti gli altri cittadini, precisando tuttavia che gli stessi sono desumibili fin da subito dall’assetto costituzionale della materia.

A questi orientamenti manifestati dai conservatori, estremamente sui generis, hanno fatto seguito dichiarazioni ed interpretazioni (ufficiali e non) di esponenti politici e dei vertici delle Amministrazioni, che stanno rendendo ancor di più mistificato e distorto il processo di democratizzazione in atto e sempre più non attinente alle regole democratiche di costituzione e funzionamento delle organizzazioni sindacali.

Si è iniziato a parlare nemmeno troppo velatamente, di riconoscimento, da parte della Corte, della mera facoltà di costituire associazioni professionali a carattere sindacali e non di veri e propri sindacati, cercando di far emergere una distinzione sostanziale che, di fatto, non esiste affatto nell’ordinamento giuridico italiano, di nessun potere reale attribuito alle nascenti organizzazioni, del divieto di immediata rieleggibilità dei dirigenti sindacali e, per i delegati della Rappresentanza militare, divieto di ricoprire cariche direttive nelle nascenti OO.SS. al fine di non generare confusione dei ruoli.

L’art. 10 del CCNQ del 7 agosto 1998 del Pubblico Impiego prevede che le relazioni sindacali con le OO.SS. “non rappresentative”, avvengano – normalmente – al di fuori dell’orario di lavoro e che, ove ciò non sia possibile, vengano attivate “procedure e modalità idonee a tal fine. Ovvero, procedure e modalità che consentano al dirigente sindacale l’espletamento del mandato (cambi turno, etc..). Il significato di tale garanzia prevista dalla norma non comporta, infatti, che l’attività sindacale sia assimilata all’attività di servizio, perché essa è svolta dal dipendente nella veste di dirigente sindacale quale controparte dell’amministrazione e quindi, in coincidenza con il servizio, ma al di fuori di esso.

Sfugge, pertanto, a coloro che hanno inteso portare avanti certe tesi, del tutto prive di fondamento e che vedrebbero inattive le nascenti OO.SS. nel mondo militare fino all’approvazione di una legge dedicata, che dal momento che le stesse si costituiranno assumeranno la veste di organizzazioni sindacali a tutti gli effetti, alle quali è riconosciuta per legge la potestà di esercitare la libertà sindacale, la tutela degli dei propri iscritti e dare corso, fin da subito, alle cosiddette “relazioni sindacali” con il datore di lavoro e con le autorità politiche di riferimento per esercitare il proprio ruolo a difesa degli interessi dei lavoratori iscritti.

Le OO.SS. nel nostro Paese, infatti, a seguito della mancata attuazione del secondo, terzo e quarto comma dell’articolo 39 della Costituzione sono Enti di fatto non riconosciuti, di natura privatistica costituiti per la difesa degli interessi dei propri iscritti con statuti democratici.

Dalla non completa applicazione della norma costituzionale citata ed in mancanza della registrazione e, quindi, dell’attribuzione della personalità giuridica, è sorta l’esigenza per il legislatore di individuare un soggetto sindacale in grado di offrire le necessarie garanzie di serietà e di effettiva rappresentatività e capacità di far valere gli interessi dei lavoratori.

E’ stata così introdotta nel nostro ordinamento la figura del sindacato rappresentativo.

Da questi concetti emergono le risposte dovute alle visioni distorte di alcuni che portano a confondere il diritto alla libertà sindacale che, ovviamente è attribuito a tutte le OO.SS., con il requisito della rappresentatività che è evidentemente un altro aspetto.

