I suicidi ripetuti. Un tentativo di intervento: percepirsi in un quadro interagente e non pura individualità.*

Recenti episodi suicidari, purtroppo avvenuti uno dietro l’altro a brevissima distanza di tempo, e coinvolgenti gli ambienti delle forze armate e di polizia, inducono ad un tentativo di lenire lo sconcerto e lo smarrimento che ha interrogato molti.

Proviamone qualche lettura che possa suggerire dei timidi tentativi di poter fare qualcosa nel proprio piccolo.

Analizziamo qualche aspetto.

Per esempio quello delle dinamiche conflittuali.

Probabilmente il lettore non si sarà accorto di una particolarità.

E la particolarità è :  le dinamiche conflittuali sono spesso dovute ad una mancanza di visione complessiva dell’ambiente e del personale che ne fa parte!

In altri termini vige un approccio sbagliato ma naturale, che coinvolge sia chi dirige gli uffici ma spesso anche gli stessi componenti, di tipo autoescludente da quel quadro di insieme, percependosi come individualità a sé .

Volendo fare un esempio pratico, nel recarmi in ufficio ogni mattina io entro e non mi percepisco come facente parte di un gruppo inserito in una struttura fisica (l’edificio) ma mi percepisco per il ruolo che rivesto e quindi in senso individuale e non come una componente di quell’insieme e ciò a prescindere dal ruolo o dal grado (posizione) rivestita.

Differenza di non poco conto.

Differenza che probabilmente non viene percepita.

In sostanza io entro nella struttura, in quel ben determinato quadro d’insieme “sentendomi” come individualità ben distinta dal complesso.

Tendo ad osservarla dall’esterno.

O quale subalterno di qualcuno o a capo di qualcuno.

Non ad osservarla in quanto facente parte della stessa.

Difficilmente mi percepisco come elemento immerso in quel quadro d’insieme e di cui faccio parte non come individualità a sé , extra quadro, ma in quanto elemento interagente e che partecipa a costruire un qualcosa che è più del semplice individuo partecipante.

La differenza apparentemente solo fenomenologica comporta concrete conseguenze in termini pratici.

Comporta conseguenze in quanto un problema , un conflitto , un disagio che viene ad evidenziarsi per i più svariati motivi verrà visto in forma esterna alla mia figura, verrà visto come un qualcosa che mi riguarda nei limiti della direzione dell’ufficio o della funzionalità dell’ufficio e non come aspetto di una interazione più profonda, coinvolgente, implicita che invece mi coinvolge in quanto partecipante a quella struttura.

Non è in realtà nemmeno un puro discorso empatico.

E’ un concetto più sottile, penetrante e cioè l’eventuale problema è un elemento incidentale che va a scuotere una ragnatela dal punto nel quale si verifica fino ad un estremo opposto proprio come una tela di un ragno. Non resta lì dove si verifica. Isolato. E allo stesso tempo mi riguarda non quale “super partes” ma componente della figura d’insieme che è l’ambiente lavorativo.

Va piuttosto da sé, intuitivamente, che affrontare quindi un identico problema organizzativo o di disagio personale, approcciandolo in un modo o nell’altro sopra detto, può fare una bella differenza in termini di soluzione.

Una esemplificazione pratica al riguardo è quella tra lo spiegare un qualcosa in ordine ad un problema e la differenza con il comprendere un problema.

Lo spiegare attiene ad una posizione che potrebbe corrispondere ad una posizione   di terzietà rispetto al problema. Io mi percepisco come esterno al quadro, evidentemente saprò spiegare il problema ma potrei non comprenderlo nella sua essenza proprio a causa di questa mia posizione.

Il comprendere potrebbe corrispondere ad una posizione invece di “internalità” ed “interagenza” continua e strutturale nel quadro cui sono coinvolto o mi percepisco.

Potremmo dire semplificando   Karl Jaspers : è possibile spiegare un qualcosa senza averlo compreso.

Ed è questo il punto. Cioè io posso spiegarmi , spiegare un disagio di un dipendente e posso farlo senza averne compreso nulla del suo retroterra e del suo disagio che lo ha portato a quella manifestazione del disagio che sia una depressione , un’ansia che provoca di-stress,  che sia una difficoltà relazionale con i colleghi, che sia un atteggiamento rigido verso l’ambiente e altro ancora che finisce troppo facilmente per essere catalogato in semplicistiche forme patologiche. Dalle quali deve salvarci lo psicologo o l’ospedale militare e stop.