Infatti, per tutte le associazioni sindacali, rappresentative e non, il legislatore (art. 1 e 14 della legge 20 maggio 1970 n.300 – Statuto dei lavoratori), in conformità al principio costituzionale della libertà sindacale, prevede una comune tutela, che si sostanzia nel diritto di associarsi liberamente per far valere i propri interessi, di fare attività di proselitismo, di chiedere la riscossione per le deleghe sindacali, di presentare liste per le elezioni della RSU, etc.. Solo, però, per alcune associazioni di lavoratori, quelle cosiddette rappresentative, il legislatore ha previsto una tutela privilegiata, consistente nell’attribuzione di diritti ulteriori, quali: il diritto ad un monte ore di permessi aziendali per l’esercizio dell’attività sindacale, la possibilità di disporre di idonei locali, di essere ammesse alla contrattazione collettiva.

Con l’iscrizione, il lavoratore acquista una serie di diritti e di obblighi, che discendono esclusivamente dallo Statuto di ciascuna associazione sindacale e, tra questi ultimi, è utile soffermarsi su quello riguardante il versamento dei contributi sindacali.

E’ del tutto evidente, pertanto, che le nascenti OO.SS. nel mondo militare, non potranno essere legittimate, al momento, a sedere sul tavolo delle trattative negoziali in seno al Dipartimento della Funzione Pubblica, a causa dell’assenza delle cosiddetta rilevazione della “rappresentatività”, così come previsto per le OO.SS. delle Polizie civili in base alle procedure disciplinate dal D. Lgs. 12 maggio 1995, n.195 ed introdotte nel testo dal D.Lgs 31 marzo 2000, n.129 e le cui attività negoziali esplicate si concludono con l’emanazione di separati decreti del Presidente della Repubblica.

Così come non potranno avvalersi, al momento, del diritto a vedersi riconosciuti distacchi sindacali, aspettative, un monte ore di permessi per l’esercizio dell’attività sindacale o la possibilità di disporre di idonei locali.

Anche se su questo aspetto la classe politica dovrà fare senz’altro una riflessione, per trovare soluzioni intermedie, atteso che ci vorranno anni ed anni prima le singole realtà sindacali raggiungano la soglia di rappresentatività, oggi fissata al 5% del personale sindacalizzato.

Per il personale delle Forze di Polizia ad ordinamento civile, infatti, ai fini dell’ammissione alle trattative contrattuali nazionali, che hanno luogo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento della Funzione Pubblica, l’individuazione delle organizzazioni sindacali rappresentative sul piano nazionale viene operata, sulla base della normativa generale prevista per il pubblico impiego e recepita con decreto del Ministro per la Funzione Pubblica.

Per quanto concerne la contrattazione collettiva integrativa la stessa si svolge sulle materie e nei limiti stabiliti dalla contrattazione collettiva. Le modalità, le procedure ed i limiti per la stipula dell’Accordo nazionale quadro di amministrazione sono definite dall’art. 24 del D.P.R. n.164/2002.

I progetti di legge AC 875 Corda ed altri ed AC 1060 Tripodi ed altri, presentati presso la Camera dei Deputati, peraltro, se da un lato inseriscono nell’ordinamento italiano le associazioni sindacali nel mondo militare, in aderenza ai precetti fissati dalla Corte Costituzionale, dall’altro istituiscono anche delle RUB (Rappresentanze Unitarie di Base), su base elettiva, peraltro con innumerevoli compiti di interlocuzione e di rappresentanza delle esigenze del personale, internamente ed esternamente all’Amministrazione, facendole rientrare a tutti gli effetti tra le attività di servizio.

Orbene, va rilevato come l’inserimento di un’ulteriore forma di rappresentanza a livello di base e con natura non sindacale ma meramente rappresentativa, mini seriamente il ruolo del sindacato.

Nel pubblico impiego, infatti, le RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) sono disciplinate dall’art. 42 del D.Lgs. n. 165/2001 e dal CCNQ 7 agosto 1998 e successive modificazioni. Il citato organismo subentra alle rappresentanze sindacali aziendali (RSA) ed alle analoghe strutture sindacali comunque denominate ed ai loro dirigenti nella titolarità dei diritti sindacali e dei poteri riguardanti l’esercizio delle competenze contrattuali ad esse spettanti, ex art. 42, comma 6, D.Lgs. 165/2001 ed art. 5 del CCNQ 7/8/98.

La RSU è organismo sindacale ed è titolare di un potere di contrattazione integrativa a livello locale, congiuntamente ai soggetti e con le procedure individuati dai contratti collettivi nazionali di lavoro, ai sensi del combinato disposto degli artt. 40, comma 3, e 43, comma 5, del D.Lgs. 165/2001 e gode della sopracitata tutela privilegiata.

I componenti della RSU vengono eletti a suffragio universale ed a voto segreto ogni tre anni e, nel caso di decadenza per qualsiasi motivo dell’organismo, occorre procedere ad una nuova elezione. I nuovi eletti sono soggetti alla scadenza naturale del triennio di riferimento della RSU dichiarata decaduta. L’avvio delle procedure elettorali è di competenza delle associazioni sindacali rappresentative mentre la presentazione delle liste attiene anche alle associazioni non rappresentative, a condizione che quest’ultime abbiano aderito agli accordi o contratti collettivi che disciplinano le elezioni e il funzionamento di tali organismi (art. 42, comma 4, D.Lgs. 165/2001).

Gli organismi di rappresentanza in argomento, tra l’altro, a suo tempo, non sono stati costituiti volutamente per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile.

Ne discende, che ormai da circa quarant’anni, le relazioni sindacali tra le OO.SS. delle Polizie civili e le Amministrazioni di riferimento sono esercitate dalle segreterie nazionali, regionali, provinciali e sezionali senza alcuna particolare criticità.

Per quanto riguarda i distacchi il cui contingente è fissato nei decreti presidenziali recettivi dei relativi accordi sindacali, gli stessi spettano alle organizzazioni rappresentative sul piano nazionale incluse nei decreti di ripartizione del Ministro per la Funzione Pubblica. Le aspettative sindacali, invece, spettano alle OO.SS. rappresentative sul piano nazionale.

Per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile deve avvenire successivamente al preventivo assenso espresso dal Dipartimento della funzione pubblica, appositamente richiesto dall’Amministrazione interessata.

Ciascun dipendente ha diritto a partecipare, durante l’orario di lavoro, ad assemblee sindacali per 10 ore annue pro-capite, senza decurtazione della retribuzione, salvo che i contratti collettivi di Comparto o di Area non definiscano condizioni di miglior favore.

L’art. 23 del DPR 164/2002 prevede che Il sistema di relazioni sindacali, nel rispetto delle distinzioni delle responsabilità delle Amministrazioni e delle organizzazioni sindacali è riordinato in modo coerente all’obiettivo di incrementare e mantenere elevata l’efficienza dei servizi istituzionali unitamente al miglioramento delle condizioni di lavoro e alla crescita professionale degli operatori della sicurezza.

Il sistema di relazioni sindacali nella polizia di Stato si articola con la contrattazione collettiva a livello nazionale sulle materie, con i tempi e le procedure previste dall’articolo 3, comma 1, e dall’articolo 7 del decreto sulle procedure, individuando anche le risorse da destinare al fondo per il raggiungimento di qualificati obiettivi e il miglioramento dell’efficienza dei servizi.

Con l’approvazione di un accordo nazionale quadro e contrattazione decentrata, con l’informazione preventiva e successiva, con l’esame, la consultazione, con forme di partecipazione e norme di garanzia.

Le OO.SS. della Polizia di Stato, peraltro, possono avvalersi dell’art. 28 della Legge 300/70 (Statuto dei lavoratori) qualora il datore di lavoro ponga in essere comportamenti diretti ad impedire o limitare l’esercizio della libertà e della attività sindacale. Su ricorso degli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali che vi abbiano interesse, il giudice monocratico del luogo ove è posto in essere il comportamento denunziato, nei due giorni successivi, convoca le parti e dopo aver assunto  sommarie informazioni, qualora ritenga sussistente la violazione lamentata, ordina al datore di lavoro, con decreto motivato ed immediatamente esecutivo, la cessazione del comportamento illegittimo e la rimozione degli effetti.