Ed è questo catalogare immediato  (da un punto di vista “topograficamente” esterno al quadro, del quale ci serviamo troppo spesso per liquidare il problema che rimane tale ed esplode poi magari a casa con una strage familiare ) che è appunto lo spiegare ma il non aver compreso nulla di quella esistenza che abbiamo davanti e stiamo giudicando e ci coinvolge e coinvolge l’ambiente con il suo problema.

Aprendo all’ulteriore complicazione che è quella che genera l’errore: finiamo per oggettivare l’uomo quando in realtà io non posso oggettivare gli individui per la loro specifica natura appunto di individui.

Io posso oggettivare un problema fisico, un mal di testa, ‘”un colesterolo alto”, una pressione alta in quanto attinenti a degli organi e così più o meno immediatamente curare.

Nello psichico che interagisce con l’ambientale , non posso fare questo. Nel disagio psichico od esistenziale non posso fare questo. O meglio posso farlo ma pena il non raggiungere il cuore del problema.

Perché ogni esistenza è diversa , perché ogni depressione è diversa, perché il mio problema interiore è diverso dal tuo problema interiore così come è diverso da quell’altro ancora per di più nella misura in cui fa parte integrante di un ambiente, di un quadro d’insieme o di un altro quadro d’insieme.

Rischio per finir di  trattare : la psiche non come un atto intenzionale che dischiude ad “un e su” di un mondo, ma come una cosa del mondo da trattare secondo le metodiche oggettivanti che sono proprie delle scienze naturali.

Tant’è che per dirla con il filosofo Galimberti, se la psicologia oggettiva lo psichico e, come fa la fisiologia con gli organi corporei, lo tratta come cosa in sé che non si trascende in altro, la psicologia, per allinearsi sul modello delle scienze naturali, perde la specificità dell’umano e quindi ciò a cui essa è naturalmente ordinata. (Galimberti su Karl Jaspers – Psicopatologia Generale)

Di contro  se  affronto il problema esattamente come dovrebbe affrontarsi e cioè iniziare a monte , dalla radice,  a “segnare” quel che le persone stanno vivendo in termini di difficoltà e che potrebbe poi dar luogo anche a  manifestazioni patologiche in senso stretto o macroscopiche o drammatiche e considerare il problema come un problema coinvolgente un campo del quale faccio parte e non ne sono all’esterno, la situazione cambia .

Va compreso l’uomo nel campo col quale interagisce  appunto , non cercare la conferma di teorie che ci porge una facile “ psicologia fisiologica” (teoria della depressione basata sul neurotrasmettitore che non funziona o funziona troppo ) e cioè confermiamo che il soggetto, per esempio,  è depresso o crea un rapporto problematico nell’ambiente.

Di quello ci eravamo accorti tutti : bravi o non bravi.

Il problema allora  è che : come  ci è arrivato ad essere in quel modo e soprattutto perché ci è arrivato?

Lo metti in convalescenza o lo estranei e non hai risolto nulla perché poi ne seguirà un altro e un altro ancora.

E in convalescenza magari si ammazza o certo non si risolve il problema per l’organizzazione perché poi rientra.

Se io invece inizio nel considerare ogni individuo e soprattutto me osservatore come inglobato nel campo di interazione e non come esterno al campo stesso è probabile possa capire meglio “l’esistenza” del mio collaboratore, è probabile possa evitare prima quella manifestazione successiva o posso anche curarla con un approccio diverso che magari non necessita dell’isolamento o della irrisolvibilità  del caso.

In questo modo prende luce :il significato ontologico-esistenziale fondamentale delle situazioni-limite. (U. Galimberti su Jaspers – Psicologia delle visioni del mondo )

Le situazioni limite vengono osservate sotto un aspetto diverso cioè quello della loro “esistenza” e dell’ambito nel quale si manifestano

Le manifestazioni psicologiche e quelle sociali  così  non sono più “ricondotte” alle loro cause, né “comprese” per partecipazione affettiva ma esaminate come rivelatrici dei modi essenziali in cui un’esistenza riceve, trasforma, si progetta nel mondo. E nell’ambito di quel campo nel quale si manifestano.

Il che fa una bella differenza tra il chiamare l’esperto in organizzazione aziendale, spendere soldi  (sempre esterno al campo e quindi con i suoi limiti ) ed intervenire invece dall’interno quale coinvolto nel campo di interazione. Sentendosi veramente tale. Percependosi veramente tale.

Potrebbe essere un nuovo modo di intendere il campo di azione della psicologia del lavoro. O uno spunto di riflessione per chi dirige uffici.

*Massimiliano Salce

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