L’efficacia esecutiva del decreto non può essere revocata fino alla sentenza con cui il giudice monocratico, in funzione di giudice del lavoro, definisce il giudizio instaurato.

Il datore di lavoro che non ottempera al decreto emesso dal giudice o alla sentenza pronunciata nel giudizio di opposizione è punito ai sensi dell’articolo 650 del codice penale.

In occasione della calendarizzazione dei lavori in Commissione Difesa dei DDL Corda e Tripodi, alcuni parlamentari (rilevabili dal resoconto dei lavori parlamentari) hanno dichiarato che a loro avviso le OO.SS. che si stanno costituendo, al momento, non hanno alcun potere contrattuale, che non è possibile che il modello sindacale che dovrà essere riconosciuto loro sia analogo a quello delle Forze di Polizia civile in termini di prerogative ed obblighi e che la sentenza della Corte Costituzionale ha precisato chiaramente che nel periodo di transizione la Rappresentanza Militare sarà l’unica forma d’interlocuzione possibile tra i vertici militari ed il personale.

Alla luce di questi ulteriori orientamenti, senz’altro distonici con le norme che regolano le organizzazioni sindacali, con la Sentenza della Corte Costituzionale e, quindi, non certamente proficui per gli interessi del personale e delle nascenti organizzazioni, è necessario interrogarsi su quali siano i reali intenti dei legislatori chiamati senz’altro ad approvare una legge che possa contemperare e bilanciare le esigenze di rappresentatività sindacale del personale militare con gli altri diritti costituzionali riconosciuti a tutti i cittadini. Orientamenti, questi, espressi in fase di primo avvio dei lavori, che peraltro cozzano pesantemente con l’art. 5 della Carta sociale europea che sancisce che per garantire o promuovere la libertà dei lavoratori e dei datori di lavoro di costituire organizzazioni locali, nazionali o internazionali per la protezione dei loro interessi economici e sociali ed aderire a queste organizzazioni, le parti s’impegnano affinché la legislazione nazionale non pregiudichi questa libertà né sia applicata in modo da pregiudicarla. La misura in cui le garanzie si applicheranno alla Polizia sarà determinata dalla legislazione o dalla regolamentazione nazionale. Il principio dell’applicazione di queste garanzie ai membri delle Forze Armate e la misura in cui sarebbero applicate a questa categoria di persone è parimenti determinata dalla legislazione o dalla regolamentazione nazionale.

Ne discende che il bilanciamento dei diritti costituzionali possono e devono senz’altro portare il legislatore nazionale ad approvare una legge che limiti l’operatività piena delle nascenti OO.SS. nel mondo militare, esclusivamente per quanto concerne le materie che possono essere trattate, che sancisca il divieto di sciopero e di manifestare pubblicamente armati o in divisa, ma senza debordare con limiti e condizioni e senza poter intaccare il nucleo essenziale dell’organizzazione sindacale, così come peraltro è già avvenuto per la sindacalizzazione della Polizia di Stato.

Se il legislatore si disinteresserà volutamente di questi aspetti, pertanto, cedendo al richiamo delle sirene che arriva dai vertici delle Amministrazioni, il mondo militare vedrà consegnarsi delle organizzazioni pseudo-sindacali, soggette ad autorizzazione amministrativa e, quindi, a controllo successivo e regolate da una nuova disciplina posta al di fuori dell’art. 39 della Costituzione e del diritto sindacale, con l’inevitabile risultato di renderle improduttive ed inidonee a tutelare realmente gli interessi del personale, così come è avvenuto per quarant’anni con le Rappresentanze Militari.

Eliseo Taverna – Delegato Co.Ce.R. GdF e promotore SINAFI (Sindacato Nazionale Finanzieri)

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